Alla Moda
Lungi da queste carte i cisposi occhi già da un secolo rintuzzati, lungi i fluidi nasi de’ malinconici vegliardi. Qui non si tratta di gravi ministerii nella patria esercitati, non di severe leggi, non di annoiante domestica economia, misero appannaggio della canuta età. A te, vezzosissima Dea, che con sí dolci redine oggi temperi e governi la nostra brillante gioventú, a te sola questo piccolo Libretto si dedica e si consagra. Chi è che te qual sommo Nume oggimai non riverisca ed onori, poiché in sí breve tempo se’ giunta a debellar la ghiacciata Ragione, il pedante Buon Senso e l’Ordine seccaginoso, tuoi capitali nemici, ed hai sciolto dagli antichissimi lacci questo tuo secolo avventurato? Piacciati dunque di accogliere sotto alla tua protezione, ché forse non n’è indegno, questo piccolo Poemetto. Tu il reca su i pacifici altari, ove le gentil Dame e gli amabili Garzoni sagrificano a sé medesimi le mattutine ore. Di questo solo egli è vago, e di questo solo andrà superbo e contento. Per esserti piú caro egli ha scosso il giogo della servile rima, e se ne va libero in versi sciolti, sapendo che tu di questi specialmente ora godi e ti compiaci. Esso non aspira all’immortalità, come altri libri, troppo lusingati da’ loro Autori, che tu, repentinamente sopravvenendo, hai seppelliti nell’oblio. Siccome egli è per te nato, e consagrato a te sola, cosí fie pago di vivere quel solo momento, che tu ti mostri sotto un medesimo aspetto, e pensi a cangiarti e risorgere in più graziose forme. Se a te piacerà di riguardare con placid’occhio questo Mattino, forse gli succederanno il Mezzogiorno e la Sera; e il loro Autore si studierà di comporli ed ornarli in modo, che non meno di questo abbiano ad esserti cari.
Il Mattino
Giovin Signore, o a te scenda per lungoDi magnanimi lombi ordine il sanguePurissimo celeste, o in te del sangueEmendino il difetto i compri onoriE le adunate in terra o in mar ricchezzeDal genitor frugale in pochi lustri,Me Precettor d’amabil rito ascolta.
Come ingannar questi noiosi e lentiGiorni di vita, cui sí lungo tedioE fastidio insoffribile accompagna,Or io t’insegnerò. Quali al Mattino,Quai dopo il Mezzodí, quali la SeraEsser debban tue cure apprenderai,Se in mezzo a gli ozi tuo ozio ti restaPur di tender gli orecchi a’ versi miei.
Già l’are a Vener sacre e al giocatoreMercurio ne le Gallie e in AlbïoneDevotamente hai visitate, e portiPur anco i segni del tuo zelo impressi:Ora è tempo di posa. In vano MarteA sé t’invita; ché ben folle è quegliChe a rischio de la vita onor si merca,E tu naturalmente il sangue aborri.Né i mesti de la dea Pallade studiTi son meno odïosi: avverso ad essiTi feron troppo i queruli ricintiOve l’arti migliori e le scïenze,Cangiate in mostri e in vane orride larve,Fan le capaci volte eccheggiar sempreDi giovanili strida. Or primamenteOdi quali il Mattino a te soaviCure debba guidar con facil mano.Sorge il Mattino in compagnia dell’AlbaInnanzi al Sol che di poi grande appareSu l’estremo orizzonte a render lietiGli animali e le piante e i campi e l’onde.Allora il buon villan sorge dal caroLetto cui la fedel moglie e i minoriSuoi figlioletti intiepidîr la notte;Poi sul collo recando i sacri arnesiChe prima ritrovâr Cerere e Pale,Va col bue lento innanzi al campo, e scuoteLungo il picciol sentier da’ curvi ramiIl rudagioso umor che, quasi gemma,I nascenti del Sol raggi rifrange.Allora sorge il fabbro, e la sonanteOfficina riapre, e all’opre tornaL’altro dí non perfette, o se di chiaveArdua e ferrati ingegni all’inquïetoRicco l’arche assecura, o se d’argentoE d’oro incider vuol gioielli e vasiPer ornamento a nova sposa o a mense.Ma che? Tu inorridisci, e mostri in capo,Qual istrice pungente, irti i capegliAl suon di mie parole? Ah non è questo,Signore, il tuo mattin. Tu col cadenteSol non sedesti a parca mensa, e al lumeDell’incerto crepuscolo non gistiIeri a corcarti in male agiate piume,Come dannato è a far l’umile vulgo.
