Libri di dominio pubblico

Il Giorno

Il Mattino seconda edizione

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Il Mattino (seconda edizione)

Sorge il mattino in compagnia dell’albadinanzi al sol che di poi grande apparesu l’estremo orizzonte a render lietigli animali e le piante e i campi e l’onde.Allora il buon villan sorge dal caroletto cui la fedel moglie e i minorisuoi figlioletti intiepidìr la notte:poi sul dorso portando i sacri arnesiche prima ritrovò Cerere o Palemove seguendo i lenti bovi, e scotelungo il picciol sentier dai curvi ramifresca rugiada che di gemme al parola nascente del sol luce rifrange.Allora sorge il fabbro, e la sonanteofficina riapre, e all’opre tornal’altro dì non perfette; o se di chiaveardua e ferrati ingegni all’inquietoricco l’arche assecura; o se d’argentoe d’oro incider vuol gioielli e vasiper ornamento a nova sposa o a mense.
Ma che? Tu inorridisci e mostri in capoqual istrice pungente irti i capellial suon di mie parole? Ah il tuo mattinosignor questo non è. Tu col cadentesol non sedesti a parca cena, e al lumedell’incerto crepuscolo non gistiieri a posar qual nei tuguri suoientro a rigide coltri il vulgo vile.A voi celeste prole a voi concilioalmo di semidei altro concesseGiove benigno: e con altr’arti e leggiper novo calle a me guidarvi è d’uopo.Tu tra le veglie e le canore scenee il patetico gioco oltre più assaiproducesti la notte: e stanco alfinein aureo cocchio col fragor di caldeprecipitose rote e il calpestiodi volanti corsier lunge agitastiil queto aere notturno; e le tenèbrecon fiaccole superbe intorno apristisiccome allor che il siculo terrenoda l’uno a l’altro mar rimbombar féoPluto col carro a cui splendeano innanzile tede de le Furie anguicrinite.Tal ritornasti ai gran palagi: e quivicari conforti a te porgea la mensacui ricoprien prurigginosi cibie licor lieti di francesi collie d’ispani e di toschi o l’ungaresebottiglia a cui di verdi ellere Bromioconcedette corona, e disse «Or siedide le mense reina». Alfine il Sonnoti sprimacciò di propria man le cóltricimolle cedenti, ove te accolto il fidoservo calò le ombrifere cortine:e a te soavemente i lumi chiuseil gallo che li suole aprire altrui.Dritto è però che a te gli stanchi sensidai tenaci papaveri Morfeoprima non solva che già grande il giornofra gli spiragli penetrar contendade le dorate imposte; e la paretepingano a stento in alcun lato i raidel sol ch’eccelso a te pende sul capo.
Or qui principio le leggiadre curedenno aver del tuo giorno: e quindi io deggiosciorre il mio legno, e co' precetti mieite ad alte imprese ammaestrar cantando.Già i valetti gentili udìr lo squillode' penduli metalli a cui da lungemoto improvviso la tua destra impresse;e corser pronti a spalancar gli oppostischermi a la luce; e rigidi osservaroche con tua pena non osasse Feboentrar diretto a saettarte i lumi.Ergi dunque il bel fianco, e sì ti appoggiaalli origlier che lenti degradandoall’omero ti fan molle sostegno;e coll’indice destro lieve lievesovra gli occhi trascorri; e ne dileguaquel che riman de la cimmeria nebbia;poi de' labbri formando un picciol arcodolce a vedersi tacito sbadiglia.Ahi se te in sì vezzoso atto mirasseil duro capitan quando tra l’armesgangherando la bocca un grido innalzalacerator di ben costrutti orecchi,s’ei te mirasse allor, certo vergognaavria di sé più che Minerva il giornoche di flauto sonando al fonte scorseil turpe aspetto de le guance enfiate.
Ma il damigel ben pettinato i criniEcco s’innoltra; e con sommessi accentichiede qual più de le bevande usatesorbir tu goda in preziosa tazza.Indiche merci son tazza e bevande:scegli qual più desii. S’oggi a te giovaporger dolci allo stomaco fomentionde con legge il natural calorev’arda temprato, e al digerir ti vaglia,tu il cioccolatte eleggi, onde tributoti diè il Guatimalese e il Caribeoche di barbare penne avvolto ha il crine:ma se noiosa ipocondria ti opprime,o troppo intorno a le divine membraadipe cresce, de’ tuoi labbri onorala nettarea bevanda ove abbronzatoarde e fumica il grano a te d’Aleppogiunto e da Moca che di mille navipopolata mai sempre insuperbisce.Certo fu d’uopo che dai prischi seggiuscisse un regno, e con audaci velefra straniere procelle e novi mostrie teme e rischi ed inumane famisuperasse i confin per tanta etadeinviolati ancora: e ben fu drittose Pizzarro e Cortese umano sanguepiù non stimàr quel ch’oltre l’oceànoscorrea le umane membra; e se tonandoe fulminando alfin spietatamentebalzaron giù dai grandi aviti tronire messicani e generosi Incassi,poi che nuove così venner delizieo gemma degli eroi al tuo palato.
Cessi ‘l cielo però che, in quel momentoche le scelte bevande a sorbir prendi,servo indiscreto a te improvviso annuncio il villano sartor che non ben pagod’aver teco diviso i ricchi drappi,oso sia ancor con polizza infinitafastidirti la mente; o di lugùbripanni ravvolto il garrulo forensecui de’ paterni tuoi campi e tesoriil periglio s’affida; o il tuo castaldoche già con l’alba a la città discesebianco di gelo mattutin la chioma.Così zotica pompa i tuoi maggiorial dì nascente si vedean d’intorno:ma tu gran prole in cui si féo scendendoe più mobile il senso e più gentileah sul primo tornar de’ lievi spirtiall’uficio diurno ah non ferirlid’imagini sì sconce! Or come i dettidi costor soffrirai barbari e rudi;come il penoso articolar di vocismarrite titubanti al tuo cospetto;e tra l’obliquo profondar d’inchinidel calzar polveroso in su i tapetile impresse orme indecenti? Ahimè che fattoil salutar licore agro e indigestone le viscere tue te allor fariae in casa e fuori e nel teatro e al corsoruttar plebeiamente il giorno intero!
