Metrica e struttura
Il testo è una canzone di cinque stanze di tredici versi, seguite da un congedo di tre versi. Le stanze alternano settenari ed endecasillabi secondo lo schema abC abC c deeD fF, in cui le lettere minuscole indicano i settenari e le maiuscole gli endecasillabi. Ogni stanza si divide in una fronte di sei versi, formata da due piedi uguali, e in una sirma di sette versi; il primo verso della sirma, detto chiave, rima con l’ultimo della fronte e fa da collegamento tra le due parti, come gonna (v. 7) con colonna (v. 6). Il congedo (vv. 66-68) riprende la forma degli ultimi tre versi della stanza: un endecasillabo, un settenario e un endecasillabo in rima con il settenario.
La canzone ha un’architettura temporale precisa. La prima stanza (vv. 1-13) è un’invocazione ai luoghi in cui il poeta ha visto la donna; la seconda (vv. 14-26) immagina la sua morte e la sepoltura in quel paesaggio; la terza (vv. 27-39) si spinge nel futuro e immagina la donna che torna in quei luoghi e piange sulla sua tomba; la quarta (vv. 40-52) torna al passato e ricorda una pioggia di fiori caduta su di lei; la quinta (vv. 53-65) descrive l’effetto di quella visione e riporta al presente, con l’amore del poeta per quell’erba. Nel congedo il poeta si rivolge alla canzone stessa.
Lingua e stile
La prima stanza è un unico lungo periodo. Il poeta chiama le acque, un ramo, l’erba e i fiori, l’aria, e ogni vocativo è seguito da una relativa che lega il luogo a una parte del corpo della donna: le belle membra (v. 2), il fianco (v. 6), il seno angelico (v. 9), gli occhi (v. 11). La donna non è descritta direttamente, ma attraverso le tracce che ha lasciato nel paesaggio. Il verbo principale arriva soltanto alla fine della stanza, «date udïenza insieme / a le dolenti mie parole extreme» (vv. 12-13). Già il primo verso, con i tre aggettivi «Chiare, fresche et dolci» (v. 1), fissa il tono: una lingua limpida, fatta di parole comuni e di suoni morbidi.
Il ricordo entra anche nella sintassi, con due incisi fra parentesi, «con sospir’ mi rimembra» (v. 5) e «dolce ne la memoria» (v. 41), che interrompono la descrizione per ricordare che quei momenti vivono ormai nella mente del poeta. La seconda stanza è segnata dal lessico della morte, dal corpo «meschino» (v. 17) al «dubbioso passo» (v. 22), e contiene una rima equivoca tra porto del v. 21, voce del verbo portare, e porto del v. 24, il luogo in cui trova riparo lo spirito. Nella terza stanza la donna è chiamata «fera bella et mansüeta» (v. 29), con un ossimoro che unisce la crudeltà della belva e la dolcezza, e il poeta si immagina ridotto a «terra in fra le pietre» (v. 34).
La quarta stanza è la più celebre. La pioggia di fiori è descritta come al rallentatore dall’anafora di qual, che segue ogni fiore nella sua caduta: «Qual fior cadea sul lembo, / qual su le treccie bionde» (vv. 46-47). La donna siede «humile in tanta gloria» (v. 44), in un’immagine che accosta l’umiltà allo splendore, e la metafora preziosa dei vv. 48-49, «ch’oro forbito et perle / eran quel dí a vederle», trasforma le trecce in gioielli. L’ultimo fiore sembra parlare, «Qui regna Amore» (v. 52), e la natura intera diventa un segno della presenza dell’amore.
Nella quinta stanza il discorso diretto rende lo stupore del poeta: prima l’esclamazione «Costei per fermo nacque in paradiso» (v. 55), poi la domanda «Qui come venn’io, o quando?» (v. 62). Il polisindeto dei vv. 57-58, «il divin portamento / e ’l volto e le parole e ’l dolce riso», accumula i tratti della donna che hanno riempito il poeta di oblio, fino al verso che fissa l’illusione, «credendo esser in ciel, non là dov’era» (v. 63).
Interpretazione
Secondo l’interpretazione più diffusa, il paesaggio della canzone è quello di Valchiusa, in Provenza, presso le sorgenti del fiume Sorga, dove Petrarca visse a lungo. Il testo però non descrive i luoghi per come sono, ma per ciò che rappresentano: sono sacri perché Laura li ha toccati, come dice l’«aere sacro, sereno» del v. 10.
La canzone si muove tra memoria e immaginazione. Il poeta sogna di morire e di essere sepolto dove ha amato, poi immagina che la donna, tornando, lo cerchi con lo sguardo e pianga per lui: nella fantasia la donna, che nella realtà resta lontana, diventa pietosa. Quando infine il ricordo della pioggia di fiori lo porta a credersi in paradiso, il poeta riconosce di essere stato «diviso / da l’imagine vera» (vv. 59-60), cioè separato dalla realtà: l’estasi è dolce, ma è anche un’illusione. Il congedo chiude con una formula di modestia, perché la canzone, povera di ornamenti, dovrebbe restare nel bosco; ma l’arte raffinata del testo smentisce questa umiltà.
Per la scena della pioggia di fiori si richiama spesso il canto XXX del Purgatorio, dove Beatrice appare a Dante dentro una nuvola di fiori gettati dagli angeli. Petrarca trasferisce quell’apparizione in un paesaggio naturale e la lega a un ricordo personale anziché a una visione religiosa. Il ritratto di Laura come creatura celeste, affidato alla memoria, torna nel sonetto Erano i capei d’oro a l’aura sparsi.