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Analisi

Analisi: Solo et pensoso i piú deserti campi

Metrica e struttura

Il testo è un sonetto di endecasillabi con schema ABBA ABBA CDE CDE. Nelle quartine le rime in -ampi (campi, stampi, scampi, avampi) e in -enti (lenti, intenti, genti, spenti) collegano alcune parole chiave del testo: gli spazi deserti, le tracce umane da evitare, lo sguardo degli altri, il fuoco interiore.

Il sonetto procede in tre momenti. Nella prima quartina il poeta descrive il suo vagare solitario e la cura con cui evita ogni luogo frequentato. Nella seconda ne spiega la ragione: fuggire gli sguardi della gente, che potrebbe leggere sul suo volto la passione che lo consuma. La prima terzina trae una conseguenza, introdotta da «sì ch’io mi credo» (v. 9): la natura è ormai la sola testimone della sua vita segreta. L’ultima terzina, aperta da Ma pur (v. 12), rovescia la situazione, perché per quanto il poeta si allontani non riesce a sfuggire ad Amore, che lo accompagna ovunque. Il testo va quindi dall’esterno all’interno, dallo spazio percorso a piedi al dialogo con un compagno che il poeta porta dentro di sé.

Lingua e stile

Il primo verso si apre con due aggettivi, «Solo et pensoso» (v. 1), che descrivono la condizione del poeta prima ancora che compaia il verbo. Il complemento oggetto, «i piú deserti campi», precede il verbo vo mesurando, collocato all’inizio del v. 2. Questa inversione dell’ordine abituale e la perifrasi formata da andare con il gerundio rallentano la frase e danno l’idea di un’azione lunga e ripetuta, come se il poeta misurasse lo spazio con i suoi passi. La dittologia «passi tardi et lenti» (v. 2), con due aggettivi di significato vicino, rende anche nel ritmo la lentezza del cammino.

Il lessico ha una patina latina: «vestigio human l’arena stampi» (v. 4) indica l’orma di un piede umano impressa nella sabbia, perché vestigio è l’impronta e arena il terreno sabbioso; il verbo stampi fa immaginare l’orma come un segno inciso. Allo stesso modo schermo (v. 5) significa riparo, difesa.

La seconda quartina si regge su un’antitesi tra fuori e dentro. I gesti del poeta sono spenti, privi di allegria (v. 7), mentre dentro di lui c’è un incendio, «com’io dentro avampi» (v. 8). Le parole di fuor e dentro, nello stesso verso, rendono visibile la contrapposizione, e il verbo si legge presenta il volto come una pagina su cui gli altri possono decifrare i sentimenti nascosti.

Nella prima terzina il polisindeto, cioè la ripetizione della congiunzione, allinea gli elementi del paesaggio, «monti et piagge / et fiumi et selve» (vv. 9-10), e li personifica: la natura sa «di che tempre / sia la mia vita» (vv. 10-11), cioè di quale qualità sia la vita che il poeta nasconde agli altri. Nell’ultima terzina la ripetizione di sí in «sí aspre vie né sí selvagge» (v. 12) insiste sulla durezza dei luoghi, e il verso finale, «ragionando con meco, et io co’llui» (v. 14), chiude il sonetto con una simmetria: il colloquio è reciproco, e l’io e Amore stanno uno accanto all’altro nello stesso verso.

Interpretazione

Il sonetto è il testo più rappresentativo della solitudine petrarchesca. Il poeta fugge la società per nascondere una passione che teme di mostrare, ma la fuga non porta pace: la causa del tormento non è fuori di lui, e Amore lo segue anche nei luoghi più selvaggi. La solitudine diventa allora lo spazio dell’introspezione, in cui il poeta parla con la propria passione e quindi con se stesso. Il paesaggio è nominato con precisione, ma non viene descritto: monti, fiumi e boschi contano come testimoni e specchio di uno stato d’animo.

Dietro la figura di chi vaga evitando le tracce degli uomini i commentatori riconoscono il ricordo di Bellerofonte, l’eroe omerico che, odiato dagli dèi, errava solo per una pianura deserta, e che Petrarca conosceva attraverso la traduzione latina di quei versi fatta da Cicerone. Rispetto al modello, però, la solitudine non è soltanto una condanna: il poeta la cerca, perché è l’unica condizione in cui può restare con il proprio pensiero dominante.

Lo stesso motivo torna nella canzone Di pensier in pensier, di monte in monte, dove Amore guida il poeta per luoghi solitari e l’anima trova un po’ di quiete soltanto su una piaggia deserta, presso un ruscello o una fonte, o in una valle ombrosa. Secoli dopo Giacomo Leopardi, ne Il passero solitario, descrive un uccello che, mentre intorno la primavera fa festa, osserva tutto pensoso e in disparte, e riconosce in lui la propria vita, lontana dalla gioventù del paese: l’aggettivo con cui Leopardi presenta il passero è lo stesso che apre il sonetto di Petrarca.