Il Mezzogiorno
Ardirò ancor tra i desinari illustrisul meriggio innoltrarmi umil cantore,poiché troppa di te cura mi punge,signor, ch’io spero un di veder maestroe dittator di graziosi modiall’alma gioventú che Italia onora.
Tal, fra le tazze e i coronati vini,onde all’ospite suo fe’ lieta pompala punica regina, i canti alzavaJopa crinito: e la regina intantoda’ begli occhi stranieri iva beendol’oblivion del misero Sicheo.E tale, allor che l’orba Itaca in vanochiedea a Nettun la prole di Laerte,Femio s’udia co’ versi e con la cetrala facil mensa rallegrar de’ Proci,cui dell’errante Ulisse i pingui agnellie i petrosi licori e la consorteinvitavano al pranzo. Amici or piega,giovin signore, al mio cantar gli orecchi,or che tra nuove Elise e novi Proci,e tra fedeli ancor Penelopee,ti guidano a la mensa i versi miei.
Giá dal meriggio ardente il sol fuggendoverge all’occaso: e i piccioli mortalidominati dal tempo escon di novoa popolar le vie ch’all’orientevolgon ombra giá grande: a te null’altrodominator fuor che te stesso è dato.
Alfin di consigliarsi al fido spegliola tua dama cessò. Quante uopo è voltechiedette e rimandò novelli ornati;quante convien de le agitate ognoradamigelle, or con vezzi or con garriti,rovesciò la fortuna; a sé medesmaquante volte convien piacque e dispiacque;e quante volte è d’uopo a sé ragionefece e a’ suoi lodatori. I mille intornodispersi arnesi alfin raccolse in unola consapevol del suo cor ministra:alfin velata d’un leggier zendadoè l’ara tutelar di sua beltate;e la seggiola sacra, un po’ rimossa,languidetta l’accoglie. Intorno ad essapochi giovani eroi van rimembrandoi cari lacci altrui, mentre da lungiad altra intorno i cari lacci vostripochi giovani eroi van rimembrando.
Il marito gentil queto sorridea le lor celie; o, s’ei si cruccia alquanto,del tuo lungo tardar solo si cruccia.Nulla però di lui cura te prendaoggi, o signore, e s’egli a par del vulgoprostrò l’anima imbelle, e non sdegnossedi chiamarsi marito, a par del vulgosenta la fame esercitargl’in pettolo stimol fier degli oziosi sughiavidi d’ésca: o s’a un marito alcunad’anima generosa orma rimane,ad altra mensa il piè rivolga, e d’altradama al fianco s’assida, il cui maritopranzi altrove lontan, d’un’altra a latoch’abbia lungi lo sposo: e cosí nuoveanella intrecci alla catena immensaonde, alternando, Amor l’anime annoda.
Ma sia che vuol; tu baldanzoso innoltrane le stanze piú interne. Ecco, precorreper annunciarti al gabinetto estremoil noto stropiccio de’ piedi tuoi.Giá lo sposo t’incontra. In un balenosfugge dall’altrui man l’accorta manode la tua dama: e il suo bel labbro intantot’apparecchia un sorriso. Ognun s’arretra,che conosce i tuoi dritti, e si confortacon le adulte speranze, a te lasciandolibero e scarco il piú beato seggio.Tal, colá dove infra gelose muraBizanzio ed Ispaán guardano il fiorede la beltá che il popolato Egeomanda e l’armeno e il tartaro e il circassoper delizia d’un solo, a bear entral’ardente sposa il grave munsulmano.Tra ’l maestoso passeggiar gli ondeggianole late spalle, e sopra l’alta testale avvolte fasce: dall’arcato ciglioei volge intorno imperioso il guardo;e vede al su’ apparire umil chinarsie il piè ritrar l’effeminata, occhiutaturba, che sorridendo egli dispregia.
Ora imponi, o signor, che tutte a schierasi dispongan tue grazie; e a la tua dama,quanto elegante esser piú puoi, ti mostra.Tengasi al fianco la sinistra manosotto il breve giubbon celata; e l’altrasul finissimo Un posi, e s’ascondavicino al cor: sublime alzisi ’l petto;sorgali gli omeri entrambi, e verso leipiega il duttile collo; ai lati stringile labbra un poco; vèr lo mezzo acuterendile alquanto, e da la bocca poi,compendiata in guisa tal, sen escaun non inteso mormorio. La destraella intanto ti porga: e molle caschisopra i tiepidi avori un doppio bacio.Siedi tu poscia; e d’una man trascinapiú presso a lei la seggioletta. Ognunotacciasi; ma tu sol, curvato alquanto,seco susurra ignoti detti a cuiconcordili vicendevoli sorrisie sfavillar di cupidette luci,che amor dimostri, o che lo finga almeno.
Ma rimembra, o signor, che troppo nuocenegli amorosi cor lunga e ostinatatranquillitá. Su l’oceáno ancoraperigliosa è la calma: 0I1 quante voltedall’immobile prora il buon nocchiereinvocò la tempesta! e si crudelesoccorso ancor gli fu negato; e giacqueaffamato, assetato, estenuato,dal velenoso aere stagnante oppresso,tra l’inutile ciurma al suol languendo.Però ti giovi de la scorsa nottericordar le vicende; e con obliquimotti pungerl’alquanto: o se, nel voltopaga piú che non suole, accòr fu vistail novello straniere; e co’ bei labbrisemiaperti aspettar, quasi marinaconca, la soavissima rugiadade’ novi accenti: o se cupida troppocol guardo accompagnò di loggia in loggiail seguace di Marte, idol vegliarnede’ feminili voti, a la cui chiomacol lauro trionfal s’avvolgon millee mille frondi dell’idalio mirto.
Colpevole o innocente, allor la belladama improvviso adombrerá la fronted’un nuvoletto di verace sdegnoo simulato; e la nevosa spallascoterá un poco; e premerá col dentel’infimo labbro: e volgeransi alfinegli altri a bear le sue parole estreme.Fors’anco rintuzzar di tue querelesaprá l’agrezza; e sovvenir farattile visite furtive ai tetti, ai cocchied a le logge de le mogli illustridi ricchi cittadini, a cui sovente,per calle che il piacer mostra, piegarsila maestá di cavalier non sdegna.