Non fia che attenda già ch’altri lo annunci,gradito ognor benché improvviso, il dolcemastro che il tuo bel piè come a lui piaceguida e corregge. Egli all’entrar s’arrestiritto sul limitare, indi elevandoambe le spalle qual testudo il collocontragga alquanto, e ad un medesmo tempoil mento inchini, e con l’estrema faldadel piumato cappello il labbro tocchi.E non men di costui facile al lettodel mio signor t’innoltra o tu che addestria modular con la flessibil vocesoavi canti; e tu che insegni altruicome vibrar con maestrevol arcosul cavo legno armoniose fila.Né la squisita a terminar coronache segga intorno a te manchi o signoreil precettor del tenero idiomache da la Senna de le Grazie madrepur ora a sparger di celeste ambrosiavenne all’Italia nauseata i labbri.All’apparir di lui l’itale vocitronche cedano il campo al lor tiranno:e a la nova inefabil melodiade’ sovrumani accenti odio ti nascapiù grande in sen contro a le bocche impurech’osan macchiarse ancor di quel sermoneonde in Valchiusa fu lodata e piantagià la bella francese; e i culti campiall’orecchio de i re cantati furolungo il fonte gentil da le bell’acque.Or te questa o signor leggiadra schieraal novo dì trattenga: e di tue voglieirresolute ancora or quegli or questicon piacevol discorso il vano adempia,mentre tu chiedi lor tra i lenti sorsidell’ardente bevanda a qual cantorenel vicin verno si darà la palmasovra le scene; e s’egli è il ver che riedal’astuta Frine che ben cento follimilordi rimandò nudi al Tamigi;o se il brillante danzator Narcissotorni pur anco ad agghiacciare i pettide’ palpitanti italici mariti.Così poi gran pezzo ai novi alboridel tuo mattin teco scherzato fianon senza aver da te rimosso in primal’ipocrita pudore e quella schifache le accigliate gelide matronechiaman modestia, alfine o a lor talentoo da te congedati escan costoro.Doman quindi potrai o l’altro forsegiorno ai precetti lor porgere orecchiose a' bei momenti tuoi cure minoriporranno assedio. A voi divina schiattapiù assai che a noi mortali il ciel concessedomabile midollo entro al cerèbro,sì che breve lavoro unir vi puoteampio tesor d’ogni scienza ed arte.Il vulgo intanto a cui non lice il veloaprir de’ venerabili misterifie pago assai poi che vedrà soventeire o tornar dal tuo palagio i primid’arte maestri; e con aperte faucistupefatto berà le tue sentenze.
Ma già vegg’io che le oziose lanepremer non sai più lungamente: e in vanote l’ignavo tepor lusinga e molce,però che te più gloriosi affanniaspettan l’ore ad illustrar del giorno.O voi dunque del primo ordine serviche di nobil signor ministri al fiancosiete incontaminati, or dunque voial mio divino Achille al mio Rinaldol’armi apprestate. Ed ecco in un balenoi damigelli a’ cenni tuoi star pronti.Già ferve il gran lavoro. Altri ti vestela serica zimarra, ove bei fregidiramansi chinesi; altri se il chiedepiù la stagione a te le membra copredi stese infino al piè tiepide pelli;questi al fianco ti cinge il bianco linoche sciorinato poi cada e difendai calzonetti; e quei d’alto curvandoil cristallino rostro in su le maniti versa onde odorate, e da le maniin limpido bacin sotto le accoglie;quale il sapon del redivivo muschioolezzante all’intorno; e qual ti porgeil macinato di quell’arbor fruttoche a Rodope fu già vaga donzella,e piagne in van sotto mutate spoglieDemofoonte ancor Demofoonte;un di soavi essenze intrisa spugnaonde tergere i denti; e l’altro apprestaonde imbiancar le guance util licore.
Assai signore a te pensasti: or volgil’alta mente per poco ad altri obbiettinon men degni di te. Sai che compagnacon cui partir de la giornata illustrei travagli e le glorie il ciel destinaal giovane signore. Impallidisci?Ahi non parlo di nozze. Antiquo e vietodottor sarei se così folle io dessia te consiglio. Di tant’alte dotigià non orni così lo spirto e i membriperché in mezzo a la fulgida carrieratu il tuo corso interrompa e, fuora uscendodi cotesto a ragion detto bel mondo,in tra i severi di famiglia padrirelegato ti giacci a nodi avvintodi giorno in giorno più noiosi e fattoignobil fabbro de la razza umana.D’altra parte il marito ahi quanto spiace,e lo stomaco move ai delicatidel vostr’orbe felice abitatoriqualor de’ semplicetti avoli nostriportar osa in ridevole trionfola rimbambita fe’ la pudiciziaseveri nomi. E qual non suole a forzaentro a’ melati petti eccitar bilequando i computi vili del castaldole vendemmie i ricolti i pedagoghidi que’ sì dolci suoi bambini altruigongolando ricorda; e non vergognadi mischiar cotai fole a peregrinisubbietti a nuove del dir forme a scioltida volgar fren concetti, onde s’avvivade’ begli spirti il conversar sublime.Non però tu senza compagna andrai;ché tra le fide altrui giovani sposeuna te n’offre inviolabil ritodel bel mondo onde sei parte sì cara.
