Metrica e struttura
Il testo è un sonetto di endecasillabi con schema ABAB ABAB CDC DCD: le quartine hanno rime alternate in -ena e in -iglia, le terzine due rime alternate in -avi e in -agge. Il suono aspro di tragge, piagge e selvagge nelle terzine si contrappone a quello più morbido delle rime primaverili delle quartine, come rasserena e famiglia.
Il sonetto appartiene alle rime scritte dopo la morte di Laura ed è diviso in due parti nettamente opposte. Le quartine descrivono il ritorno della primavera, con il vento, i fiori, il canto degli uccelli, la luce del cielo e il risveglio dell’amore in ogni creatura. Le terzine, aperte da «Ma per me, lasso» (v. 9), mostrano la condizione del poeta, per il quale tornano soltanto i sospiri, perché la donna amata è salita al cielo. L’ultima terzina riprende uno per uno gli elementi della primavera, il canto degli uccelli, i prati fioriti, la bellezza delle donne, e li trasforma nel loro contrario.
Lingua e stile
Le quartine sono costruite su un’enumerazione in polisindeto: «e i fiori et l’erbe, sua dolce famiglia, / et garrir Progne et pianger Philomena, / et primavera candida et vermiglia» (vv. 2-4). La primavera arriva con Zefiro, il vento di ponente che nella mitologia classica annuncia la bella stagione, e i fiori e le erbe sono la sua dolce famiglia. Progne e Filomena sono due sorelle del mito raccontato da Ovidio nelle Metamorfosi, trasformate in rondine e in usignolo: per questo Progne garrisce, come la rondine, e Filomena piange, come l’usignolo, il cui canto era sentito come un lamento. La coppia di colori candida et vermiglia (v. 4) indica i fiori bianchi e rossi della stagione.
Nella seconda quartina la natura si anima. La metafora «Ridono i prati» (v. 5) personifica il paesaggio, e il verso seguente, «Giove s’allegra di mirar sua figlia» (v. 6), unisce mito e astronomia: Giove, padre degli dèi e insieme pianeta, gioisce nel contemplare Venere, la dea dell’amore e il pianeta che porta il suo nome. Il v. 7, «l’aria et l’acqua et la terra è d’amor piena», raccoglie tre elementi del mondo con un solo verbo al singolare, come se formassero un tutto unico, e il v. 8, «ogni animal d’amar si riconsiglia», estende il risveglio a ogni creatura.
La svolta del v. 9 è segnata dalla congiunzione Ma, dall’interiezione lasso e dalla ripresa del verbo del primo verso: a torna risponde tornano, ma a tornare, per il poeta, sono «i piú gravi / sospiri» (vv. 9-10). Laura è indicata con una perifrasi, «quella ch’al ciel se ne portò le chiavi» (v. 11): morendo, ha portato con sé in cielo le chiavi del cuore del poeta, che nessun altro può aprire.
L’ultima terzina ricapitola la primavera in forma di elenco, con due infiniti usati come sostantivi e un diminutivo, «et cantar augelletti, et fiorir piagge, / e ’n belle donne honeste atti soavi» (vv. 12-13), e solo nell’ultimo verso rivela il giudizio del poeta: tutto questo per lui «sono un deserto, et fere aspre et selvagge» (v. 14). La dittologia finale aspre et selvagge e la parola deserto capovolgono il paesaggio sereno delle quartine in un luogo ostile e disabitato.
Interpretazione
Il contrasto tra la gioia della natura e il dolore dell’innamorato è un motivo antico, che la poesia dei trovatori provenzali usava spesso in apertura delle canzoni d’amore, dove il ritorno della primavera invitava a cantare. Petrarca lo rovescia. La natura segue il suo ciclo e ogni anno si rinnova, mentre il poeta ne resta escluso, perché la morte di Laura è definitiva e non conosce ritorni. Il sonetto oppone così il tempo circolare della natura al tempo irreversibile della vita umana.
Il paesaggio luminoso delle quartine, pieno di luce e di amore, diventa nell’ultimo verso un paesaggio desolato. Le cose non sono cambiate: è cambiato lo sguardo di chi le osserva. La bellezza del mondo, che un tempo parlava al poeta della donna amata, ora gli ricorda soltanto la sua assenza, e per questo gli appare vuota come un deserto.
Il sonetto successivo della raccolta, Quel rosignol, che sí soave piagne, riprende la figura dell’usignolo: il suo canto notturno accompagna il lamento del poeta, che solo ora ha capito che la morte può colpire anche una creatura che credeva divina. Il confronto con la canzone Chiare, fresche et dolci acque misura invece la distanza dal passato: là il paesaggio conservava la presenza di Laura, e perfino i fiori che cadevano sembravano dire che lì regnava Amore; qui la stessa natura in fiore non contiene più nulla di lei.