A voi, celeste prole, a voi, concilioDi Semidei terreni, altro concesseGiove benigno: e con altr’arti e leggiPer novo calle a me convien guidarvi.
Tu tra le veglie e le canore sceneE il patetico gioco oltre piú assaiProducesti la notte; e stanco alfineIn aureo cocchio, col fragor di caldePrecipitose rote e il calpestioDi volanti corsier, lunge agitastiIl queto aere notturno; e le tenébreCon fiaccole superbe intorno apristi,Siccome allor che il Siculo terrenoDa l’uno a l’altro mar rimbombar fèoPluto col carro, a cui splendeano innanziLe tede de le Furie anguicrinite.Così tornasti a la magion; ma quiviA novi studi ti attendea la mensaCui ricopríen pruriginosi cibiE licor lieti di Francesi colliO d’Ispani, o di Toschi, o l’OngareseBottiglia a cui di verde edera BaccoConcedette corona, e disse: SiediDe le mense reina. Alfine il SonnoTi sprimacciò le morbide coltríciDi propria mano, ove, te accolto, il fidoServo calò le seriche cortine:E a te soavemente i lumi chiuseIl gallo che li suole aprire altrui.Dritto è perciò, che a te gli stanchi sensiNon sciolga da’ papaveri tenaciMorfeo, prima che già grande il giornoTenti di penetrar fra gli spiragliDe le dorate imposte, e la paretePingano a stento in alcun lato i raggiDel sol ch’eccelso a te pende sul capo.Or qui principio le leggiadre cureDenno aver del tuo giorno; e quinci io debboSciorre il mio legno; e co’ precetti mieiTe ad alte imprese ammaestrar cantando.
Già i valetti gentili udîr lo squilloDel vicino metal, cui da lontanoScosse tua man col propagato moto;E accorser pronti a spalancar gli oppostiSchermi a la luce; e rigidi osservâroChe con tua pena non osasse FeboEntrar diretto a saettarti i lumi.Ergiti or tu alcun poco, e sí ti appoggiaAlli origlieri i quai, lenti gradandoAll’omero ti fan molle sostegno.Poi coll’indice destro, lieve lieveSopra gli occhi scorrendo, indi dileguaQuel che riman de la Cimmeria nebbia;E de’ labbri formando un picciol arco,Dolce a vedersi, tacito sbadiglia.Oh se te in sí gentile atto mirasseIl duro Capitan qualor tra l’armi,Sgangherando le labbra, innalza un gridoLacerator di ben costrutti orecchi,Onde a le squadre vari moti impone;Se te mirasse allor, certo vergognaAvría di sé piú che Minerva il giornoChe, di flauto sonando, al fonte scorseIl turpe aspetto de le guance enfiate.Ma già il ben pettinato entrar di nuovoTuo damigello i’ veggo; egli a te chiedeQuale oggi piú delle bevande usateSorbir ti piaccia in preziosa tazza:Indiche merci son tazze e bevande;Scegli qual più desii. S’oggi ti giovaPorger dolci allo stomaco fomenti,Sí che con legge il natural caloreV’arda temprato, e al digerir ti vaglia,Scegli il brun cioccolatte, onde tributoTi dà il Guatimalese e il CaribbèoC’ha di barbare penne avvolto il crine:Ma se noiosa ipocondria t’opprime,O troppo intorno a le vezzose membraAdipe cresce, de’ tuoi labbri onoraLa nettarea bevanda, ove abbronzatoFuma et arde il legume a te d’AleppoGiunto, e da Moca, che di mille naviPopolata mai sempre insuperbisce.Certo fu d’uopo che dal prisco seggioUscisse un regno, e con ardite veleFra straniere procelle e novi mostriE teme e rischi ed inumane famiSuperasse i confin, per lunga etadeInvïolati ancora; e ben fu drittoSe Cortes e Pizzarro umano sangueNon istimâr quel ch’oltre l’OceànoScorrea le umane membra, onde tonandoE fulminando, alfin spietatamenteBalzaron giú da’ loro aviti troniRe Messicani e generosi Incassi;Poiché nuove cosí venner delizie,O gemma degli eroi, al tuo palato!Cessi ’l Cielo però, che in quel momentoChe la scelta bevanda a sorbir prendi,Servo indiscreto a te improvviso annunziIl villano sartor che, non ben pagoD’aver teco diviso i ricchi drappi,Oso sia ancor con pòlizza infinitaA te chieder mercede. Ahimè, che fattoQuel salutar licore agro e indigestoTra le viscere tue, te allor farebbeE in casa e fuori e nel teatro e al corsoRuttar plebeiamente il giorno intero!