Tempo fu già che il pargoletto Amoredato era in guardia al suo fratello Imene;tanto la madre lor temea che il ciecoincauto nume perigliando gissemisero e solo per oblique vie;e che, bersaglio a gl’indiscreti colpidi senza guida e senza freno arciero,immaturo al suo fin corresse il semeuman che nato è a dominar la terra.Quindi la prole mal secura all’altrain cura dato avea sì lor dicendo:«Ite o figli del par; tu più possenteil dardo scocca, e tu più cauto il reggia certa meta». Così ognor congiuntaiva la dolce coppia, e in un sol regnoe d’un nodo comun l’alme strignea.Allora fu che il sol mai sempre unitivedea un pastore ed una pastorellastarsi al prato a la selva al colle al fonte:e la suora di lui vedeali poiuniti ancor nel talamo beatoch’ambo gli amici numi a piene manigareggiando spargean di gigli e rose.Ma che non puote anco in divini petti,se mai s’accende, ambizion d’impero?Crebber l’ali ad Amor, crebbe l’ardire;onde a brev’aere prima indi securoa vie maggior fidossi, e fiero alfineentrò nell’alto, e il grande arco crollandoe il capo risonar fece a quel motoil duro acciar che a tergo la faretragli empie, e gridò: «Solo regnar vogl’io».Disse, e volto a la madre: «Amore adunque,il più possente in fra gli dei, il primodi Citerea figliuol, ricever leggi,e dal minor german ricever leggi,vile alunno anzi servo? Or dunque Amorenon oserà fuor ch’una unica voltafiedere un’alma come questo schifoda me pur chiede? E non potrò giammaida poi ch’io strinsi un laccio anco disciorloa mio talento e, se m’aggrada, un altrostringerne ancora? E lascerò pur ch’eglidi suoi unguenti impece a me i miei dardi,perché men velenosi e men crudeliscendano ai petti? Or via, perché non toglia me da le mie man quest’arco e questearmi da le mie spalle, e ignudo lasciquasi rifiuto degli dei Cupido?Oh il bel viver che fia quando tu soloregni in mio loco! Oh il bel vederti, lasso!Studiarti a torre da le languid’almela stanchezza e il fastidio, e spander gelodi foco in vece! Or genitrice intendi:vaglio e vo regnar solo. A tuo piaceretra noi parti l’impero, ond’io con tecoabbia omai pace; e in compagnìa d’Imeneme non veggan mai più le umane genti».Amor qui tacque; e minaccioso in attoparve all’idalia dea chieder risposta.Ella tenta placarlo, e preghi e piantisparge ma in van; tal ch’ai due figli voltacon questo dir pose al contender fine:«Poi che nulla tra voi pace esser puote,si dividano i regni: e perché l’unosia dall’altro fratello ognor disgiuntosien diversi tra voi e il tempo e l’opra.Tu che di strali altero a fren non cedil’alme ferisci, e tutto il giorno impera;e tu che di fior placidi hai coronale salme accoppia, e con l’ardente faceregna la notte». Or quindi almo signorevenne il rito gentil che ai freddi sposile tenebre concede e de le sposele caste membra; e a voi beata gentee di più nobil mondo il cor di questee il dominio del dì largo destina.
Dunque ascolta i miei detti, e meco apprendiquai tu deggia al mattin cure a la bellache spontanea o pregata a te si diedein tua dama quel dì lieto che a fidacarta, né senza testimoni, furoa vicenda commessi i patti santie le condizion del caro nodo.Già la dama gentile i vaghi raial novo giorno aperse; e suo primieropensier fu dove teco ir più convengaa vegliar questa sera; e gravementeconsultò con lo sposo a lei vicino,o a baciarle la man pur dianzi ammesso.Ora è tempo o signor che il fido servoe il più accorto tra’ tuoi voli al palagiodi lei chiedendo se tranquilli sonnidormìo la notte, e se d’immagin lietele fu Mòrfeo cortese. È ver che ierial partir l’ammirasti in viso tintadi freschissime rose; e più che maiviva e snella balzar teco dal cocchio;e la vigile tua mano per vezzoricusar sorridendo allor che l’ampiescale salì del maritale albergo:ma ciò non basti ad acquetarti, e mainon obliar sì giusti ufici. Ahi quantigeni malvagi fra l’orror notturnogodono uscire, ed empier di periglila placida quiete de’ viventi!Poria, tolgalo il cielo, il picciol canecon latrato improvviso i cari sognitroncar de la tua dama; ond’ella, scossada sùbito capriccio, a rannicchiarseastretta fosse di sudor gelatoe la fronte bagnando e il guancial molle.Anco poria colui che sì de’ tristicome de’ lieti sogni è genitorecrearle in mente di nemiche ideein un congiunte orribile chimera;tal che agitata e in ansioso affannogridar tentasse, e non però potesseaprire ai gridi tra le fauci il varco.Sovente ancor de la passata serala perduta nel gioco aurea monetanon men che al cavalier suole a la damalunga vigilia cagionar; taloranobile invidia de la bella amicavagheggiata da molti, e talor brevegelosia n’è cagione. A questo aggiungigl’importuni mariti i quali nel caporavvolgendosi ancor le viete usanze,poi che cessero ad altri il giorno, quasiaggian fatto gran cosa, aman d’Imenecon superstizion serbare i dritti,e dell’ombra notturna esser tiranni,ahi con qual noia de le caste sposech’indi preveggon fra non molto il fioredi lor fresca beltade a sé rapito.Mentre che il fido messagger sen riedamagnanimo signor già non staraiozioso però. Nel campo amatopur in questo momento il buon cultoresuda e incallisce al vomere la manolieto che i suoi sudor ti fruttin poidorati cocchi e pellegrine mense.Ora per te l’industre artier sta fisoallo scarpello all’asce al subbio all’ago;ed ora a tuo favor contende o vegliail ministro di Temi. Ecco te purela tavoletta or chiama. Ivi i bei pregide la natura accrescerai con l’arte,ond’oggi, uscendo, del beante aspettobeneficar potrai le genti, e gratoricompensar di sue fatiche il mondo.