Felice te, se mesta e disdegnosa,la conduci a la mensa; e s’ivi puoisolo piegarla a comportar de’ cibila nausea universal! Sorridan purea le vostre dolcissime querelei convitati; e l’un l’altro percotacol gomito maligno: ah nondimenocome fremon lor alme; e quanta invidiati portan, te veggendo unico scopodi si bell’ire! Al solo sposo è datonodrir nel cor magnanima quiete,mostrar nel volto ingenuo riso, e tantodocil fidanza ne le innocue luci.
O tre fiate avventurosi e quattro,voi del nostro buon secolo mariti,quanto diversi da’ vostr’avi! Un tempouscia d’Averno con viperei crini,con torbid’occhi irrequieti e freddetenaci branche, un indomabil mostro,che ansando e anelando intorno givaai nuziali letti; e tutto enipieadi sospetto e di fremito e di sangue.Allor gli antri domestici, le selve,Tonde, le rupi, alto ulular s’udiénodi feminili strida: allor le belledame, con mani incrocicchiate e lucipavide al ciel, tremando, lagrimando,tra la pompa feral de le lugubrisale, vedean dal truce sposo offrirsile tazze attossiccate o i nudi stili.Ahi pazza Italia! il tuo furor medesmooltre l’Alpi, oltre ’l mar destò le risapresso agli emoli tuoi, che di gelosatitol ti diéro; e t’è serbato ancoraingiustamente. Non di cieco amorevicendevol desire, alterno impulso,non di costume simiglianza or guidagl’incauti sposi al talamo bramato;ma la Prudenza coi canuti padrisiede, librando il molt’oro e i diviniantiquissimi sangui: e allor che l’unobene all’altro risponde, ecco Imeneoscoter sua face; e unirsi al freddo sposo,di lui non giá, ma delle nozze amante,la freddissima vergine, che in coregiá volge i riti del bel mondo; e lietal’indifferenza maritale affronta.Cosí non fien de la crudel Megerapiú temuti gli sdegni. Oltre Pirenecontenda or pur le desiate porteai gravi amanti; e di feminee risseturbi Oriente: Italia oggi si ridedi quello ond’era giá derisa; tantopuote una sola etá volger le menti!
Ma giá rimbomba d’una in altra salail tuo nome, o signor; di giá l’udirol’ime officine, ove al volubil tattodegl’ingenui palati arduo s’apprestasolletico che molle i nervi scota,e varia seco voluttá conducafino al core dell’alma. In bianche spoglies’affrettano a compir la nobil opraprodi ministri: e lor sue leggi déttauna gran mente, del paese uscitaove Colbert e Richelieu fúr chiari.Forse con tanta maestade in fronte,presso a le navi ond’Uio arse e cadéo,per gli ospiti famosi il grande Achilledisegnava la cena: e seco intantole vivande cocean sui lenti fochiPátroclo fido e il guidator di carriAutomedonte. O tu, sagace mastrodi lusinghe al palato, udrai fra pocosonar le lodi tue dall’alta mensa.Chi fia che ardisca di trovar pur macchianel tuo lavoro? Il tuo signor farassicampion de le tue glorie; e male a quanticercator di conviti oseran mottopronunciar contro te; ché sul cocentemeriggio andran peregrinando poimiseri e stanchi, e non avran cui piacciapiú popolar con le lor bocche i pranzi.
Imbandita è la mensa. In piè d’un saltoalzati, e porgi, almo signor, la manoa la tua dama; e lei, dolce cadentesopra di te, col tuo valor sostieni,e al pranzo l’accompagna. I convitativengan dopo di voi; quindi ’l maritoultimo segua. O prole alta di numi,non vergognate di donar voi ancopochi momenti al cibo: in voi non fiavil opra il pasto; a quei soltanto è vileche il duro, irresistibile bisognostimola e caccia. All’impeto di quellocedan l’orso, la tigre, il falco, il nibbio,l’orca, il delfino e quant’altri mortalivivon quaggiú; ma voi con rosee labbrala sola Voluttade inviti al pasto,la sola Voluttá, che le celestimense imbandisce, e al nettare convitai viventi per sé dèi sempiterni.
Forse vero non è; ma un giorno è famache fur gli uomini eguali, e ignoti nomifur plebe e nobiltade. Al cibo, al bere,al l’accoppi arsi d’ambo i sessi, al sonnoun istinto medesmo, un’egual forzasospingeva gli umani: e niun consiglio,niuna scelta d’obbietti o lochi o tempiera lor conceduta. A un rivo stesso,a un medesimo frutto, a una stess’ombraconvenivano insieme i primi padridei tuo sangue, o signore, e i primi padride la plebe spregiata. I medesm’antriil medesimo suolo oflrieno loroil riposo e l’albergo; e a le lor membrai medesmi animai le irsute vesti.Sol’una cura a tutti era comunedi sfuggire il dolore, e ignota cosaera il desire agli uraan petti ancora.
L’uniforme degli uomini sembianzaspiacque a’ celesti; e a variar la terrafu spedito il Piacer. Quale giá i numid’ilio su i campi, tal l’amico genio,lieve lieve per l’aere labendo,s’avvicina a la terra; e questa ridedi riso ancor non conosciuto. Ei move,e l’aura estiva del cadente rivoe dei clivi odorosi a lui blandiscele vaghe membra, e lenemente sdrucciolasul tondeggiar dei muscoli gentile.Gli s’aggiran dintorno i Vezzi e i Giochi,e come ambrosia le lusinghe scorronglida le fraghe del labbro: e da le lucisocchiuse, languidette, umide fuoridi tremulo fulgore escon scintille,ond’arde l’aere che scendendo ei varca.
Alfin sul dorso tuo sentisti, o Terra,sua prim’orma stamparsi; e tosto un lentofremere soavissimo si sparsedi cosa in cosa; e ognor crescendo, tuttedi natura le viscere commosse:come nell’arsa state il tuono s’odeche di lontano mormorando viene;e col profondo suon di monte in montesorge; e la valle e la foresta intornomugon del fragoroso alto rimbombo,finché poi cade la feconda pioggiache gli uomini e le fere e i fiori e l’erberavviva, riconforta, allegra e abbella.
