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Analisi

Analisi: Movesi il vecchierel canuto et biancho

Metrica e struttura

Il testo è un sonetto di endecasillabi con schema ABBA ABBA CDE CDE. Le rime delle quartine si dividono tra quelle in -anco (biancho, manco, fianco, stanco), che richiamano quasi tutte la debolezza del corpo, e quelle in -ita (fornita, sbigottita, vita, aita), legate alla vita che si conclude e allo sforzo di andare avanti.

Tutto il sonetto è costruito come una grande similitudine. Le quartine e la prima terzina, cioè undici versi, descrivono il viaggio di un vecchio pellegrino verso Roma; solo l’ultima terzina, aperta da cosí (v. 12), rivela che quella scena era il primo termine di un paragone e lo applica al poeta. Manca il come iniziale: il lettore segue il racconto senza sapere dove lo porterà, e la sorpresa arriva con il secondo termine, molto più breve del primo.

La narrazione segue con ordine le tappe del viaggio: la partenza dalla casa e dalla famiglia (vv. 1-4), il cammino faticoso negli ultimi giorni della vita (vv. 5-8), l’arrivo a Roma e lo scopo del pellegrinaggio (vv. 9-11). I verbi principali, tutti al presente, scandiscono questo movimento, da Movesi (v. 1) a s’aita (v. 7) e viene (v. 9), e l’intero sonetto forma un solo periodo, articolato dai punti e virgola e chiuso dai due punti che introducono il paragone.

Lingua e stile

La figura del vecchio è descritta con partecipazione affettuosa. I diminutivi «vecchierel» (v. 1) e «famigliuola» (v. 3) esprimono tenerezza e compassione, e le espressioni del lessico familiare, il «dolce loco» (v. 2) e il «caro padre» (v. 4), fanno sentire quanto costi la partenza. La coppia «canuto et biancho» (v. 1) è una dittologia, cioè l’accostamento di due termini di significato quasi uguale, che insiste sulla vecchiaia; la famiglia è «sbigottita» (v. 3), smarrita davanti a una scelta che la priva del padre.

La fatica del viaggio è resa con immagini concrete. Il vecchio trascina «l’antiquo fianco» (v. 5), si sostiene con la sola forza della volontà, «quanto piú pò, col buon voler s’aita» (v. 7), ed è «rotto dagli anni, et dal camino stanco» (v. 8). In quest’ultimo verso i due membri sono disposti a chiasmo: al participio seguito dal complemento risponde un complemento seguito dall’aggettivo. Nell’espressione «l’extreme giornate di sua vita» (v. 6) la parola giornate indica sia i giorni della vita sia le tappe di un viaggio, e fa coincidere il pellegrinaggio con la fine dell’esistenza.

Lo scopo del viaggio è indicato con una perifrasi: il vecchio va a Roma «per mirar la sembianza di colui / ch’ancor lassú nel ciel vedere spera» (vv. 10-11). Colui che spera di vedere un giorno in cielo è Cristo, e la sua immagine è quella della Veronica, il velo conservato a Roma su cui, secondo la tradizione, sarebbe rimasto impresso il volto di Gesù.

Nell’ultima terzina il tono cambia. L’interiezione lasso (v. 12) e il vocativo donna (v. 13) portano il discorso sul piano personale, mentre l’avverbio talor (v. 12) e l’inciso «quanto è possibile» (v. 13) limitano la ricerca del poeta, che è saltuaria e destinata a restare incompleta. L’ultimo verso, «la disïata vostra forma vera» (v. 14), rallenta la lettura con la dieresi di disïata e con gli aggettivi disposti prima e dopo il nome, e affida all’ultima parola, vera, il senso di tutto il sonetto.

Interpretazione

Il paragone tra il pellegrino e l’innamorato è audace e ambiguo. Da una parte innalza la donna amata, perché il desiderio di rivederne il volto viene accostato alla devozione di chi affronta un lungo viaggio per contemplare l’immagine di Cristo. Dall’altra rivela un pericolo che attraversa tutto il Canzoniere: l’amore per una creatura terrena può prendere il posto che spetterebbe a Dio. La differenza tra i due termini del paragone è netta. Il vecchio lascia tutto ciò che ama e il suo viaggio è orientato verso il cielo, dove spera di vedere davvero il volto di Cristo; il poeta invece cerca la donna «in altrui» (v. 13), nell’aspetto di altre persone, e trova soltanto somiglianze imperfette.

Il sonetto mette così a confronto l’immagine e il modello. Come la Veronica è un’impronta del volto di Cristo, le altre donne offrono al poeta soltanto copie parziali della «forma vera» (v. 14) di Laura. Diversi commentatori hanno letto nell’aggettivo vera un richiamo alla Veronica, il cui nome nel Medioevo veniva spiegato come “vera immagine”.

Un’immagine molto simile si trova nel canto XXXI del Paradiso di Dante, dove il poeta, mentre contempla san Bernardo, si paragona a un pellegrino giunto forse dalla Croazia per vedere la Veronica, che non si sazia di guardarla e si domanda se il volto di Cristo fosse davvero così. In Dante il paragone accompagna l’ultima tappa dell’ascesa verso Dio; Petrarca lo riprende per descrivere la ricerca di una donna, e in questo spostamento dal sacro al profano sta la novità del sonetto.