Ogni cosa è già pronta. All’un de’ laticrepitar s’odon le fiammanti brageove si scalda industrioso e variodi ferri arnese a moderar del frontegl’indocili capei. Stuolo d’Amoriinvisibil sul foco agita i vanni,e per entro vi soffia alto gonfiandoambe le gote. Altri di lor v’appressapauroso la destra; e prestamentene rapisce un dei’ferri: altri rapitotenta com’arda in su l’estrema cimasospendendol dell’ala; e cauto attendepur se la piuma si contragga o fume:altri un altro ne scote; e de le cenerifuligginose il ripulisce e terge.Tali a le vampe dell’etnèa fucina,sorridente la madre, i vaghi Amorieran ministri all’ingegnoso fabbro:e sotto i colpi del martel frattantol’elmo sorgea del fondator latino.All’altro lato con la man rosataComo e di fiori inghirlandato il crinei bissi scopre ove di idali arredialmo tesor la tavoletta espone.Ivi e nappi eleganti e di canoricigni morbide piume; ivi raccoltidi lucide odorate onde vapori;ivi di polvi fuggitive al tattocolor diversi o ad imitar d’Apollol’aurato biondo o il biondo cenerinoche de le sacre Muse in su le spallecasca ondeggiando tenero e gentile.Che se a nobil eroe le fresche labbrarepentino spirar di rigid’auraoffese alquanto, v’è stemprato il semede la fredda cucurbita; e se maipallidetto ei si scorga, è pronto all’uopoarcano agli altri eroi vago cinabro.Né, quando a un semideo spuntar sul voltopustula temeraria osa pur fosse,multiforme di nei copia vi manca,ond’ei l’asconda in sul momento, ed escapiù periglioso a saettar coi guardile belle inavvedute, a guerrier pariche, già poste le bende a la ferita,più glorioso e furibondo insiemesbaragliando le schiere entra nel folto.
Ma già velocemente il mio signoretre volte e quattro il gabinetto scorsecol crin disciolto e su gli omeri sparso,quale a Cuma solea l’orribil magaquando, agitata dal possente nume,vaticinar s’udia. Così dal capoevaporar lasciò degli oli sparsiil nocivo fermento e de le polviche roder gli porien la molle cute,o d’atroci emicranie a lui lo spirtotrafigger lungamente. Or ecco avvoltotutto in candidi lini a la grand’oprae più grave del dì s’appresta e siede.Nembo d’intorno a lui vola d’odoriche a le varie manteche ama rapirel’aura vagante lungo i vasi ugnendole leggerissim’ale di farfalla:e lo speglio patente a lui dinanzialtero sembra raccor nel senol’imagin diva; e stassi a gli occhi suoisevero esplorator de la tua manoo di bel crin volubile architetto.
O di bel crin volubile architettotu pria chiedi all’eroe qual più gli aggradesparger al crin, se i gelsomini o il biondofior d’arancio piuttosto o la giunchigliao l’ambra preziosa agli avi nostri.Ma se la sposa altrui cara all’eroedel talamo nuzial si lagna, e scossepur or da lungo peso i casti lombi,ah fuggi allor tutti gli odori, ah fuggi;ché micidial potresti a un sol momentopiù vite insidiar: semplici sienoi tuoi balsami allor, né oprarli ardiscipria che di lor deciso aggian le naridel mio signore e tuo. Pon mano poial pettin liscio, e coll’ottuso dentelieve solca le chiome; indi animosole turba e le scompiglia; e alfin da quellaalta confusione traggi e dispiega,opra di tua gran mente, ordin superbo.Io breve a te parlai; ma il tuo lavorobreve non fia però; né al termin giuntoprima sarà che da’ più strani eventis’involva o tronchi all’alta impresa il filo.Fisa i guardi a lo speglio, e là soventeil mio signor vedrai morder le labbraimpaziente, ed arrossir nel volto.Sovente ancor, se men dell’uso espertaparrà tua destra, del convulso piedeudrai lo scalpitar breve e frequente,non senza un tronco articolar di voceche condanni e minacci. Anco t’aspettaveder talvolta il cavalier sublimefuriando agitarsi, e destra e mancaporsi a la chioma, e dissipar con l’ugnelo studio di molt’ore in un momento.Che più? Se per tuo male un dì vaghezzad’accordar ti prendesse al suo sembiantegli edifici del capo, e non curassiricever leggi da colui che vennepur ier di Francia, ah quale atroce folgore,meschino! allor ti penderia sul capo?Tu allor l’eroe vedresti ergers’in piedi,e per gli occhi versando ira e dispettomille strazi imprecarti, e scender finoad usurpar le infami voci al vulgoper farti onta maggiore, e di bastoneil tergo minacciarti, e violentorovesciare ogni cosa, al suol spargendorotti cristalli e calamistri e vasie pettini ad un tempo. In simil guisa,se del tonante all’ara o de la deache ricovrò dal Nilo il turpe fallotauro spezzava i raddoppiati nodie libero fuggia, vedeansi a terracader tripodi tazze bende scurilitui coltelli, e d’orridi mugiticommosse rimbombar le arcate volte,e d’ogni lato astanti e sacerdotipallidi all’urto e all’impeto involarsedel feroce animal che pria sì quetogia di fior cinto, e sotto a la man sacraumiliava le dorate corna.Tu non pertanto coraggioso e fortedura, e ti serba a la miglior fortuna.Quasi foco di paglia è foco d’irain nobil petto. Il tuo signor vedraimansuefatto a te chieder perdono,e sollevarti oltr’ogni altro mortalecon preghi e scuse a niun altro concesse;tal che securo sacerdote a luiimmolerai lui stesso, e pria d’ognaltrolarga otterrai del tuo lavor mercede.
