Cosa succede
Nesso non ha ancora riattraversato il fiume quando Dante e Virgilio entrano in un bosco senza sentieri, nel secondo girone del settimo cerchio. Le foglie sono scure, i rami nodosi e contorti, e al posto dei frutti ci sono spine velenose. Vi fanno il nido le Arpie, mostri con ali larghe e volto umano, che lanciano lamenti dagli alberi.
Dante sente lamenti ovunque ma non vede nessuno. Su invito di Virgilio spezza un ramoscello da un grande pruno, e dal tronco escono insieme sangue e parole: quelle piante erano uomini. Virgilio si scusa con l’anima ferita e la invita a dire chi fu, perché Dante possa rinnovarne la fama nel mondo.
L’anima racconta di essere stata il consigliere più fidato di Federico II, di cui custodiva i segreti, e di averlo servito con tanta fedeltà da perderne il sonno e le forze. L’invidia della corte gli mise contro tutti, e anche l’imperatore; credendo di sfuggire al disprezzo con la morte, si uccise. Giura di non aver mai tradito il suo signore e chiede che la sua memoria sia difesa. Poi spiega la sorte dei suicidi: Minosse li getta nel bosco, dove germogliano e diventano piante; le Arpie ne mangiano le foglie e provocano dolore e lamenti. Dopo il giudizio universale non riprenderanno i loro corpi, ma li appenderanno ciascuno al proprio albero.
Un rumore di caccia interrompe il colloquio. Due dissipatori nudi fuggono inseguiti da nere cagne: il primo, Lano, invoca la morte; il secondo, Giacomo da Sant’Andrea, si nasconde in un cespuglio, ma le cagne lo sbranano e ne portano via le membra. Il cespuglio, ferito, si lamenta e chiede ai poeti di raccogliere le sue foglie: è un fiorentino che si impiccò nella propria casa.
Perché è importante
Il canto punisce i violenti contro se stessi con una pena che rovescia la loro colpa: chi ha rifiutato il proprio corpo perde anche la forma umana e non potrà riaverla. L’anima che parla è Pier delle Vigne, funzionario e poeta alla corte di Federico II, caduto in disgrazia e morto suicida in carcere. Il suo discorso, pieno di figure retoriche, ricalca lo stile elaborato della cancelleria imperiale. La pietà che impedisce a Dante di interrogarlo richiama quella provata per Francesca nel canto V.
Il canto riscrive un episodio dell’Eneide, dove Enea spezza un arbusto da cui esce la voce di Polidoro, e riprende le Arpie dallo stesso poema. Il fiorentino anonimo lega l’episodio al canto XIV, che si apre con Dante che raccoglie le sue foglie per amore della città natale, mentre Nesso collega il bosco al fiume di sangue del canto XII.
Passi da ricordare
«Io credo che ei credette ch’i’ credesse» (v. 25): la ripetizione del verbo anticipa lo stile contorto di Pier delle Vigne e rende lo smarrimento di Dante.
«Uomini fummo, e or siam fatti sterpi» (v. 37): il suicida riassume in un verso la trasformazione subita.
«ingiusto fece me contra me giusto» (v. 72): l’anima, innocente del tradimento, riconosce di essere stata ingiusta solo contro se stessa.
«Io fei giubbetto a me de le mie case» (v. 151): il fiorentino anonimo dice di aver trasformato la propria casa in una forca.