Metrica e struttura
Il testo è un sonetto di endecasillabi con schema ABAB ABAB CDE CDE. Le quartine hanno rime alternate in -erra (guerra, terra, serra, sferra) e in -accio (ghiaccio, abbraccio, laccio, impaccio); nelle terzine la rima tra altrui (v. 11) e voi (v. 14) è imperfetta, perché le due parole non hanno la stessa vocale accentata.
Nel sonetto non accade nulla: non c’è un racconto, ma una serie di affermazioni contraddittorie che descrivono lo stato del poeta innamorato. La prima quartina presenta la sua condizione con coppie di opposti, la seconda con l’immagine di una prigione che non si apre e non si chiude. La prima terzina aggiunge nuovi paradossi sui sensi e sulla volontà, e la seconda li spinge all’estremo, fino a rifiutare in ugual misura la vita e la morte (v. 13). Solo l’ultimo verso rivela la causa di tutto e la persona a cui il discorso è rivolto: «in questo stato son, donna, per voi» (v. 14). L’accumulo dei tredici versi precedenti prepara questa conclusione, che arriva improvvisa e brevissima.
Lingua e stile
La figura dominante è l’antitesi, cioè l’accostamento di termini opposti, che in molti casi diventa ossimoro. Già il primo verso è diviso in due metà contrapposte, «Pace non trovo, et non ò da far guerra» (v. 1), con una disposizione a chiasmo: nella prima metà il nome precede il verbo, nella seconda lo segue. I versi successivi ripetono lo stesso schema, «et ardo, et son un ghiaccio» (v. 2), «et volo sopra ’l cielo, et giaccio in terra» (v. 3), «et nulla stringo, et tutto ’l mondo abbraccio» (v. 4): ogni verso si spezza in due emistichi, cioè in due metà, che si annullano a vicenda. Il polisindeto, con la congiunzione et ripetuta all’inizio di quasi ogni membro, dà al discorso un andamento martellante, come un elenco che potrebbe non finire mai.
Nelle quartine le parole in rima cadono quasi sempre nella seconda metà di un’antitesi, come guerra (v. 1) e abbraccio (v. 4). Nella seconda strofa il lessico della prigionia, «m’à in pregion» (v. 5), laccio (v. 6), «non mi sferra» (v. 7), impaccio (v. 8), si combina con le negazioni correlative né… né: «né per suo mi riten né scioglie il laccio» (v. 6), «né mi vuol vivo, né mi trae d’impaccio» (v. 8). Il poeta non è libero ma neppure davvero prigioniero, non è vivo ma neppure morto. Il soggetto del v. 5, Tal, resta indeterminato: può indicare la donna oppure Amore, nominato due versi dopo.
Nella prima terzina i paradossi toccano i sensi e la volontà: «Veggio senza occhi, et non ò lingua et grido» (v. 9), «et bramo di perir, et cheggio aita» (v. 10), fino alla contraddizione più profonda, quella tra l’io e l’altro, «et ò in odio me stesso, et amo altrui» (v. 11). Il v. 12 cambia ritmo: «Pascomi di dolor, piangendo rido» elimina le congiunzioni, usa la metafora del nutrirsi di dolore e stringe due contrari in un gerundio e un verbo, piangendo e rido. Il verso successivo, «egualmente mi spiace morte et vita» (v. 13), mette sullo stesso piano i due estremi dell’esistenza.
Interpretazione
Il sonetto rappresenta l’amore come una condizione di contraddizione permanente, che paralizza chi la vive. Non c’è scelta possibile, perché ogni stato convive con il suo contrario: il desiderio di morire con la richiesta di aiuto, l’odio per se stessi con l’amore per un’altra persona. Più che raccontare una storia, Petrarca costruisce un ritratto psicologico per accumulazione, e la precisione quasi geometrica della forma contrasta con il disordine interiore che descrive.
La divisione dell’io è il tema centrale di tutto il Canzoniere, e qui trova una delle sue espressioni più compatte. Poco prima nella raccolta, il sonetto S’amor non è, che dunque è quel ch’io sento? affronta lo stesso problema in forma di domande: se l’amore è un bene, perché produce effetti così aspri, e se è un male, perché ogni tormento è dolce? Anche quel testo si chiude su un’antitesi, con il poeta che trema in piena estate e brucia d’inverno. Dare forma al conflitto senza risolverlo è uno dei tratti più riconoscibili della lirica di Petrarca.
Proprio per la sua struttura, fatta di opposti simmetrici e di versi divisi a metà, questo sonetto divenne uno dei modelli più imitati dai poeti del petrarchismo, che nel Cinquecento ripresero in tutta Europa le antitesi del fuoco e del ghiaccio, della prigione e della libertà. Nelle imitazioni il procedimento rischiava di diventare un gioco retorico, mentre in Petrarca la serie dei contrari non è fine a se stessa: conduce a una persona, la donna dell’ultimo verso, che è insieme la causa del tormento e la destinataria della confessione.