Or signore a te riedo. Ah non sia colpadinanzi a te s’io travviai col versobreve parlando ad un mortal cui degnitu degli arcani tuoi. Sai che a sua vogliaquesti ogni dì volge e governa i capide’ semidei più chiari: e le matroneche dai sublimi cocchi alto disdegnanochinar lo sguardo a la pedestre turba,non disdegnan sovente entrar con luiin festevoli motti allor ch’espostia la sua man sono i ridenti avoridel bel collo e del crin l’aureo volume.Però m’odi benigno or ch’io t’apprendol’ore a passar più graziose intantoche il pettin creator doni a le chiomeleggiadra o almen non più veduta forma.
Breve libro elegante a te dinanzitra gli arnesi vedrai che l’arte adunaper disputare a la natura il vantodel renderti sì caro agli occhi altrui.Ei ti lusingherà forse con lisciapurpurea pelle onde vestito avralloo mauritano conciatore o siro;e d’oro fregi delicati e vagomutabile color che il collo imitede la colomba v’avrà sparso intornosquisito legator batavo o franco;e forse incisa con venereo stilevi fia serie d’immagini interposta,lavor che vince la materia, e dondefia che nel cor ti si ridesti e vivala stanca di piaceri ottusa voglia.Or tu il libro gentil con lenta manoTogli, e non senza sbadigliare un pocoaprilo a caso o pur là dove il partatra l’uno e l’altro foglio indice nastro.
O de la Francia Proteo multiforme,scrittor troppo biasmato e troppo a tortolodato ancor, che sai con novi modiimbandir ne’ tuoi scritti eterno ciboa i semplici palati, e se’ maestrodi color che a sé fingon di sapere,tu appresta al mio signor leggiadri studicon quella tua fanciulla all’Anglo infesta,onde l’Enrico tuo vinto è d’assai,l’Enrico tuo che in vano abbatter tental’italian Goffredo ardito scogliocontro a la Senna d’ogni vanto altera.Tu de la Francia onor, tu in mille scritticelebrata da’ tuoi novella Aspasia,Taide novella ai facili sapientide la gallica Atene, i tuoi precettitu pur detta al mio eroe: e a lui non menopasci l’alto pensier tu che all’Italia,poi che rapìrle i tuoi l’oro e le gemme,invidiasti il fedo loto ancoraonde macchiato è il Certaldese o l’altroper cui va sì famoso il pazzo conte.Questi o signore i tuoi studiati autorifieno e mill’altri che guidaro in Franciai bendati sultani i regi persie le peregrinanti arabe dame,o che con penna liberale ai caniragion donaro e ai barbari sedili,e dier feste e conviti e liete sceneai polli ed alle gru d’amor maestre.Oh pascol degno d’anima sublime!oh chiara oh nobil mente! A te ben drittoè che s’incurvi riverente il vulgo,e gli oracoli attenda. Or chi fie dunquesì temerario che in suo cor ti beffequalor, partendo da sì gravi studi,del tuo paese l’ignoranza accusi,e tenti aprir col tuo felice raggiola gotica caliggine che annosasiede sugli occhi a le misere genti?Così non mai ti venga estranea curaquesti a troncar sì preziosi istantiin cui del pari e a la dorata chiomasplendor dai novo ed al celeste ingegno.
Non pertanto avverrà, che tu sospendaquindi a poco il versar de’ libri amati,e che ad altro ti volga. A te quest’oracondurrà il merciaiol che in patria or tornapronto inventor di lusinghiere folee liberal di forastieri nomia merci che non mai varcaro i monti.Tu a lui credi ogni detto. E chi vuoi ch’oseunqua mentire ad un tuo pari in faccia?Ei fia che venda se a te piace o cambimille fregi e lavori a cui la modadi viver concedette un giorno interotra le folte d’inezie illustri tasche:poi lieto se n’andrà con l’una manopesante di molt’oro; e in cor gioiendo,spregerà le bestemmie imprecatricie il gittato lavoro e i vani passidel calzolar diserto e del drappiere;e dirà lor: «Ben degna pena aveteo troppo ancor religiosi servide la necessitade, antiqua è veromadre e donna dell’arti, or nondimenofatta cenciosa e vile. Al suo possenteamabil vincitor v’era assai meglioo miseri ubbidire. Il Lusso il Lussooggi sol puote dal ferace cornoversar su l’arti a lui vassalle applausie non contesi mai premi e ricchezze».
L’ore fien queste ancor che a te ne vegnail dilicato miniator di belleche de la corte d’Amatunta uscìostipendiato ministro atto agli affarisollecitar dell’amorosa diva.Or tu l’affretta impaziente e spronasì ch’a te porga il desiato avorioche da le amate forme impresso ride,sia che il pennel cortese ivi dispieghil’alme sembianze del tuo viso, ond’aggiatacito pasco allor che te non vedela pudica d’altrui sposa a te cara;sia che di lei medesma al vivo esprimail vago aspetto; o, se ti piace, ancorad’altra beltà furtiva a te presenticon più largo confin le amiche membra.Doman fie poi che la concessa imagoentro arnese gentil per te si chiudacon opposto cristallo ove tu facciasovente paragon di tua beltadecon la beltà de la tua dama; o ai guardidegl’invidi la tolga e in sen l’ascondasagace tabacchiera; o a te rilucasul minor dito in fra le gemme e l’oro;o de le grazie del tuo viso destisoavi rimembranze al braccio avvoltadell’altrui fida sposa a cui se’ caro.Ed ecco alfin che a le tue luci apparel’artificio compiuto. Or cauto osservase bene il simulato al ver s’adegue,vie più rigido assai se il tuo sembianteesprimer denno i colorati puntiche l’arte ivi dispose. Or brune troppoa te parran le guance, or fia ch’eccedamal frenata la bocca, or qual convienea camuso Etiòpe il naso fia.Anco sovente d’accusar ti piacciail dipintor che non atteggi arditol’agili membra e il dignitoso busto;o che mal tra le leggi a la tua formadia contorno o la posi o la panneggi.È ver che tu del grande di Crotonenon conosci la scola, e mai tua destranon abbassossi a la volgar matitache fu nell’altra età cara a’ tuoi paricui non gustate ancora eran più dolcie più nobili cure a te serbate.Ma che non puote quel d’ogni scienzagusto trionfator che all’ordin vostroin vece di maestro il ciel concesse,e d’onde a voi coniò le altere mentiacciò che possan dell’uman confineoltre passar la paludosa nebbia,e d’etere più puro abitatricinon fallibili scerre il vero e il bello?Però qual più ti par loda o riprendinon men fermo d’allor che a scranna siediRaffael giudicando o l’altro egregioche del gran nome suo l’Adige onora;e a le tavole ignote i noti nomigrave comparti di color che primifuro nell’arte. Ah s’altri è sì procacech’osi rider di te, costui paventil’augusta maestà del tuo cospetto,si volga a la parete e, mentre cercapor freno in van col morder de le labbraa lo scrosciar de le importune risache scoppian da’ precordi, violentaconvulsione a lui deforme il volto,e lo affoghi aspra tosse, e lo puniscadi sua temerità. Ma tu non pensach’altri ardisca di te rider giammai;e mai sempre imperterrito decidi.