Ma non attenda già ch’altri lo annunzi,Gradito ognor, benché improvviso, il dolceMastro che i piedi tuoi, come a lui pare,Guida e corregge. Egli all’entrar si fermiRitto sul limitare: indi elevandoAmbe le spalle, qual testudo il colloContragga alquanto; e ad un medesmo tempoInchini ’l mento, e con l’estrema faldaDel piumato cappello il labbro tocchi.Non meno di costui, facile al lettoDel mio Signor t’accosta, o tu che addestriA modular con la flessibil voceTeneri canti, e tu che mostri altruiCome vibrar con maestrevol arcoSul cavo legno armonïose fila.
Né la squisita a terminar coronaDintorno al letto tuo, manchi, o Signore,Il Precettor del tenero idiomaChe da la Senna, de le Grazie madre,Or ora a sparger di celeste ambrosiaVenne all’Italia nauseata i labbri.All’apparir di lui l’itale vociTronche cedano il campo al lor tiranno;E a la nova ineffabile armoniaDe’ sovrumani accenti, odio ti nascaPiú grande in sen contro a le impure labbraCh’osan macchiarsi ancor di quel sermoneOnde in Valchiusa fu lodata e piantaGià la bella Francese, et onde i campiAll’orecchio dei Re cantati fûro«Lungo il fonte gentil de le bell’acque.»Misere labbra che temprar non sannoCon le Galliche grazie il sermon nostro,Sí che men aspro a’ dilicati spirti,E men barbaro suon fieda gli orecchi!
Or te questa, o Signor, leggiadra schieraTrattenga al novo giorno; e di tue voglieIrresolute ancora or l’uno or l’altroCon piacevoli detti il vano occúpi,Mentre tu chiedi lor tra i lenti sorsiDell’ardente bevanda a qual cantoreNel vicin verno si darà la palmaSopra le scene; e s’egli è il ver, che riedaL’astuta Frine che ben cento folliMilordi rimandò nudi al Tamigi;O se il brillante danzator NarcissoTornerà pure ad agghiacciare i pettiDe’ palpitanti Italici mariti.
Poiché cosí gran pezzo a’ primi alboriDel tuo mattin teco scherzato fia,Non senz’aver licenzïato primaL’ipocrita pudore, e quella schifaCui le accigliate gelide matroneChiaman modestia, alfine o a lor talento,O da te congedati escan costoro.Doman si potrà poscia, o forse l’altroGiorno a’ precetti lor porgere orecchio,Se meno ch’oggi a te cure dintornoPorranno assedio. A voi, divina schiatta,Vie piú che a noi mortali il ciel concesseDomabile midollo entro al cerébro,Sí che breve lavor basta a stamparviNovelle idee. In oltre a voi fu datoTal de’ sensi e de’ nervi e degli spirtiMoto e struttura, che ad un tempo millePenetrar puote, e concepir vostr’almaCose diverse, e non però turbarleO confonder giammai, ma scevre e chiareNe’ loro alberghi ricovrarle in mente.