Oh beati tra gli altri, oh cari al cieloviventi, a cui con miglior man Titanoformò gli organi illustri, e meglio tese,e di fluido agilissimo inondolli!Voi l’ignoto solletico sentistedel celeste motore. In voi ben tostole voglie fermentar, nacque il desio.Voi primieri scopriste il buono, il meglio;e con foga dolcissima correstea possederli. Allor quel de’ due sessi,che necessario in prima era soltanto,d’amabile e di bello il nome ottenne.Al giudizio di Paride voi desteil primo esempio: tra feminei voltia distinguer s’apprese; e voi sentisteprimamente le grazie. A voi tra millesapor fur noti i piú soavi: allorafu il vin preposto all’onda; e il vin s’elessefiglio de’ tralci piú riarsi e postia piú fervido sol, ne’ piú sublimicolli dove piú zolfo il suolo impingua.Cosí l’uom si divise: e fu il signoredai volgari distinto, a cui nel senotroppo languir l’ebeti fibre, inettea rimbalzar sotto i soavi colpide la nova cagione onde fur tocche:e quasi bovi, al suol curvati, ancoradinanzi al pungol del bisogno andáro;e tra la servitude e la viltadee’l travaglio e l’inopia a viver nati,ebber nome di plebe. Or tu, signore,che feltrato per mille invitte renisangue racchiudi, poiché in altra etadearte, forza o fortuna i padri tuoigrandi rendette, poiché il tempo alfinelor divisi tesori in te raccolse,del tuo senso gioisci, a te dai numiconcessa parte: e l’umil vulgo intanto,dell’industria donato, ora ministria te i piaceri tuoi, nato a recarlisu la mensa reai, non a gioirne.
Ecco, la dama tua s’asside al desco:tu la man le abbandona; e mentre il servo,la seggiola avanzando, all’agil fiancola sottopon, si che lontana troppoella non sia, né da vicin col pettoprema troppo la mensa, un picciol saltospicca, e chino raccogli a lei del lemboil diffuso volume. A lato posciadi lei tu siedi: a cavalier gentileil fianco abbandonar de la sua damanon fia lecito mai, se giá non sorgestrana cagione a meritar ch’egli usitanta licenza. Un nume ebber gli antichiimmobil sempre, e ch’alio stesso padredegli dèi non cedette, allor ch’ei venneil Campidoglio ad abitar, sebbenee Giuno e Febo e Venere e Gradivoe tutti gli altri dèi da le lor sediper riverenza del Tonante uscirò.
Indistinto ad ognaltro il loco siapresso al nobile desco: e s’alcun ardeambizioso di brillar fra gli altri,brilli altramente. O come i vari ingegnila libertá del genial convitodesta ed infiamma! Ivi il gentil Motteggio,maliziosetto svolazzando intorno,reca su l’ali fuggitive ed agitaora i raccolti da la fama erroride le belle lontane, ora d’amanteo di marito i semplici costumi:e gode di mirare il queto sposorider primiero, e di crucciar con lieviminacce in cor de la sua fida sposai timidi segreti. Ivi abbracciataco’ festivi Racconti intorno giral’elegante Licenza: or nuda apparecome le Grazie; or con leggiadro velosolletica vie meglio; e s’affaticadi richiamar de le matrone al voltoquella rosa gentil che fu giá un tempoonor di belle donne, all’Amor carae cara ail’Onestade; ora ne’ campicresce solinga, e tra i selvaggi scherzia le rozze villane il viso adorna.
Giá s’avanza la mensa. In mille guisee di mille sapor, di color millela variata ereditá degli avischerza ne’ piatti; e giust’ordine serba.Forse a la dama di sua man le dapipiacerá ministrar, che novo pregioacquisteran da lei. Veloce il ferro,che forbito ti attende al destro lato,nudo fuor esca; e come quel di Marte,scintillando lampeggi; indi la puntafra due dita ne stringi, e chino a leitu il presenta, o signore. Or si vedrannode la candida mano, all’opra intenta,i muscoli giocar soavi e molli:e le grazie, piegandosi dintorno,vestiran nuove forme, or da le ditafuggevoli scorrendo, ora su l’altode’ bei nodi insensibili aleggiando,et or de le pozzette in sen cadendoche dei nodi al confin v’impresse Amore.Mille baci, di freno impazienti,ecco sorgon dal labbro ai convitati;giá s’arrischian, giá volano, giá un guardosfugge dagli occhi tuoi, che i vanni audacifulmina et arde, e tue ragion difende.Sol de la fida sposa, a cui se’ caro,il tranquillo marito immoto siede:e nulla impressimi l’agita e scuotedi brama o di timor; però che Imeneda capo a piè fatollo. Imene or portanon piú serti di rose avvolti al crine,ma stupido papavero, grondantedi crassa onda letea: Imene e il Sonnooggi han pari le insegne. Oh come spessola dama dilicata invoca il Sonno,die al talamo presieda, e seco invecetrova Imeneo; e stupida rimane,quasi al meriggio stanca villanellache tra l’erbe innocenti adagia il fiancoqueta e sicura; e d’improvviso vedeun serpe; e balza in piedi inorridita;e le rigide man stende, e ritraggeil gomito, e l’anelito sospende;e immota e muta e con le labbra aperteobliquamente il guarda! Oh come spessoincauto amante a la sua lunga penacercò sollievo: et invocar credendoImene, ahi folle! invocò il Sonno; e questidi fredda oblivion l’alma gli asperse:e d’invincibil noia e di torpenteindifferenza gli ricinse il core.
Ma se a la dama dispensar non piacele vivande, o non giova, allor tu stessoil bel lavoro imprendi. Agli occhi altruipiú brillerá cosí l’enorme gemma,do’.c’esca agli usurai, che quella osároa le promesse di signor preporrevillanamente; ed osservati fiènoi manichetti, la piú nobil oprache tessesse giammai anglica Aracne.Invidieran tua dilicata manoi convitati; inarcheran le cigliasul diffidi lavoro, e d’oggi in poiti fia ceduto il trinciator coltelloche al cadetto guerrier serban le mense.