Or giunta è al fin del dotto pettin l’opra:e il maestro elegante intorno spandeda la man scossa polveroso nembo,onde a te innanzi tempo il crine imbianchi.D’orribil piato risonar s’udìogià la corte d’Amore. I tardi vegligrinzuti osàr co’ giovani nipoticontendere di grado in faccia al sogliodel comune lor dio. Rise la frescagioventude animosa; e d’agri mottilibera punse la senil baldanza.Gran tumulto nascea; se non che Amore,ch’ogni diseguaglianza odia in sua corte,a spegner mosse i perigliosi sdegni:e a quei che militando incanutirosuoi servi apprese a simular con artei duo bei fior che in giovanile gotaeduca e nudre di sua man natura:indi fe’ cenno; e in un balen fur vistimille alati ministri alto volandoscoter lor piume, onde fioccò leggeracandida polve che a posar poi vennesu le giovani chiome: e in bianco volsee il biondo e il nero e l’odiato rosso.L’occhio così nell’amorosa reggiapiù non distinse le due opposte etadi:e solo vi restò giudice il tatto.Tu pertanto o signor tu che se’ il primofregio ed onor dell’acidalio regnoi sacri usi ne serba. Ecco che sparsagià da provvida man la bianca polvein piccolo stanzin con l’aere pugna,e degli atomi suoi tutto riempieegualmente divisa. Or ti fa core,e in seno a quella vorticosa nebbiaanimoso ti avventa. Oh bravo! oh forte!Tale il grand’avo tuo tra il fumo e il focoorribile di Marte furiandogittossi allor che i palpitanti laride la patria difese, e ruppe e in fugamise l’oste feroce. Ei nondimenofuligginoso il volto e d’atro sangueasperso e di sudore e co’ capellistracciati ed irti de la mischia uscìo,spettacol fero ai cittadini stessiper sua man salvi; ove tu, assai più vagoe leggiadro a vederse, in bianca spogliascenderai quindi a poco a bear gli occhide la cara tua patria a cui dell’avoil forte braccio e il viso almo celestedel nipote dovean portar salute.
Non vedi omai qual con solerte manorechin di vesti a te pubblico arredoi damigelli tuoi? Rodano e Sennale tesserono a gara; e qui cucilleopulento sartor cui su lo scudoserpe intrecciato a forbici elegantiil titol di monsù: né sol dà leggia la materia la stagion diverse,ma qual più si conviene al giorno e all’oravari sono il lavoro e la ricchezza.Vieni o fior degli eroi vieni; e qual suolenel più dubbio de’ casi alto monarcaavanti al trono suo convocar lentodi satrapi concilio a cui nell’ampiacalvizie de la fronte il senno appare;tal di limpidi spegli a un cerchio in mezzograve t’assidi, e lor sentenza ascolta.Un giacendo al tuo piè mostri qual deggialiscia e piana salir su per le gambela docil calza, un sia presente al volto,un dietro al capo: e la percossa luce,quinci e quindi tornando, a un tempo solotutto al giudizio de’ tuoi guardi espongal’apparato dell’arte. Intanto i servia te sudino intorno: e qual, piegatele ginocchia in sul suol, prono ti stringail molle piè di lucidi fermagli;e qual del biondo crin che i nodi eccede,su le schiere ondeggiando, in negro veloi tesori raccoglia; e qual già prontovenga spiegando la nettarea veste.Fortunato garzone a cui la modain fioriti canestri e di vermigliaseta coperti preparò tal copiad’ornamenti e di pompe! Ella pur ieria te dono ne féo. La notte interafaticaron per te cent’aghi e cento;e di percossi e ripercossi ferriper le tacite case andò il rimbombo:ma non invan poi che di novo fastooggi superbo nel bel mondo andrai;e per entro l’invidia e lo stuporepasserai de’ tuoi pari eguale a un diofolto bisbiglio sollevando intorno.
