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Analisi

Analisi: Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono

Metrica e struttura

Il testo è un sonetto di endecasillabi con schema ABBA ABBA CDE CDE: le quartine hanno rime incrociate, le terzine ripetono tre rime nello stesso ordine. Nel Canzoniere occupa il primo posto e ha la funzione di proemio, cioè di introduzione all’intera raccolta: presenta le poesie che seguono e indica il punto di vista da cui leggerle. Fu composto quando gran parte dei testi esisteva già, probabilmente intorno al 1350.

Le due quartine formano un unico periodo. Si aprono con un vocativo rivolto ai lettori, «Voi ch’ascoltate» (v. 1), seguito da una lunga serie di relative e di complementi che descrivono le poesie e il tempo in cui sono nate; la frase principale arriva solo al v. 8, «spero trovar pietà, nonché perdono». L’attesa fa di tutto il periodo una premessa alla richiesta finale. Le terzine, aperte dalla congiunzione avversativa Ma (v. 9), cambiano prospettiva: dal rapporto con chi ascolta si passa al giudizio che il poeta dà di se stesso, fino alla sentenza generale dell’ultimo verso. Il sonetto si muove così da una storia personale, quella di un amore giovanile, a una verità che vale per tutti.

Lingua e stile

Il primo verso contiene un’immagine che corrisponde al titolo latino dato da Petrarca alla raccolta, Rerum vulgarium fragmenta, cioè “frammenti di cose in volgare”: le «rime sparse» sono poesie nate in momenti diversi e poi riunite in un libro. Anche il loro contenuto è definito con una metafora, perché i sospiri sono il nutrimento con cui il poeta alimentava il proprio cuore (v. 2).

Il lessico insiste sulla distanza tra passato e presente. Il passato è il tempo del «primo giovenile errore» (v. 3), dove errore conserva il doppio senso del latino error: sbaglio morale, ma anche vagabondaggio senza meta. Il presente è quello di un uomo cambiato, «altr’uom da quel ch’i’ sono» (v. 4). La precisazione in parte, nello stesso verso, limita però la trasformazione: il poeta non si presenta come del tutto guarito dalla passione.

Molte parole ritornano con piccole variazioni. Al v. 6, «le vane speranze e ’l van dolore», lo stesso aggettivo compare al femminile plurale e al maschile singolare, con un poliptoto che mette speranza e dolore sullo stesso piano di inutilità. Il verbo del v. 11, «mi vergogno», torna come sostantivo nel verso successivo, «vergogna è ’l frutto» (v. 12), e lega le due terzine. Il v. 11, «di me medesmo meco mi vergogno», è costruito sull’allitterazione della m, che chiude il discorso sull’io quasi in un cerchio; allo stesso modo il v. 10 accosta due parole che iniziano per f, «favola fui», dove favola significa “oggetto di chiacchiere”.

Nelle quartine il ritmo è ampio e disteso, con coppie di termini che si bilanciano, come «piango et ragiono» (v. 5), il lamento e la riflessione, o «pietà, nonché perdono» (v. 8). Nell’ultima terzina l’elenco delle conseguenze del vaneggiare procede per aggiunte successive, «e ’l pentersi, e ’l conoscer chiaramente» (v. 13), e sfocia in un verso semplice nella sintassi e netto nel significato: «che quanto piace al mondo è breve sogno» (v. 14).

Interpretazione

Il proemio chiede di leggere il Canzoniere come la storia di un errore riconosciuto. Petrarca si rivolge soprattutto a chi conosce l’amore «per prova» (v. 7), per esperienza diretta, e domanda comprensione per versi che raccontano una passione che ora giudica con distacco. Fin dall’inizio il tema amoroso si intreccia con quello morale e religioso: la conclusione del v. 14 non riguarda soltanto l’amore per una donna, ma tutto ciò che «piace al mondo», secondo la visione cristiana che considera fragili e passeggeri i beni terreni.

Il sonetto, però, lascia aperta una tensione. Il poeta condanna il proprio «vaneggiar» (v. 12), eppure offre al pubblico, con grande cura formale, proprio i versi nati da quel vaneggiare; parla di pentimento, ma rivendica anche il valore di uno stile «vario» (v. 5), capace di passare dal pianto al ragionamento. L’io diviso tra ciò che era e ciò che è, tra il desiderio terreno e l’aspirazione a un bene più alto, sarà la condizione costante dell’intero libro.

Il percorso annunciato qui si chiude con l’ultimo testo della raccolta, la canzone Vergine bella, che di sol vestita, in cui il poeta consacra alla Madonna pensieri, ingegno e stile e le chiede di accogliere in pace il suo spirito. La riflessione sulla fuga del tempo e sulla vanità delle cose del mondo torna invece, con toni di angoscia, nel sonetto La vita fugge, et non s’arresta una hora, che appartiene alle rime scritte dopo la morte di Laura.