Cosa succede
All’ingresso del quarto cerchio Pluto accoglie i poeti con parole oscure e rabbiose. Virgilio rassicura Dante e zittisce il demonio, chiamandolo lupo maledetto e ricordando che il viaggio è voluto in cielo; Pluto crolla come le vele quando si spezza l’albero.
Qui sono puniti insieme avari e prodighi. Divisi in due schiere, spingono con il petto grandi pesi lungo metà del cerchio; quando si scontrano si rinfacciano la colpa gridando «Perché tieni?» e «Perché burli?», poi tornano indietro fino al punto opposto. Molti avari, con la tonsura, furono chierici, papi e cardinali, ma Virgilio spiega che la loro vita li ha resi irriconoscibili.
Dante chiede che cosa sia la Fortuna, a cui sono affidati i beni del mondo. Virgilio risponde che, come Dio ha dato ai cieli delle guide che distribuiscono la luce, così ha stabilito una ministra che sposta a suo tempo le ricchezze da un popolo all’altro, oltre ogni resistenza umana. Gli uomini la maledicono, ma lei, beata tra le creature celesti, non li ascolta e fa girare la sua sfera.
Poiché il tempo stringe, i due attraversano il cerchio fino a una sorgente bollente che si versa in un fossato scuro e scendono fino alla palude chiamata Stige, nel quinto cerchio. Gli iracondi, nudi e coperti di fango, si colpiscono con mani, testa, petto e piedi e si mordono a brani. Virgilio spiega che sotto l’acqua altre anime, gli accidiosi secondo la lettura più diffusa, sospirano facendo ribollire la superficie: furono tristi nella luce del sole e ora gorgogliano le loro parole nel fango. Girando intorno alla palude, i due arrivano ai piedi di una torre.
Perché è importante
Il canto accosta due colpe opposte, l’avarizia e la prodigalità, entrambe incapaci di usare i beni con misura, e le punisce con la stessa fatica inutile. La presenza di tanti ecclesiastici tra gli avari anticipa la polemica contro la corruzione della Chiesa che tornerà con i simoniaci nel canto XIX. Il discorso sulla Fortuna trasforma una dea pagana, capricciosa e cieca, in un’intelligenza celeste al servizio della provvidenza: ciò che agli uomini appare ingiusto risponde a un ordine che essi non comprendono.
Con lo Stige inizia la palude che circonda la città di Dite. La torre su cui si chiude il canto è il punto da cui riparte il canto VIII, con i segnali di fuoco e la barca di Flegias, mentre gli iracondi immersi nel fango torneranno con Filippo Argenti. Nel canto XI Virgilio spiegherà perché queste anime sono punite fuori dalle mura di Dite.
Passi da ricordare
«Papè Satán, papè Satán aleppe!» (v. 1): le parole incomprensibili di Pluto, su cui i commentatori non concordano, rendono la sua natura bestiale.
«che è occulto come in erba l’angue» (v. 84): il giudizio della Fortuna è nascosto agli uomini come un serpente nell’erba.
«Tristi fummo / ne l’aere dolce che dal sol s’allegra» (vv. 121-122): chi fu triste in una vita piena di luce resta ora immerso nel fango scuro.