Teco son io, signor; giá intendo e veggo,felice osservatore, i detti e i motide’ semidei che coronando stanno,e con vario costume ornan la mensa.Or chi è quell’eroe che tanta partecolá ingombra di loco, e mangia e fiutae guata, e, de le altrui cure ridendo,si superba di ventre agita mole?Oh di mente acutissima dotatemamme del suo palato! oh da’ mortaliinvidiabil anima, che siedetra la mirabil lor testura, e quindil’ultimo del piacer deliquio sugge!Chi piú saggio di lui penètra e intendela natura migliore? o chi piú industrieconverte a suo piacer l’aria, la terra,e ’l ferace di mostri ondoso abisso?Qualor s’accosta al desco altrui, paventanosuo gusto inesorabile le smilzeombre de’ padri, che per l’aria lievis’aggirano, vegliando ancora intornoai ceduti tesori; e piangon, lasse!le mal spese vigilie, i sobri pasti,le in preda all’aquilon case, le antiquedigiune rozze, gli scommessi cocchi,forte assordanti per stridente ferrole piazze e i tetti: e lamentando vannogl’invan nudati rustici, le famimal desiate, e de le sacre toghel’armata in vano autoritá sul vulgo.
Chi siede a lui vicin? Per certo il casocongiunse accorto i due leggiadri estremi,perché doppio spettacolo campeggi;e l’un dell’altro al par piú lustri e splenda.Falcato dio degli orti, a cui la grecaLámsaco d’asinelli offrir soleavittima degna, al giovine seguacedel sapiente di Samo i doni tuoireca sul desco: egli ozioso siede,dispregiando le carni; e le naricischifo raggrinza, in nauseanti rugheripiega i labbri, e poco pane intantorumina lentamente. Altro giammaia la squallida fame eroe non seppedurar si forte: né lassezza il vinsené deliquio giammai né febbre ardente;tanto importa lo aver scarze le membra,singolare il costume, e nel Bel Mondoonor di filosofico talento!Qual anima è volgar la sua pietadeall’uom riserbi; e facile ribrezzodéstino in lei del suo simile i danni,i bisogni e le piaghe. Il cor di luisdegna comune affetto; e i dolci motia piú lontano limite sospinge.— Péra colui che prima osò la manoarmata alzar su l’innocente agnellae sul placido bue: né il truculentocor gli piegáro i teneri belati,né i pietosi mugiti, né le mollilingue, lambenti tortuosamentela man che il loro fato, ahimè! stringea. —Tal ei parla, o signore; e sorge intanto,al suo pietoso favellar, dagli occhide la tua dama dolce lagrimetta,pari a le stille tremule, brillanti,che a la nova stagion gemendo vannodai palmiti di Bacco, entro commossial tiepido spirar de le prim’aurefecondatrici. Or le sovviene il giorno,ahi fero giorno! allor che la sua bellavergine cuccia de le Grazie alunna,giovenilmente vezzeggiando, il piedevillan del servo con l’eburneo dentesegnò di lieve nota: ed egli audacecon sacrilego piè lanciolla: e quellatre volte rotolò; tre volte scossegli scompigliati peli, e da le mollinari soffiò la polvere rodente.Indi, i gemiti alzando: Aita, aita,parea dicesse; e da le aurate voltea lei l’impietosita Eco rispose:e dagl’infimi chiostri i mesti serviasceser tutti; e da le somme stanzele damigelle pallide, tremanti,precipitare. Accorse ognuno; il voltofu spruzzato d’essenze a la tua dama;ella rinvenne alfin: l’ira, il dolorel’agitavano ancor; fulminei sguardigettò sul servo, e con languida vocechiamò tre volte la sua cuccia: e questaal sen le corse; in suo tenor vendettachieder sembrolle: e tu vendetta avesti,vergine cuccia de le Grazie alunna.L’empio servo tremò; con gli occhi al suoloudí la sua condanna. A lui non valsemerito quadrilustre; a lui non valsezelo d’arcani ufici; in van per luifu pregato e promesso; ei nudo andonne,dell’assisa spogliato ond’era un giornovenerabile al vulgo. In van novellosignor sperò; che le pietose dameinorridirò, e del misfatto atroceodiar Fautore. 11 misero si giacque,con la squallida prole e con la nudaconsorte a lato su la via spargendoal passeggiere inutile lamento:e tu, vergine cuccia, idol placatoda le vittime umane, isti superba.
Fia tua cura, o signore, or che piú fervela mensa, di vegliar su i cibi; e prontoscoprir qual d’essi a la tua dama ò caro:o qual di raro augel, di stranio pesceparte le aggrada. Il tuo coltello Amoreanatomico renda, Amor, che tuttedegli animali noverar le membrapuote, e discerner sa qual abbian tutteuso e natura. Piú d’ognaltra cosaperò ti caglia rammentar mai semprequal piú cibo le nuoca, o qual piú giovie l’un rapisci a lei, l’altro concedi,come d’uopo ti par. Serbala, oh dio!serbala ai cari figli. Essi dal giornoche le alleviáro il dilicato fianco,non la rivider piú: d’ignobil pettoesaurirono i vasi, e la ricolmanitidezza serbáro al sen materno.Sgridala, se a te par ch’avida troppoagogni al cibo; e le ricorda i mali,che forse avranno altra cagione, e ch’ellaal cibo imputerá nel di venturo.Xé al cucinier perdona, a cui non calsetanta salute. A te sui servi altruiragion donossi in quel felice istanteche la noia o l’amor vi strinser amboin dolce nodo, e dièr ordini e leggi.Per te sgravato d’odioso incarco,ti fia grato colui che dritto vantad’impor novo cognome a la tua dama;e pinte trascinar su gli aurei cocchi,giunte a quelle di lei, le proprie insegne:dritto illustre per lui, e ch’altri secoaudace non tentò divider mai.