Figlie de la Memoria inclite suoreche invocate scendendo i feri nomide le squadre diverse e degli eroiannoveraste ai grandi che cantaroAchille, Enea e il non minor Buglione,or m’è d’uopo di voi. Tropp’ardua impresae insuperabil senza vostr’aitafia ricordare al mio signor di quantileggiadri arnesi graverà sue vestipria che di sé nel mondo esca a far pompa.Ma qual di tanti e sì leggiadri arnesisì felice sarà che innanzi agli altri,signor, venga a formar tua nobil soma?Tutti importan del pari. Ecco l’astucciodi pelli rilucenti ornato e d’orosdegnar la turba, e gli occhi tuoi primierooccupar di sua mole: esso a cent’usiopportuno si vanta: e ad esso in gremboatta agli orecchi ai denti ai peli all’ugnevien forbita famiglia. Ai primi onoriseco s’affretta d’odorifer’ondapieno cristal che a la tua vita in forsedoni conforto allor che il vulgo ardiscatroppo accosto vibrar da la vil salmafastidiosi effluvi a le tue nari.Né men pronto di quello e all’uopo stessol’imitante un cuscin purpureo drapporeca turgido il sen d’erbe odorateche l’aprica montagna in tuo favoreal possente meriggio educa e scalda.Ecco vien poi da cristallina rupetolto nobil vasello. Indi traluceprezioso confetto ove agli aromistimolanti s’unì l’ambra o la terrache il Giappon manda a profumar de’ grandil’etereo fiato, o quel che il Caramanofa gemer latte dall’inciso capode’ papaveri suoi; perché, se mainon ben felice amor l’alma t’attrista,lene serpendo per li membri acquetea te gli spirti, e ne la mente inducalieta stupidità che mille aduneimagin dolci e al tuo desio conformi.A tanto arredo il cannocchial succedae la chiusa tra l’oro anglica lente.Quel notturno favor ti presti allorache al teatro t’assidi, e t’avvicinio i piè leggeri o le canore labbrada la scena remota; o con malignoguardo dell’alte vai logge spiandole abitate tenèbre; o miri altrondegli ognor nascenti e moribondi amoride le tenere dame, onde s’apprestiall’eloquenza tua nel dì venturolunga e grave materia. A te la lentenel giorno assista; e degli sguardi tuoieconoma presieda; e sì li partache il mirato da te vada superbo,né i mal visti accusarte osin giammai.La lente ancor su l’occhio tuo sedendoirrefragabil giudice condannio approvi di Palladio i muri e gli archio di Tizian le tele: essa a le vestiai libri ai volti feminili applaudasevera o li dispregi: e chi del sensocomun sì privo fia che insorger osicontro al sentenziar de la tua lente?Non per questa però sdegna o signoregiunto a lo speglio in gallico sermoneil vezzoso giornal, non le notateeburnee tavolette a guardar prestetuoi sublimi pensier fin ch’abbian lucedoman tra i belli spirti; e non isdegnala picciola guaina ove al tuo cennomille ognora stan pronti argentei spilli.Oh quante volte a cavalier sagaceho vedut’io le man render beateuno apprestato a tempo unico spillo!Ma dove ahi dove inonorato e sololasci ‘l coltello a cui l’oro e l’acciarodonàr gemina lama, e a cui la madrede la gemma più bella d’Anfitritediè manico elegante, onde il colorecon dolce variar l’iride imìta?Verrà il tempo verrà che ne’ superbiconvivi ognaltro avanzerai per famad’esimio trinciatore; e i plausi e i gridide’ tuoi gran pari ecciterai qualora,pollo o fagian con le forcine in altosospeso, a un colpo il priverai dell’ancamirabilmente. Or qual più resta omaionde colmar tue tasche inclito ingombro?Ecco a molti colori oro distinto,ecco nobil testuggine su cuivoluttuose imagini lo sguardoinvitan degli eroi. Copia squisitadi fumido rapè quivi è serbatae di spagna oleoso, onde lontanapur come suol fastidioso, insettoda te fugga la noia. Ecco che smagliacupido a te di circondar le ditavivo splendor di preziose anella.Ami la pietra ove si stanno ignudesculte le Grazie, e che il Giudeo ti fececreder opra d’Argivi allor ch’ei chiesetanto tesoro, e d’erudito il nometi compartì prostrandosi a’ tuoi piedi?Vuoi tu i lieti rubini? O più t’aggradasceglier quest’oggi l’indico adamantelà dove il lusso incantator costrinsela fatica e il sudor di cento buoiche pria vagando per le tue campagnefacean sotto ai lor piè nascere i beni?Prendi o tutti o qual vuoi; ma l’aureo cerchioche sculto intorno è d’amorosi mottiognor teco si vegga, e il minor ditopremati alquanto, e sovvenir ti facciadell’altrui fida sposa a cui se’ caro.Vengane alfin degli orioi gemmati,venga il duplice pondo; e a te de l’oreche all’alte imprese dispensar convienefaccia rigida prova. Ohimè che vagoarsenal minutissimo di coseciondola quindi, e ripercosso insiememolce con soavissimo tintinno!Ma v’hai tu il meglio? Ah sì, che i miei precettisagace prevenisti. Ecco risplendechiuso in breve cristallo il dolce pegnodi fortunato amor: lungi, o profani,ché a voi tant’oltre penetrar non lice.
Compiuto è il gran lavoro. Odi, signore,sonar già intorno la ferrata zampade’ superbi corsier che irrequietine’ grand’atri sospinge arretra e volgela disciplina dell’ardito auriga.Sorgi, e t’appresta a render baldi e lietidel tuo nobile incarco i bruti ancora.Ma a possente signor scender non liceda le stanze superne infin che al geloo al meriggio non abbia il cocchier stancodurato un pezzo, onde l’uom servo intendaper quanto immensa via natura il partadal suo signore. Or dunque i miei precettiio seguirò; ché varie al tuo mattinoportar dee cure il variar dei giorni:tu dolce intanto prenderai solazzoad agitar fra le tranquille ditadell’oriolo i ciondoli vezzosi.
