Metrica e struttura
Il testo è un sonetto di endecasillabi con schema ABBA ABBA CDE DCE. Nelle quartine le rime in -arsi (sparsi, scarsi, farsi, arsi) collegano l’immagine dei capelli sciolti al vento con il fuoco d’amore che chiude la seconda strofa, mentre le rime in -ea (avolgea, ardea, parea, avea) raccolgono i verbi all’imperfetto che descrivono la scena.
Il sonetto è costruito sul confronto tra due tempi. Le quartine ricordano il passato con verbi all’imperfetto, come Erano (v. 1) e ardea (v. 3), e con il passato remoto arsi (v. 8), che segna l’istante dell’innamoramento. Il presente irrompe due volte con l’avverbio or: al v. 4, a proposito degli occhi «ch’or ne son sì scarsi», e al v. 13, «se non fosse or tale». La prima quartina ritrae i capelli e lo sguardo della donna, la seconda il suo volto e l’effetto che produsse sul poeta; la prima terzina ne descrive il portamento e la voce, sovrumani; l’ultima riassume l’apparizione in due immagini e chiude con una sentenza che riporta tutto al presente: anche se la bellezza di un tempo è sfiorita, la ferita d’amore non guarisce.
Lingua e stile
Il primo verso, «Erano i capei d’oro a l’aura sparsi» (v. 1), contiene un gioco di suoni che attraversa tutto il Canzoniere: in l’aura, cioè la brezza, risuona il nome di Laura, che Petrarca scrive di rado per esteso e preferisce evocare attraverso parole simili nel suono, come l’aura, lauro e l’oro. L’imperfetto in apertura dà alla scena la lontananza di un ricordo.
Il ritratto segue i modelli della poesia stilnovistica, ma con una nuova attenzione al movimento. I capelli non sono fermi: il vento li avvolge in «mille dolci nodi» (v. 2), e i nodi sono insieme i riccioli e i legami che imprigionano l’innamorato. La luce degli occhi «oltra misura ardea» (v. 3), con un’iperbole che anticipa la metafora del fuoco. Nella seconda quartina il poeta ammette di non sapere se il volto della donna mostrasse davvero compassione, «non so se vero o falso, mi parea» (v. 6): il ricordo è attraversato dal dubbio. Poi si descrive come un materiale pronto a incendiarsi, «i’ che l’esca amorosa al petto avea» (v. 7), dove l’esca è la sostanza secca usata per accendere il fuoco, e chiude la strofa con una domanda retorica, «qual meraviglia se di sùbito arsi?» (v. 8).
Nelle terzine la bellezza della donna supera i limiti umani. Il v. 9 nega e il v. 10 afferma: «Non era l’andar suo cosa mortale, / ma d’angelica forma» (vv. 9-10), e l’enjambement mette in rilievo la natura angelica della figura. L’idea del passo che rivela una creatura divina ricorda un verso dell’Eneide di Virgilio, in cui Venere si fa riconoscere come dea dal modo di camminare. Anche la voce, al v. 11, suona diversa da quella di una persona comune. Il v. 12 accosta per asindeto due metafore, «uno spirto celeste, un vivo sole», e il sonetto si chiude con un verso di tono proverbiale, «piagha per allentar d’arco non sana» (v. 14): una ferita non guarisce per il fatto che l’arco da cui è partita la freccia si è allentato.
Interpretazione
Il sonetto mette a confronto la donna del ricordo e quella del presente. Gli occhi oggi sono poveri della luce di un tempo, e il v. 13 lascia intendere che la donna non abbia più l’aspetto di allora. Il poeta però afferma che il suo amore non dipende dalla bellezza presente: l’apparizione del passato ha aperto una ferita che il tempo non rimargina. Il testo diventa così una dichiarazione di fedeltà e insieme una riflessione sulla forza della memoria, che conserva intatta un’immagine anche quando la realtà è cambiata.
La figura di Laura eredita molti tratti della donna angelo degli stilnovisti. Nel sonetto Chi è questa che ven ch’ogn’om la mira Guido Cavalcanti descrive una donna che fa tremare l’aria di luce e davanti alla quale nessuno riesce a parlare, perché la mente umana non è abbastanza alta per conoscerla davvero. In Petrarca, però, la creatura celeste resta un’esperienza terrena e personale: la sua natura divina è affermata attraverso il filtro del ricordo e del dubbio, e invece di condurre il poeta verso Dio alimenta una passione che continua a ferire.
Un ritratto simile torna nella canzone Chiare, fresche et dolci acque, dove le trecce bionde della donna, sotto una pioggia di fiori, sembrano al poeta oro e perle, e il ricordo è così intenso da fargli credere di trovarsi in cielo. In entrambi i testi la bellezza di Laura vive soprattutto nella memoria, che è il luogo in cui il poeta continua ad amarla.