Il vulgo intanto, a cui non dessi il veloAprir de’ venerabili misteri,Fie pago assai, poi che vedrà soventeIre e tornar dal tuo palagio i primiD’arte maestri, e con aperte fauciStupefatto berrà le tue sentenze.Ma già vegg’io che le ozïose laneSoffrir non puoi piú lungamente, e in vanoTe l’ignavo tepor lusinga e molce,Però che or te piú glorïosi affanniAspettan l’ore a trapassar del giorno.Su dunque, o voi, del primo ordine serviChe degli alti Signor ministri al fiancoSiete incontaminati, or dunque voiAl mio divino Achille, al mio RinaldoL’armi apprestate. Ed ecco in un balenoI tuoi valetti a’ cenni tuoi star pronti.Già ferve il gran lavoro. Altri ti vesteLa serica zimarra ove disegnoDiramasi Chinese; altri, se il chiedePiú la stagione, a te le membra copreDi stese infino al piè tiepide pelli.Questi al fianco ti adatta il bianco linoChe sciorinato poi cada, e difendaI calzonetti; e quei, d’alto curvandoIl cristallino rostro, in su le maniTi versa acque odorate, e da le maniIn limpido bacin sotto le accoglie.Quale il sapon del redivivo muschioOlezzante all’intorno, e qual ti porgeIl macinato di quell’arbor frutto,Che a Ròdope fu già vaga donzella,E chiama in van sotto mutate spoglieDemofoonte ancor Demofoonte.L’un di soavi essenze intrisa spugnaOnde tergere i denti, e l’altro apprestaAd imbianchir le guance util licore.
Assai pensasti a te medesmo; or volgiLe tue cure per poco ad altro obbiettoNon indegno di te. Sai che compagnaCon cui divider possa il lungo pesoDi quest’inerte vita il ciel destinaAl giovane Signore. Impallidisci?No, non parlo di nozze: antiquo e vietoDottor sarei se cosí folle io dessiA te consiglio. Di tant’alte dotiTu non orni cosí lo spirto, e i membri,Perché in mezzo a la tua nobil carrieraSospender debbi ’l corso, e fuora uscendoDi cotesto a ragion detto Bel Mondo,In tra i severi di famiglia padriRelegato ti giacci, a un nodo avvintoDi giorno in giorno piú penoso, e fattoStallone ignobil de la razza umana.
D’altra parte il Marito ahi quanto spiace,E lo stomaco move ai dilicatiDel vostr’Orbe leggiadro abitatoriQualor de’ semplicetti avoli nostriPortar osa in ridicolo trïonfoLa rimbambita Fe’, la Pudicizia,Severi nomi! E qual non suole a forzaIn que’ melati seni eccitar bile,Quando i calcoli vili del castaldoLe vendemmie, i ricolti, i pedagoghiDi que’ sí dolci suoi bambini altrui,Gongolando ricorda; e non vergognaDi mischiar cotai fole a peregriniSubbietti, a nuove del dir forme, a scioltiDa volgar fren concetti onde s’avvivaDa’ begli spirti il vostro amabil Globo.Pèra dunque chi a te nozze consiglia,Ma non però senza compagna andrai,Che fia giovane dama, e d’altrui sposa;Poiché sí vuole invïolabil ritoDel Bel Mondo onde tu se’ cittadino.
Tempo già fu, che il pargoletto AmoreDato era in guardia al suo fratello Imene;Poiché la madre lor temea che il ciecoIncauto Nume perigliando gisseMisero e solo per oblique vie,E che, bersaglio agl’indiscreti colpiDi senza guida e senza freno arciero,Troppo immaturo alfin corresse il semeUman ch’è nato a dominar la terra.Perciò la prole mal secura all’altraIn cura dato avea, sí lor dicendo:«Ite, o figli, del par; tu piú possenteIl dardo scocca, e tu piú cauto il guidaA certa meta». Cosí ognor compagnaIva la dolce coppia, e in un sol regnoE d’un nodo comun l’alme stringea.Allora fu che il Sol mai sempre unitiVedea un pastore ed una pastorellaStarsi al prato, a la selva, al colle, al fonte;E la Suora di lui vedeali poiUniti ancor