Ma non sempre, o signor, tue cure fienoa la dama rivolte: anco talorati fia lecito aver qualche riposo;e de la quercia trionfale all’ombra,te de la polve olimpica tergendo,al vario ragionar degli altri eroiporgere orecchio, e il tuo sermone ai loroozioso mischiar. Giá scote un d’essile architettate del bel crine anellasu l’orecchio ondeggianti; e, ad ogni scossa,de’ convitati a le narici mandavezzoso nembo d’arabi profumi.Allo spirto di lui l’alma Naturafu prodiga cosí, che piú non seppedi che il volto abbellirgli; e all’Arte disse:— Compisci il mio lavoro; — e l’Arte sudasollecita d’intorno all’opra illustre.Molli tinture, preziose linfe,polvi, pastiglie, dilicati unguenti,tutto arrischia per lui. Quanto di novoe mostruoso piú sa tesser spola,o bulino intagliar francese ecl anglo,a lui primo concede. Oh lui beatoche primo può di non piú viste formetabacchiera mostrar! L’etica invidiai grandi, eguali a lui, lacera e mangia;ed ei, pago di sé, superbamentecrudo fa loro balenar su gli occhil’ultima gloria onde Parigi ornollo.Forse altera cosí, d’Egitto in faccia,vaga prole di Semele, apparisti,i giocondi rubini alto levandodel grappolo primiero: c tal tu forse,tessalico garzon, mostrasti a JolcoLauree lane rapite al fero drago.
Vedi, o signor, quanto magnanim’iranell’eroe che vicino all’altro siedea quel novo spettacolo si desta:vedi come s’affanna, e sembra il ciboobliar declamando! Al certo, al certo.il nemico è a le porte: ohimè! i Penatitremano, e in forse è la ci vii salute.Ah no; piú grave a lui, piú preziosacura lo infiamma: — O depravati ingegnidegli artefici nostri! In van si speradall’inerte lor man lavoro industre,felice invenzion d’uom nobil degna.Chi sa intrecciar, chi sa pulir fermaglioa nobile calzar? chi tesser drapposoffribil tanto, che d’ornar presumale membra di signor che un lustro a penadi feudo conti? In van s’adopra e stancachi ’l genio lor bituminoso e crassoosa destar. Di lá dall’Alpi è forzaricercar l’eleganza. E chi giammai,fuor che il genio di Francia, osato avrebbesu i menomi lavori i grechi ornatirecar felicemente? Andò romitoil Bongusto finora, spaziandosu le auguste cornici e su gli eccelsitimpani de le moli al nume sacree agli uomini scettrati; oggi ne scende,vago alfin di condurre i gravi fregiinfra le man di cavalieri e dame:tosto forse il vedrem trascinar ancosu molli veli e nuziali donile greche travi; e docile trastullofien de la Moda le colonne e gli archiove sedeano i secoli canuti. —
— Commercio! — alto gridar; gridar: — commercio! —all’altro lato de la mensa or odicon fanatica voce: e tra ’l fragored’un peregrino d’eloquenza fiume,di bella novitá stampate al coniole forme apprendi, onde assai meglio poibrillantati i pensier picchin la mente.Tu pur grida: Commercio! e la tua damaanco un motto ne dica. Empiono, è vero,il nostro suol di Cerere i favori,che tra i folti di biade immensi campimove sublime; e fuor ne mostra a penatra le spighe confuso il crin dorato:Bacco e Vertunno i lieti poggi intornone coronan di poma: e Pale amicalatte ne preme a larga mano, e tondecandidi velli, e per li prati pascemille al palato uman vittime sacre:cresce fecondo il lin, soave curadel verno rusticale; e d’infinitaserie ne cinge le campagne il tantoper la morte di Tisbe arbor famoso.Che vale or ciò? Su le natie lor balzerodan le capre: ruminando il buelungo i prati natii vada; e la plebe,non dissimile a lor, si nutra e vestade le fatiche sue; ma a le grand’al me,di troppo agevol ben schife, Cillenioil comodo presenti a cui le migliapregio acquistino e l’oro: e d’ogn’intorno:commercio, risonar s’oda, commercio.Tale dai letti de la molle rosaSibari ancor gridar soleva; i lumidisdegnando volgea dai campi aviti,troppo per lei ignobil cura; e mentreCartagin, dura a le fatiche, e Tiro,pericolando per l’immenso sale,con l’oro altrui le voluttá cambiava,Sibari si volgea sull’altro lato;e non premute ancor rose cercando,pur di commercio novellava e d’arti,
Né senza i miei precetti e senza scortainerudito andrai, signor, qualorail perverso destin dal fianco amatot’allontani a la mensa. Avvien sovente,che un grande illustre or l’Alpi, or l’oceanovarca e scende in Ausonia, orribil ceffoper natura o per arte, a cui Ciprignaróse le nari; e sale impuro e crudosnudò i denti ineguali. Ora il distinguerisibil gobba, or furiosi sguardi,obliqui o loschi; or rantoloso avvolgetra le tumide fauci ampio volumedi voce che gorgoglia, ed esce alfinecome da inverso fiasco onda che goccia.Or d’avi, or di cavalli, ora di Friníinstancabile parla, or de’ celestile folgori deride. Aurei monilie gemme e nastri, gloriose pompe,l’ingombran tutto; e gran titolo suonadinanzi a lui. Qual piú tra noi risplendeinclita stirpe, ch’onorar non vogliad’un ospite si degno i lari suoi?Ei però sederá de la tua damaal fianco ancora: e tu, lontan da Giuno,tra i silvani capripedi n’andraipresso al marito; e pranzerai neglettocol popol folto degli dèi minori.
Ma negletto non giá dagli occhi andraide la dama gentil, che, a te rivolti,incontreranno i tuoi. L’aere a quell’urtoarderá di faville: e Amor con l’alil’agiterá. Nel fortunato incontroi messaggier pacifici dell’almacambieran lor novelle, e alternamentespinti, rifluiranno a voi con dolcedelizioso tremito sui cori.Tu le ubbidisci allora, o se t’invitale vivande a gustar che a lei vicinel’ordin dispose, o se a te chiede in vecequella che innanzi a te sue voglie pungenon col soave odor, ma con le noveleggiadre forme onde abbellir la seppedell’ammirato cucinier la mano.Con la mente si pascono gli dèisopra le nubi del brillante Olimpo:e le labbra immortali irrita e movenon la materia, ma il divin lavoro.