Signore, al ciel non è cosa più caradi tua salute: e troppo a noi mortaliè il viver de’ tuoi pari util tesoro.Uopo è talor che da gli egregi affannit’allevi alquanto, e con pietosa manoil teso per gran tempo arco rallente.Tu dunque allor che placida mattinavestita riderà d’un bel serenoesci pedestre, e le abbattute membraall’aura salutar snoda e rinfranca.Di nobil cuoio a te la gamba calzipurpureo stivaletto, onde giammainon profanin tuo piè la polve o il limoche l’uomo calpesta. A te s’avvolga intornoveste leggiadra che sul fianco scioltasventoli andando; e le formose bracciastringa in maniche anguste a cui vermiglioo cilestro ermesino orni gli estremi.Del bel color che l’elitropio tigneo pur d’oriental candido bissovoluminosa benda indi a te fascila snella gola. E il crin... Ma il crin, signore,forma non abbia ancor da la man dottadell’artefice suo; ché troppo fora,ahi troppo grave error lasciar tant’oprade le licenziose aure in balìa.Né senz’arte però vada neglettosugli omeri a cader; ma, o che naturaa te il nodrisca, o che da ignote frontiil più famoso parrucchier lo involi,e lo adatti al tuo capo, in sul tuo caporipiegato l’afferri e lo sospendacon testugginei denti il pettin curvo.Ampio cappello alfin che il disco agguaglidel gran lume febeo tutto ti copra,e allo sguardo profan tuo nume asconda.Poi che così le belle membra ornatecon artifici negligenti avrai,esci soletto a respirar talorai mattutini fiati: e lieve cannabrandendo con la man, quasi balenole vie trascorri, e premi ed urta il vulgoche s’oppone al tuo corso. In altra guisafora colpa l’uscir; però che andriénomal dal vulgo distinti i primi eroi.
Tal giorno ancora, o d’ogni giorno forsefien qualch’ore serbate al molle ferroche i peli a te rigermoglianti a penad’in su la guancia miete; e par che invidich’altri fuor che sé solo indaghi e scopraunqua il tuo sesso. Arroge a questo il giornoche di lavacro universal convientiterger le vaghe membra. È ver che allorad’esser mortal dubiterai; ma innalzatu allor la mente ai grandi aviti onoriche fino a te per secoli cotantimisti scesero al chiaro altero sangue:e il pensier ubbioso al par di nebbiaper lo vasto vedrai aere smarrirsiai raggi de la gloria onde t’investi;e di te pago sorgerai qual priagran semideo che a sé solo somiglia.Fama è così che il dì quinto le fateloro salma immortal vedean coprirsigià d’orribili scaglie, e in feda serpevolta strisciar sul suolo a sé facendode le inarcate spire impeto e forza:ma il primo sol le rivedea più bellefar beati gli amanti e a un volger d’occhimescere a voglia lor la terra e il mare.
Assai l’auriga bestemmiò finorai tuoi nobili indugi: assai la terracalpestaro i cavalli. Or via velocereca, o servo gentil, reca il cappelloch’ornan fulgidi nodi: e tu frattanto,fero genio di Marte a guardar postode la stirpe de’ numi il caro fianco,al mio giovan eroe cigni la spada,corta e lieve non già, ma qual richiedela stagion bellicosa al suol cadente,e di triplice taglio armata e d’elseimmane. Quanto esser può mai sublimel’annoda pure onde la impugni all’uopola destra furibonda in un momento.Né disdegnar con le sanguigne ditadi ripulire ed ordinar quel nastroonde l’else è superbo. Industre studioè di candida mano. Al mio signoredianzi donollo e gliel appese al brandol’altrui fida consorte a lui sì cara.Tal del famoso Artù vide la cortele infiammate d’amor donzelle arditeornar di piume e di purpuree fascei fatati guerrier; sì che poi lieticorrean mortale ad incontrar periglioin selve orrende fra i giganti e i mostri.
Volgi, o invitto campion, volgi tu pureil generoso piè dove la bellae degli eguali tuoi scelto drappellosbadigliando t’aspetta all’alte mense.Vieni e godendo, nell’uscire, il lungoordin superbo di tue stanze ammira.Or già siamo all’estreme: alza i bei lumia le pendenti tavole vetusteche a te degli avi tuoi serbano ancoragli atti e le forme. Quei due in duro dantestrigne le membra, e cui sì grande ingombratraforato collar le grandi spalle,fu di macchine autor; cinse d’invittemura i penati; e da le nere torrisignoreggiando il mar, verso le adustespiagge la predatrice Africa spinse.Vedi quel magro a cui canuto e raropende il crin da la nuca, e l’altro a cuisu la guancia pienotta e sopra il mentoserpe triplice pelo? Ambo s’adornanodi toga magistral cadente a i piedi:l’uno a Temi fu sacro: entro a’ liceila gioventù pellegrinando ei trasseagli oracoli suoi; indi sedettenel senato de’ padri; e le disperseleggi raccolte, ne fe’ parte al mondo:l’altro sacro ad Igeia. Non odi ancorapresso a un secol di vita il buon vegliardodi lui narrar quel che da’ padri suoinonagenari udì, com’ei spargessesu la plebe infelice oro e salutepari a Febo suo nume? Ecco quel grandea cui sì fosco parruccon s’innalzasopra la fronte spaziosa; e scendedi minuti botton serie infinitalungo la veste. Ridi? Ei novi apersestudi a la patria; ei di perenne aitai miseri dotò; portici e viestese per la cittade; e da gli ombrosilor lontani recessi a lei dedussele pure onde salubri, e ne’ quadrivie in mezzo agli ampli fori alto le fecesalir scherzando a rinfrescar la state,madre di morbi popolari. Oh comeardi a tal vista di beato orgoglio,magnanimo garzon! Folle! A cui parlo?Ei già più non m’ascolta: odiò que’ ceffiil suo sguardo gentil: noia lui presedi sì vieti racconti: e già s’affrettagiù per le scale impaziente. Addiodegli uomini delizia, e di tua stirpee de la patria tua gloria e sostegno.Ecco che umìli in bipartita schierat’accolgono i tuoi servi. Altri già prontovia se ne corre ad annunciare al mondoche tu vieni a bearlo; altri a le bracciatimido ti sostien mentre il doratococchio tu sali, e tacito e severosur un canto ti sdrai. Apriti o vulgoe cedi il passo al trono ove s’assideil mio signore. Ahi te meschin s’ei perdeun sol per te de’ preziosi istanti!Temi il non mai da legge o verga o funedomabil cocchier; temi le roteche già più volte le tue membra in giroavvolser seco, e del tuo impuro sanguecorser macchiate, e il suol di lunga striscia,spettacol miserabile! segnaro.