nel talamo beatoCh’ambo gli amici Numi a piene maniGareggiando spargean di gigli e rose.Ma che non puote anco in divino petto,Se mai s’accende ambizïon di regno?Crebber l’ali ad Amore a poco a poco,E la forza con esse; ed è la forzaUnica e sola del regnar maestra.Perciò a poc’aere prima, indi piú arditoA vie maggior fidossi, e fiero alfineEntrò nell’alto, e il grande arco crollando,E il capo, risonar fece a quel motoIl duro acciar che la faretra a tergoGli empie, e gridò: Solo regnar vogl’io!Disse, e volto a la madre: «Amore adunque,Il piú possente infra gli Dei, il primoDi Citerèa figliuol, ricever leggi,E dal minor german ricever leggi,Vile alunno, anzi servo? Or dunque AmoreNon oserà fuor ch’una unica voltaFerire un’alma, come questo schifoDa me vorrebbe? E non potrò giammai,Dappoi ch’io strinsi un laccio, anco slegarloA mio talento, e, qualor parmi, un altroStringerne ancora? E lascerò pur ch’egliDi suoi unguenti impeci a me i miei dardiPerché men velenosi e men crudeliScendano ai petti? Or via, perché non togliA me dalle mie man quest’arco, e questeArmi da le mie spalle, e ignudo lasciQuasi rifiuto de gli Dei Cupido?Oh il bel viver che fia qualor tu soloRegni in mio loco! Oh il bel vederti, lasso!Studiarti a tôrre da le languid’almeLa stanchezza e ’l fastidio, e spander geloDi foco in vece! Or, genitrice, intendi:Vaglio, e vo’ regnar solo. A tuo piacereTra noi pàrti l’impero, ond’io con tecoAbbia omai pace, e in compagnia d’ImeneMe non trovin mai piú le umane genti».Qui tacque Amore, e, minaccioso in atto,Parve all’Idalia Dea chieder risposta.Ella tenta placarlo, e pianti e preghiSparge ma in vano; onde a’ due figli voltaCon questo dir pose al contender fine:«Poiché nulla tra voi pace esser puote,Si dividano i regni. E perché l’unoSia dall’altro germano ognor disgiunto,Sieno tra voi diversi e ’l tempo e l’opra.Tu che di strali altero a fren non cedi,L’alme ferisci, e tutto il giorno impera:E tu che di fior placidi hai coronaLe salme accoppia e coll’ardente faceRegna la notte». Ora di qui, Signore,Venne il rito gentil che a’ freddi sposiLe tenebre concede, e de le sposeLe caste membra; e a voi beata genteDi piú nobile mondo il cor di queste,E il dominio del dí, largo destina.Fors’anco un dí piú liberal confineVostri diritti avran, se Amor piú forteQualche provincia al suo germano usurpa:Cosí giova sperar. Tu volgi intantoA’ miei versi l’orecchio, et odi or qualeCura al mattin tu debbi aver di leiChe, spontanea o pregata, a te donossiPer tua Dama quel dí lieto che a fidaCarta, non senza testimoni, fûroA vicenda commessi i patti santi,E le condizïon del caro nodo.Già la Dama gentil, de’ cui bei lacciGodi avvinto sembrar, le chiare luciCol novo giorno aperse; e suo primieroPensier fu dove teco abbia piuttostoA vegliar questa sera, e consultonneContegnosa lo sposo il qual pur dianziFu la mano a baciarle in stanza ammesso.
Or dunque è tempo che il piú fido servoE il piú accorto tra i tuoi mandi al palagioDi lei, chiedendo se tranquilli sonniDormío la notte, e se d’imagin lieteLe fu Morfeo cortese. È ver che ieriSera tu l’ammirasti in viso tintaDi freschissime rose; e piú che maiVivace e lieta uscío teco del cocchio,E la vigile tua mano per vezzoRicusò sorridendo allor che l’ampieScale salí del maritale albergo:Ma ciò non basti ad acquetarti, e maiNon oblïar sí giusti ufici. Ahi quantiGeni malvagi tra ’l notturno orroreGodono uscire, ed empier di perigliLa placida quïete de’ mortali!