Né intento meno ad ubbidir saraii cenni del bel guardo, allor che quelladi licor peregrino ai labbri accostacolmo bicchiere, a lo cui orlo intornoserpe dorata striscia, o a cui vermigliacera la base impronta, e par che dica:— Lungi, o labbra profane: al labbro solode la diva che qui soggiorna e regnail castissimo calice si serbi:né cavalier con l’alito maschileosi appannarne il nitido cristallo,né dama convitata unqua presumadi porvi i labbri; e sien pur casti e puri,e quant’esser si può cari all’amore.Nessun’altra è di lei piú pura cosa;chi macchiarla oserá? Le ninfe invano,da le arenose loro urne versandocento limpidi rivi, al candor primotornar vorrieno il profanato vaso,e degno farlo di salir di novoa le labbra celesti, a cui non liceinviolate approssimarsi ai vasiche convitati cavalieri e dameconvitate macchiar coi labbri loro. —Tu ai cenni del bel guardo, e de la manoche reggendo il bicchier sospesa ondeggia,affettuoso attendi. I guardi tuoi,sfavillando di gioia, accolgan lietiil brindisi segreto; e tu ti accingiin simil modo a tacita risposta.
Immortal come voi, la nostra Musabrindisi grida all’uno e all’altro amante;all’altrui fida sposa a cui se’ caro,e a te, signor, sua dolce cura e nostra.Come annoso licor Lieo vi mesce,tale Amore a voi mesca eterna gioia,non gustata al marito, e da coloroinvidiata che gustata l’hanno.Veli con l’ali sue sagace obliole alterne infedeltá che un cor dall’altropotrieno un giorno separar per sempre;e sole agli occhi vostri Amor discoprale alterne infedeltá che in ambo i coriventilar possan le cedenti fiamme.Un sempiterno, indissolubil nodoáuguri ai vostri cor volgar cantore;nostra nobile Musa a voi desiasol fin che piace a voi durevol nodo.Duri fin che a voi piace; e non si sciolgasenza che Fama sopra l’ali immensetolga l’alta novella, e grande n’empia,col reboato dell’aperta tromba,l’ampia cittade e dell’Enotria i montie le piagge sonanti, e, s’esser puote,la bianca Teti e Guadiana e Tuie.Il mattutino gabinetto, il corso,il teatro, la mensa, in vario stilene ragionin gran tempo: ognun ne chiedail dolente marito; ed ei dall’altola lamentabil favola cominci.Tal su le scene, ove agitar soleal’ombre tinte di sangue Argo piagnente,squallido messo al palpitante coronarrava come furiando Edipoal talamo corresse incestuoso;come le porte rovescionne, e comeal subito spettacolo risté,quando vicina del nefando lettovide in un corpo solo e sposa e madrepender strozzata; e del fatale uncinole mani armossi; e con le proprie mania sé le care luci da la testa,con le man proprie, misero! strapposse.
Ecco, volge al suo fine il pranzo illustre.Giá Como e Dionisio al desco intornorapidissimamente in danza giranocon la libera Gioia: ella saltando,or questo or quel dei convitati lievetocca col dito; e al suo toccar scoppiettanobrillanti vivacissime scintillech’altre ne destan poi. Sonan le risa;e il clamoroso disputar s’accende.La nobil vanitá punge le menti;e l’Amor di sé sol, baldo scorrendo,porge un scettro a ciascuno, e dice: — Regna. —Onesti i concili di Bellona, e queglipenetra i tempii de la Pace. Un guidai condottieri: ai consiglier consigliol’altro dona, e divide e capovolgecon seste ardite il pelago e la terra.Qual di Fallacie Parti e de le Musegiudica e libra: qual ne scopre acutol’alte cagioni, e i gran principi abbattecui creò la natura, e che tirannisopra il senso degli uomini regnárogran tempo in Grecia; e ne la tosca terrarinacquer poi piú poderosi e forti.
Cotanto adunque di sapere è datoa nobil mente? Oh letto, oh specchio, oh mensa,oh corso, oh scena, oh feudi, oh sangue, oh avi,che per voi non s’apprende? Or tu, signore,col volo ardito del felice ingegnot’ergi sopra d’ognaltro. Il campo è questoove splender piú dèi: nulla scienza,sia quant’esser si vuole arcana e grande,ti spaventi giammai. Se cosa udistio leggesti al mattino, onde tu possagloria sperar, qual cacciator che seguecircuendo la fera, e si la guidae volge di lontan, che a poco a pocos’avvicina a le insidie e dentro piomba,tal tu il sermone altrui volgi sagacefinché lá cada ove spiegar ti gioviil tuo novo tesor. Se nova formadel parlare apprendesti, allor ti piacciamateria espor che, favellando, ammettala nova gemma: e poi che il punto hai còlto,ratto la scopri, e sfolgorando abbagliaqual altra è mente che superba andassedi squisita eloquenza ai gran convivi.In simil guisa il favoloso amantedell’animosa vergin di Dordonaai cavalier che l’assalien superbiusar lasciava ogni lor possa ed arte;poi nel miglior de la terribil pugnasvelava il don dell’amoroso mago:e quei, sorpresi dall’immensa luce,cadeano ciechi e soggiogati a terra.Se alcun di Zoroastro e d’Archimedediscepol sederá teco a la mensa,a lui ti volgi: seco lui ragiona;suo linguaggio ne apprendi, e quello poi,quas’innato a te fosse, alto ripeti:Né paventar quel che l’antica famanarrò de’ suoi compagni. Oggi la divaUrania il crin compose: e gl’irti alunnismarriti, vergognosi, balbettanti,trasse da le lor cave, ove pur dianzi,col profondo silenzio e con la nottetenea consiglio: indi le serve bracciafornien di leve onnipotenti, ond’altosalisser poi piramidi, obelischi,ad eternar de’ popoli superbii gravi casi: oppur con feri dicchistavan contro i gran letti; o di pignoneaudace armati spaventosamentecozzavan con la piena, e giú a traversospezzate, dissipate rovesciavanole tetre corna, decima faticad’Èrcole invitto. Ora i selvaggi amiciUrania incivili: baldi e leggiadrinel gran mondo li guida, o tra ’l clamorede’ frequenti convivi, oppur tra i vezzide’ gabinetti, ove a la docil damae al saggio cavalier mostran qual viaVenere tenga, e in quante forme o qualisuo volto lucidissimo si cambi.
