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Analisi

Analisi: Benedetto sia 'l giorno, e 'l mese, e l’anno

Metrica e struttura

Il testo è un sonetto di endecasillabi con schema ABBA ABBA CDC DCD: le quartine hanno rime incrociate, le terzine due sole rime alternate. Tra le parole in rima c’è una rima equivoca, cioè tra due parole uguali nella forma ma diverse nel significato: al v. 2 punto indica l’istante, al v. 7 è il participio di pungere e significa “ferito”.

Il sonetto è costruito come un’unica, lunga benedizione. La formula ritorna in apertura di ogni strofa, con piccole variazioni: Benedetto (v. 1), benedetto (v. 5), Benedette (v. 9), benedette (v. 12). Questa anafora divide il testo in quattro parti, ciascuna dedicata a un gruppo di elementi. La prima quartina benedice il tempo e il luogo dell’incontro; la seconda le ferite d’amore, dal primo turbamento alle piaghe che arrivano al cuore; la prima terzina le parole, i sospiri e le lacrime del poeta; l’ultima le pagine in cui scrive della donna e il pensiero che le dedica. Il percorso va dalle circostanze esterne alla vita interiore del poeta, e da questa alla poesia, che di quella vita è il frutto. Il verbo compare soltanto al v. 1, sia, e al v. 12, sian: tutto il resto è una serie di soggetti che dipendono dalla stessa esclamazione.

Lingua e stile

L’intero sonetto si regge sul polisindeto, la ripetizione della congiunzione e, che aggiunge un elemento dopo l’altro e dà al testo il ritmo di una litania. Nei primi due versi l’enumerazione del tempo compie un doppio movimento: «’l giorno, e ’l mese, e l’anno» (v. 1) si allarga dal giorno all’anno, mentre «e la stagione, e ’l tempo, e l’ora, e ’l punto» (v. 2) si restringe fino all’istante preciso. Il v. 3 passa allo spazio, dal bel paese al loco esatto in cui il poeta fu raggiunto «da’ duo begli occhi che legato m’hanno» (v. 4), dove gli occhi, per sineddoche, rappresentano l’intera persona della donna.

La seconda quartina riprende le immagini tradizionali di Amore arciere: «l’arco, e le saette ond’i' fui punto, / e le piaghe che ’nfin al cor mi vanno» (vv. 7-8). All’inizio della strofa l’espressione «il primo dolce affanno» (v. 5) accosta due parole di senso opposto e riassume in un ossimoro il significato di tutto il sonetto: la sofferenza d’amore è accettata e perfino celebrata.

Nelle terzine l’attenzione passa a ciò che il poeta produce. Le «voci tante» (v. 9) sono le parole sparse chiamando il nome della donna, un nome che però nel sonetto non viene mai scritto; l’enjambement tra i vv. 9 e 10 fa cadere in rima il pronome io e sospende la frase proprio sul soggetto che parla. Il v. 11 ripete lo schema dell’elenco, «e i sospiri, e le lagrime, e ’l desio», e raccoglie i segni esteriori e interiori della passione.

L’ultima terzina introduce il tema della fama. Le «carte / ov’io fama l’acquisto» (vv. 12-13) sono le pagine che rendono celebre la donna, e il sonetto si chiude sull’esclusività del pensiero amoroso: «ch’è sol di lei, sì ch’altra non v’ha parte» (v. 14). La rima finale parte richiama sparte (v. 10) e carte (v. 12): le parole disperse, le pagine scritte e un pensiero che non lascia spazio ad altre sono uniti anche dal suono.

Interpretazione

Il sonetto rovescia un motivo antico, la maledizione del giorno della propria nascita o della propria sventura, che si legge per esempio nel libro biblico di Giobbe. Qui tutto ciò che ha provocato il dolore viene invece benedetto, con una formula che ricorda il linguaggio della preghiera. Il poeta non chiede di essere liberato dalla sofferenza, ma la accetta come parte di un’esperienza che dà senso alla sua vita e alla sua scrittura.

Il testo dialoga con altri sonetti della raccolta. Il giorno benedetto è lo stesso di Era il giorno ch’al sol si scoloraro, dove gli occhi della donna legano il poeta come qui al v. 4. Subito dopo, il sonetto Padre del ciel, dopo i perduti giorni presenta il rovescio di questa esaltazione: il poeta chiede a Dio di ricondurlo a un’altra vita, ricorda che si compie l’undicesimo anno della sua sottomissione al giogo spietato dell’amore e considera perduti proprio i giorni che qui benedice. Accostando i due testi, Petrarca mette in scena l’oscillazione che attraversa tutto il Canzoniere, tra l’adesione piena alla passione e il pentimento.

Anche l’ultima terzina ha un peso particolare. Il poeta attribuisce alle sue pagine il potere di rendere famosa la donna amata: amore e poesia coincidono, e la gloria della donna cantata si confonde con quella del poeta che la canta. Nel Canzoniere questo intreccio passa spesso attraverso il gioco tra il nome di Laura e il lauro, la pianta dell’alloro con cui si incoronavano i poeti; Petrarca stesso ricevette la corona poetica a Roma, in Campidoglio, nel 1341. Qui il gioco resta implicito, ma la benedizione finale delle pagine scritte mostra che per Petrarca l’esperienza amorosa conta anche per ciò che diventa nella poesia.