Potría, tolgalo il cielo, il picciol caneCon latrati improvvisi i cari sogniTroncare a la tua Dama; ond’ella, scossaDa subito capriccio, a rannicchiarsiAstretta fosse, di sudor gelatoE la fronte bagnando e il guancial molle.Anco potría colui che sí de’ tristiCome de’ lieti sogni è genitore,Crearle in mente di diverse ideeIn un congiunte orribile chimera;Onde agitata in ansïoso affannoGridar tentasse, e non però potesseAprire ai gridi tra le fauci il varco.Sovente ancor ne la trascorsa seraLa perduta tra ’l gioco aurea moneta,Non men che al Cavalier, suole a la DamaLunga vigilia cagionar: taloraNobile invidia de la bella amicaVagheggiata da molti, e talor breveGelosia n’è cagione. A questo aggiugniGl’importuni mariti, i quali in menteRavvolgendosi ancor le viete usanze,Poi che cessero ad altri il giorno, quasiAbbian fatto gran cosa, aman d’ImeneCon superstizïon serbare i dritti,E dell’ombre notturne esser tiranni,Non senza affanno de le caste sposeCh’indi preveggon tra pochi anni il fioreDe la fresca beltade a sé rapirsi.
Or dunque ammaestrato a quali e quantiMiseri casi espor soglia il notturnoOrror le Dame, tu non esser lento,Signore, a chieder de la tua novelle.
Mentre che il fido messaggier si attende,Magnanimo Signor, tu non staraiOzïoso però. Nel dolce campoPur in questo momento il buon cultoreSuda, e incallisce al vomere la mano,Lieto che i suoi sudor ti fruttin poiDorati cocchi, e peregrine mense.Ora per te l’industre artier sta fisoAllo scalpello, all’asce, al subbio, all’ago;Ed ora a tuo favor contende o vegliaIl ministro di Temi. Ecco te pure,Te la toilette attende: ivi i bei pregiDe la natura accrescerai con l’arte,Ond’oggi uscendo, del beante aspettoBeneficar potrai le genti, e gratoRicompensar di sue fatiche il mondo.
Ma già tre volte e quattro il mio SignoreVelocemente il gabinetto scórseCol crin disciolto e su gli omeri sparso,Quale a Cuma solea l’orribil magaQuando agitata dal possente NumeVaticinar s’udía. Cosí dal capoEvaporar lasciò de gli oli sparsiIl nocivo fermento, e de le polviChe roder gli potríen la molle cute,O d’atroce emicrania a lui le tempieTrafigger anco. Or egli avvolto in linoCandido siede. Avanti a lui lo specchioAltero sembra di raccôr nel senoL’imagin diva: e stassi agli occhi suoiSevero esplorator de la tua manoO di bel crin volubile Architetto.Mille d’intorno a lui volano odoriChe a le varie manteche ama rapireL’auretta dolce, intorno ai vasi ugnendoLe leggerissim’ale di farfalla.Tu chiedi in prima a lui qual piú gli aggradaSparger sul crin, se il gelsomino, o il biondoFior d’arancio piuttosto, o la giunchiglia,O l’ambra prezïosa agli avi nostri.Ma se la Sposa altrui, cara al Signore,Del talamo nuzial si duole, e scossePur or da lungo peso il molle lombo,Ah fuggi allor tutti gli odori, ah fuggi!Ché micidial potresti a un sol momentoTre vite insidïar: semplici sienoI tuoi balsami allor, né oprarli ardisciPria che su lor deciso abbian le nariDel mio Signore, e tuo. Pon mano posciaAl pettin liscio, e coll’ottuso denteLieve solca i capegli; indi li turbaCol pettine e scompiglia: ordin leggiadroAbbiano alfin da la tua mente industre.