Né del poeta temerai, che befficon satira indiscreta i detti tuoi;né che a maligne risa esponer osituo talento immortal. Voi l’innalzasteall’alta mensa; e tra la vostra lucebeato 1 ’avvolgeste; e de le Musea dispetto e d’Apollo, al sacro corol’ascriveste de’ vati. Egli ’l suo Pindofeo de la mensa: e guai a lui, se quincile dèe sdegnate giú precipitandocon le forchette il cacciano! Meschino!Piú non potria su le dolenti membradel suo infermo signor chiedere aitada la buona Salute; o con alateodi ringraziar, né tesser innial barbato figliuol di Febo intonso:piú del giorno natale i chiari alborisalutar non potrebbe, e l’auree freccenomi-sempiternanti all’arco imporre:non piú gli urti festevoli, o sul naso,l’elegante scoccar d’illustri ditafòra dato sperare. A lui tu dunquenon isdegna, o signor, volger talvoltatu’ amabil voce: a lui declama i versidel dilicato cortigian d’Augusto,o di quel che tra Venere e Lieopinse Trimalcion. La Moda imponeCh’Arbitro o Fiacco a un bello spirto ingombrispesso le tasche. Il vostro amico vatet’udrá, maravigliando, il sermon priscoor sciogliere, or frenar, qual piú ti piace:e per la sua faretra, e per li centodestrier focosi che in Arcadia pasce,ti giurerá che di Donato al paroil diffidi sermone intendi e gusti.
Cotesto ancor di rammentar fia tempoi novi sofi che la Gallia e l’Alpe,esecrando, persegue; e dir qual arsede’ volumi infelici e andò macchiatod’infame nota: e quale asilo apprestifilosofia al morbido Aristippodel secol nostro; e qual ne appresti al novoDiogene, dell’auro spregiatoree della opinione de’ mortali.Lor volumi famosi a te verranno,da le fiamme fuggendo a gran giornate,per calle obliquo e compri a gran tesoro:o, da cortese man prestati, fiènolungo ornamento a lo tuo speglio innanzi.Poiché scorsi gli avrai pochi momenti,specchiandoti e a la man garrendo indottadel parrucchier; poiché t’avran la seraconciliato il facil sonno, alloraa la toilette passeran di quellache comuni ha con te studi e liceo,ove togato in cattedra elegantesiede interprete Amor. Ma fui la mensail favorevol loco, ove al sol escade’ brevi studi il glorioso frutto.
Qui ti segnalerai co’ novi sofi,schernendo il fren che i creduli maggioriatto solo stimar l’impeto follea vincer de’ mortali, a stringer fortenodo fra questi, e a sollevar lor spemecon penne oltre natura alto volanti.Chi por freno oserá d’almo signorea la mente od al cor? Paventi il vulgooltre natura: il debole prudenterispetti il vulgo; e quei, cui dona il vulgotitol di saggio, mediti romitoil ver celato; e alfin cada adorandola sacra nebbia che lo avvolge intorno.Ma il mio signor, com’aquila sublime,dietro ai sofi novelli il volo spieghi.Perché piú generoso il volo sia,voli senz’ale ancor; né degni ’l tergoaffaticar con penne. Applauda intantotutta la mensa al tuo poggiare ardito.Te con lo sguardo e con l’orecchio bevala dama dalle tue labbra rapita:con cenno approvator vezzosa il capopieghi sovente: e il «calcolo» e la «massa»e l’«inversa ragion» sonino ancorasu la bocca amorosa. Or piú non odiadelle scole il sermone Amor maestro;ma l’accademia e i portici passeggiade’ filosofi al fianco, e con la mollemano accarezza le cadenti barbe.
Ma guardati, o signor, guardati, oh Dio!dal tossico mortai che fuora esaladai volumi famosi; e occulto poisa, per le luci penetrato all’alma,gir serpendo nei cori; e con fallacelusinghevole stil corromper tentail generoso de le stirpi orgoglioche ti scevra dal vulgo. Udrai da quelli,che ciascun de’ mortali all’altro è pari;che caro a la natura e caro al cieloè non meno di te colui che reggei tuoi destrieri e quei ch’ara i tuoi campi;e che la tua pietade e il tuo rispettodovrien fino a costor scender vilmente.Folli sogni d’infermo! Intatti lasciacosí strani consigli; e sol ne apprendiquel che la dolce voluttá rinfranca,io io quel che scioglie i desiri, e quel che nutrela libertá magnanima. Tu questoreca solo a la mensa: e sol da questocerca plausi ed onor. Cosí dell’apil’industrioso popolo, ronzando,gira di fiore in fior, di prato in prato;e i dissimili sughi raccogliendo,tesoreggia nell’arnie: un giorno poine van colme le pátere doratesopra l’ara de’numi; e d’ogn’intornoribocca la fragrante alma dolcezza.
Or versa pur dall’odorato gremboi tuoi doni, o Pomona; e l’ampie colmatazze, che d’oro e di color diversifregiò il sassone industre; il fine è giuntode la mensa divina. E tu dai greggi,rustica Pale, coronata vienidi melissa olezzante e di ginebro;e co’ lavori tuoi di presso lattevergognando t’accosta a chi ti chiede;ma deporli non osa. In su la mensapotrien, deposti, le celesti naricommover troppo, e con volgare olezzogli stomachi agitar. Torreggili solosu’ ripiegati lini in varie formei latti tuoi, cui di serbato vernorassodarono i sali, e reser attia dilettar con súbito rigoredi convitato cavalier le labbra.
