Metrica e struttura
Il testo è un sonetto di endecasillabi con schema ABBA ABBA CDE CDE. Appartiene alla seconda parte del Canzoniere, quella delle rime successive alla morte di Laura, e ne presuppone la scomparsa: gli occhi della donna, che guidavano il poeta, sono ormai spenti.
Le due parti del sonetto usano linguaggi diversi. Le quartine descrivono in modo diretto l’angoscia del tempo: la vita che fugge, la morte che incalza, il passato, il presente e il futuro che tormentano il poeta, fino al pensiero di sottrarsi a questa sofferenza (vv. 7-8). Le terzine traducono la stessa condizione in un’allegoria, quella della navigazione nella tempesta: il ricordo di qualche dolcezza passata (vv. 9-10) lascia subito il posto all’immagine di una nave spinta da venti contrari, con la tempesta anche nel porto, il nocchiero stanco, l’albero e le sartie spezzati e le stelle spente. Il sonetto passa così da un’affermazione generale a un’immagine concreta che ne condensa il senso.
Anche la sintassi distingue le due parti. Le quartine formano un solo periodo costruito per coordinazione, con la congiunzione et ripetuta; nelle terzine domina il verbo veggio, ripetuto ai vv. 11 e 12, da cui dipende una serie di oggetti accompagnati da participi e aggettivi, fino all’ultima parola del testo, spenti.
Lingua e stile
Il primo verso, «La vita fugge, et non s’arresta una hora» (v. 1), personifica la vita come qualcuno che scappa, e il secondo mostra la morte che la insegue: «et la morte vien dietro a gran giornate» (v. 2), dove a gran giornate è un’espressione del linguaggio dei viaggi e delle marce militari che indica tappe lunghe e veloci. Il tempo si divide poi nelle sue tre dimensioni, e l’enumerazione dei vv. 3-4 colloca il futuro in fondo, quasi aggiunto dopo il verbo: «et le cose presenti et le passate / mi dànno guerra, et le future anchora». Nessun momento del tempo offre riposo.
Il v. 5 riduce la stessa idea a due infiniti usati come sostantivi, «e ’l rimembrare et l’aspettar m’accora»: il ricordo e l’attesa sono le due forze che schiacciano il poeta «or quinci or quindi» (v. 6), da una parte e dall’altra. I vv. 7-8, «se non ch’i’ ò di me stesso pietate, / i’ sarei già di questi pensier’ fora», dicono qualcosa di molto grave con un giro di parole reticente. Le forme veritate e pietate, in rima con giornate e passate, sono latinismi che conservano la desinenza antica.
Nelle terzine la metafora della navigazione si sviluppa in un’allegoria completa. Il poeta vede «al mio navigar turbati i vènti» (v. 11) e «fortuna in porto» (v. 12), dove fortuna ha il senso antico di “tempesta”: persino il porto, che dovrebbe essere il luogo del riposo, è in burrasca. Il timoniere è stanco (vv. 12-13), l’albero e le sartie sono spezzati, «rotte arbore et sarte» (v. 13), e le stelle che orientavano la rotta non brillano più: «e i lumi bei che mirar soglio, spenti» (v. 14). Il participio spenti, separato dal suo nome da un’intera proposizione e collocato in fondo al verso dopo una virgola, chiude il sonetto su una parola di buio.
Interpretazione
Il sonetto esprime l’angoscia del tempo dopo la perdita della donna amata. Il passato non consola, perché il ricordo della dolcezza rende più doloroso il presente, e il futuro non promette nulla se non la morte. Nei vv. 7-8 molti interpreti leggono un’allusione al suicidio: il poeta sarebbe già uscito da questi pensieri se non avesse pietà di se stesso, cioè se non lo trattenesse la preoccupazione per la salvezza della propria anima. Petrarca non lo dice apertamente, e la reticenza fa parte del significato del testo.
L’allegoria della nave è antica e diffusa nella letteratura classica e cristiana, dove la vita è una navigazione e il porto rappresenta la fine del viaggio, la pace o la salvezza. Petrarca la rovescia: la tempesta raggiunge anche il porto, e il nocchiero, che molti leggono come immagine della ragione, non ha più forza. I «lumi bei» (v. 14) sono le stelle che guidano i naviganti e insieme gli occhi di Laura, che per il poeta erano l’orientamento della vita e che la morte ha spento.
Il confronto con il sonetto Passa la nave mia colma d’oblio, che appartiene alle rime scritte quando Laura era in vita, mostra come cambia la stessa immagine. Lì la nave del poeta attraversa un mare in tempesta, al timone siede Amore, suo nemico, e i due dolci segni che lo guidavano sono nascosti, tanto che il poeta comincia a disperare di arrivare in porto. In La vita fugge, et non s’arresta una hora quelle luci non sono più nascoste ma spente, e la perdita è diventata definitiva. Il sonetto riprende anche la conclusione del proemio, Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono, sulla brevità delle cose del mondo, ma con un tono che non ha ancora raggiunto la serenità del pentimento.