La natura
Il rapporto con la natura attraversa tutta la raccolta e cambia nel tempo. In A Silvia il poeta la interroga ancora come una madre che ha tradito le promesse fatte ai figli: «O natura, o natura, / perché non rendi poi / quel che prometti allor? perché di tanto / inganni i figli tuoi?» (vv. 36-39). Nella Quiete dopo la tempesta il rimprovero si fa ironico: «O natura cortese, / son questi i doni tuoi» (vv. 42-43).
Nella Ginestra la natura è ormai una forza grandiosa e indifferente, che non si accorge nemmeno degli uomini: «sta natura ognor verde, anzi procede / per sí lungo cammino / che sembra star. Caggiono i regni intanto, / passan genti e linguaggi: ella nol vede» (vv. 292-295). La superbia umana, che si crede al centro dell’universo, appare così ridicola.
L’infinito
Per Leopardi l’immaginazione è la facoltà che permette all’uomo di superare i limiti di ciò che vede. Nell’Infinito basta una siepe che nasconde l’orizzonte perché il pensiero costruisca uno spazio senza confini: «Ma, sedendo e mirando, interminati / spazi di lá da quella, e sovrumani / silenzi, e profondissima quiete / io nel pensier mi fingo» (vv. 4-7). L’esperienza è insieme sgomento e dolcezza.
Lo stesso desiderio di andare oltre torna nel Canto notturno, dove il pastore immagina che forse sarebbe più felice se potesse volare: «Forse s’avess’io l’ale / da volar su le nubi, / e noverar le stelle ad una ad una» (vv. 133-135). Ma subito il dubbio lo riporta alla sua condizione, e la fuga resta un sogno.
Illusioni e ricordo
La giovinezza è per Leopardi l’età delle speranze, che la vita adulta smentisce. In A Silvia il poeta ricorda il tempo in cui lui e la ragazza guardavano al futuro: «Che pensieri soavi, / che speranze, che cori, o Silvia mia! / Quale allor ci apparia / la vita umana e il fato!» (vv. 28-31). Nel Sabato del villaggio questa condizione è rappresentata dal giorno che precede la festa: «Questo di sette è il piú gradito giorno, / pien di speme e di gioia» (vv. 38-39).
Il ricordo, però, non è solo rimpianto. Nelle Ricordanze, che si aprono con l’invocazione «Vaghe stelle dell’Orsa, io non credea» (v. 1), il paese natale e la figura di Nerina tornano alla memoria con una dolcezza che rende sopportabile la perdita. La poesia diventa il luogo in cui le illusioni, anche se smascherate, continuano a vivere.
Dolore e noia
L’infelicità umana, nei Canti, non dipende da colpe o da circostanze particolari, ma dalla condizione stessa di essere nati. Il pastore del Canto notturno invidia il suo gregge, che non conosce la noia: «Ed io pur seggo sovra l’erbe, all’ombra, / e un fastidio m’ingombra / la mente» (vv. 117-119). La noia è il segno di un desiderio di felicità che nulla può soddisfare.
Anche il piacere, quando arriva, è solo la fine momentanea del dolore. La quiete dopo la tempesta lo definisce con una formula celebre: «Piacer figlio d’affanno» (v. 32), e poco dopo: «Uscir di pena / è diletto fra noi» (vv. 45-46). La gioia del borgo dopo il temporale è quindi il sollievo di chi ha avuto paura di morire.
Amore e morte
L’amore è l’illusione più forte e anche l’ultima a cadere. In Amore e Morte il poeta presenta i due come fratelli, nati insieme dalla sorte: «Fratelli, a un tempo stesso, Amore e Morte» (v. 1). Chi ama intensamente, infatti, desidera anche la morte come fine dell’affanno.
Dopo la delusione per Aspasia, A se stesso segna la fine di ogni speranza: «Or poserai per sempre, / stanco mio cor. Perí l’inganno estremo, / ch’eterno io mi credei» (vv. 1-3). Il testo, fatto di frasi brevi e spezzate, chiude con il disprezzo per «il brutto / poter che, ascoso, a comun danno impera» (vv. 14-15).
Dalla patria alla solidarietà
Nelle prime canzoni la riflessione di Leopardi è politica: l’Italia è una donna umiliata, a cui il poeta si rivolge con dolore: «Piangi, ché ben hai donde, Italia mia, / le genti a vincer nata / e nella fausta sorte e nella ria» (All’Italia, vv. 18-20). L’impegno civile nasce dal confronto con la grandezza degli antichi.
Nella Ginestra l’impegno si allarga all’intera umanità. Il poeta loda chi ha il coraggio di guardare in faccia la verità: «Nobil natura è quella / ch’a sollevar s’ardisce / gli occhi mortali incontra / al comun fato» (vv. 111-114). Dalla consapevolezza del male comune può nascere un nuovo patto tra gli uomini, fondato su «quell’orror che primo / contra l’empia natura / strinse i mortali in social catena» (vv. 147-149).