Tu, signor, che farai poi che fie postoline a la mensa, e che, lieve puntando,la tua dama gentil fatto avrá cennoche di sorger è tempo? In piè d’un saltobalza prima di tutti; a lei t’accosta,la seggiola rimovi, la man porgi;guidala in altra stanza, e piú non soffriche lo stagnante de le dapi odoreil cèlabro le offenda. Ivi con gli altrigratissimo vapor t’invita, ond’empiel’aria il caffè che preparato fumain tavola minor, cui vela ed ornaindica tela. Ridolente gommaquinci arde intanto; e va lustrando e purgal’aere profano, e fuor caccia del cibole volanti reliquie. Egri mortali,cui la miseria e la fidanza un giornosul meriggio guidáro a queste porte,tumultuosa, ignuda, atroce folladi tronche membra e di squallide faccee di bare e di grucce, ora da lungivi confortate, e per le aperte naridel divin pranzo il nèttare beeteche favorevol aura a voi conduce;ma non osate i limitari illustriassediar, fastidioso offrendospettacolo di mali a chi ci regna.
Or la piccola tazza a te convieneapprestare, o signor, che i lenti sorsiministri poi de la tua dama ai labbri;or memore avvertir s’ella piú goda,o sobria, o liberal, temprar col dolcela bollente bevanda; o se piú forsel’ami cosí, come sorbir la suolebarbara sposa, allor che, molle assisasu’ broccati di Persia, al suo signorecon le dita pieghevoli ’l selvosomento vezzeggia, e, la svelata frontealzando, il guarda; e quelli sguardi han possadi far che a poco a poco di man cadaal suo signore la fumante canna.
Mentre il labbro e la man v’occupa e scaldal’odorosa bevanda, altere cosemacchinerá tua infaticabil mente.Qual coppia di destrieri oggi de’ il carroguidar de la tua dama; o l’alte moliche su le fredde piagge educa il cimbro,o quei che abbeverò la Orava, o quelliche a le vigili guardie un di fuggiròda la stirpe campana. Oggi qual megliosi convenga ornamento ai dorsi alteri:se semplici e negletti; o se pomposidi ricche nappe e variate stringheandran su l’alto collo i crin volando;e sotto a cuoi vermigli e ad auree fibbieondeggeranno li ritondi fianchi.Quale oggi cocchio trionfanti al corsovi porterá: se quel cui l’oro copre;o quel su le cui tavole pesantisaggio pennello i dilicati finsestudi dell’ago, onde si fregia il capoe il bel sen la tua dama; e pieni vetridi freschissima linfa e di fior varigli diede a trascinar. Cotanta moledi cose a un tempo sol nell’alta menterivolgerai: poi col supremo aurigaarduo consiglio ne terrai, non senzaqualche lieve garrir con la tua dama.Servi le leggi tue l’auriga: e intantoaltre v’occupin cure. Il gioco puoteora il tempo ingannare: ed altri ancoraforse ingannar potrá. Tu il gioco eleggiche due soltanto a un tavoliere ammetta;tale Amor ti consiglia. Occulto ardeagiá di ninfa gentil misero amante,cui null’altra eloquenza usar con lei,fuor che quella degli occhi era concesso;poiché il rozzo marito, ad Argo eguale,vigilava mai sempre; e, quasi biscia,ora piegando, or allungando il collo,ad ogni verbo con gli orecchi acutiera presente. Oimè! come con cenni,o con notata tavola giammai,o con servi sedotti, a la sua ninfachieder pace ed aita? Ogni d’Amorestratagemma finissimo vincevala gelosia del rustico marito.Che piú lice sperare? Al tempio ei corredei nume accorto che le serpi intrecciaall’aurea verga, e il capo e le calcagnad’ali fornisce. A lui si prostra umile,e in questa guisa, lagrimando, il prega:— O propizio agli amanti, o buon figliuolode la candida Maia, o tu che d’Argodeludesti i cent’occhi, e a lui rapistila guardata giovenca, i preghi accettad’un amante infelice; e a me concedi,se non gli occhi ingannar, gli orecchi almenod’un marito importuno. — Ecco si scoteil divin simulacro, a lui si china,con la verga pacifica la frontegli percote tre volte: e il lieto amantesente dettarsi ne la mente un giocoche i mariti assordisce. A lui direstiche l’ali del suo piè concesse ancorail supplicato dio; cotanto ei volavelocissimamente a la sua donna!Lá bipartita tavola prepara,ov’ebano ed avorio intarsiatiregnan sul piano; e partono alternandoin dodici magioni ambe le sponde.° Quindici nere d’ebano girellee d’avorio bianchissimo altrettantestan divise in due parti; e moto e normada due dadi gittati attendon, prontead occupar le case, e quinci e quindipugnar contrarie. Oh cara a la Fortunaquella che corre innanzi all’altre, e secoha la compagna, onde il nemico assaltoforte sostenga! Oh giocator felicechi pria l’estrema casa occupa; e l’altrode le proprie magioni ordin riempiecon doppio segno, e quindi poi securoda la falange il suo rivai combatte,e in proprio ben rivolge i colpi ostili!Al tavolier s’assidono ambidue,l’amante cupidissimo e la ninfa:quella occupa una sponda, e questi l’altra.il marito col gomito s’appoggiaall’un de’ lati: ambi gli orecchi tende;e sotto al tavolier di quando in quandoguata con gli occhi. Or l’agitar dei dadientro ai sonanti bossoli comincia;ora il picchiar de’ bossoli sul piano;ora il vibrar, lo sparpagliar, l’urtare,il cozzar de’ due dadi; or de le mossepedine il martellar. Torcesi e fremesbalordito il geloso: a fuggir pensa;ma riattienlo il sospetto. Il romor cresce,il rombazzo, il frastono, il rovinio.Ei piú regger non puote; in piedi balza,il S0 e con ambe le man tura gli orecchi.Tu vincesti, o Mercurio: il cauto amantepoco disse, e la bella intese assai.
Tal ne la ferrea etá, quando gli sposifolle superstizion chiamava all’armi,giocato fu. Ma poi che l’aureo fulsesecol di novo, e che del prisco erroresi spogliáro i mariti, al sol dilettola dama e il cavaiier volsero il giocoche la necessitá scoperto avea.ityo Fu superfluo il romor: di molle pannola tavola vestissi e de’ patentibossoli ’l sen: lo schiamazzio molestotal rintuzzossi; e durò al gioco il nomeche ancor l’antico strepito dinota.
Fonte: Poesie vol. 1 : Giuseppe Parini