Io breve a te parlai; ma non pertantoLunga fia l’opra tua; né al termin giuntaPrima sarà, che da piú strani eventiTurbisi e tronchi a la tua impresa il filo.Fisa i lumi allo speglio, e vedrai quiviNon di rado il Signor morder le labbraImpazïente, ed arrossir nel viso.Sovente ancor, se artificiosa menoFia la tua destra, del convulso piedeUdrai lo scalpitar breve e frequente,Non senza un tronco articolar di voceChe condanni e minacci. Anco t’aspettaVeder talvolta il mio Signor gentileFurïando agitarsi, e destra e mancaPorsi nel crine; e scompigliar con l’ugnaLo studio di molt’ore in un momento.Che piú? Se per tuo male un dí vaghezzaD’accordar ti prendesse al suo sembianteL’edificio del capo, ed oblïassiDi prender legge da colui che giunsePur ier di Francia, ahi quale atroce folgore,Meschino! allor ti pendería sul capo?Ché il tuo Signor vedresti ergers’in piedi;E versando per gli occhi ira e dispetto,Mille strazi imprecarti; e scender finoAd usurpar le infami voci al vulgoPer farti onta maggiore; e di bastoneIl tergo minacciarti; e vïolentoRovesciare ogni cosa, al suol spargendoRotti cristalli e calamistri e vasiE pettini ad un tempo. In cotal guisa,Se del Tonante all’ara o de la Dea,Che ricovrò dal Nilo il turpe Phallo,Tauro spezzava i raddoppiati nodiE libero fuggía, vedeansi al suoloVibrar tripodi, tazze, bende, scuri,Litui, coltelli, e d’orridi muggitiCommosse rimbombar le arcate volte,E d’ogni lato astanti e sacerdotiPallidi all’urto e all’impeto involarsiDel feroce animal che pria sí quetoGía di fior cinto, e sotto a la man sacraUmilïava le dorate corna.Tu non pertanto coraggioso e forteSoffri, e ti serba a la miglior fortuna.Quasi foco di paglia è il foco d’iraIn nobil cor. Tosto il Signor vedraiMansuefatto a te chieder perdono,E sollevarti oltr’ogni altro mortaleCon preghi e scuse a niun altro concesse;Onde securo sacerdote alloraL’immolerai qual vittima a Filauzio,Sommo Nume de’ Grandi, e pria d’ognaltroLarga otterrai del tuo lavor mercede.Or, Signore, a te riedo. Ah non sia colpaDinanzi a te s’io travviai col versoBreve parlando ad un mortal cui degniTu degli arcani tuoi. Sai che a sua vogliaQuesti ogni dí volge e governa i capiDe’ piú felici spirti; e le matrone,Che da’ sublimi cocchi alto disdegnanoVolgere il guardo a la pedestre turba,Non disdegnan sovente entrar con luiIn festevoli motti allor ch’espostiA la sua man sono i ridenti avoriDel bel collo e del crin l’aureo volume.Perciò accogli, ti prego, i versi mieiTuttor benigno: et odi or come possiL’ore a te render grazïose mentreDal pettin creator tua chioma acquistaLeggiadra o almen non piú veduta forma.
Picciol libro elegante a te dinanziTra gli arnesi vedrai che l’arte adunaPer disputare a la natura il vantoDel renderti sí caro agli occhi altrui.Ei ti lusingherà forse con lisciaPurpurea pelle onde fornito avralloO Mauritano conciatore o Siro;E d’oro fregi dilicati e vagoMutabile color che il collo imítiDe la colomba v’avrà posto intornoSquisito legator Batavo o Franco.Ora il libro gentil con lenta manoTogli; e non senza sbadigliare un pocoAprilo a caso, o pur là dove il partaTra una pagina e l’altra indice nastro.
O de la Francia Proteo multiforme,Voltaire troppo biasmato, e troppo a tortoLodato ancor, che sai con novi modiImbandir ne’ tuoi scritti eterno ciboAi semplici palati, e se’ maestroDi coloro che mostran di sapere;Tu appresta al mio Signor leggiadri studiCon quella tua Fanciulla agli Angli infesta,Che il grande Enrico tuo vince d’assai,L’Enrico tuo che non peranco abbatteL’Italïan Goffredo, ardito scoglioContro a la Senna d’ogni vanto altera.Tu de la Francia onor, tu in mille scrittiCelebrata Ninon, novella Aspasia,Taide novella, ai facili sapientiDe la Gallica Atene, i tuoi precettiPur dona al mio Signore: e a lui non menoPasci la nobil mente, o tu ch’a Italia,Poi che rapîrle i tuoi l’oro e le gemme,Invidïasti il fedo loto ancoraOnde macchiato è il Certaldese, e l’altroPer cui va sí famoso il pazzo Conte.
Questi, o Signore, i tuoi studiati autoriFíeno e mill’altri che guidâro in FranciaA novellar con le vezzose schiaveI bendati Sultani, i regi Persi,E le peregrinanti Arabe dame;O che con penna liberale ai caniRagion donâro e ai barbari sedili,E diêr feste e conviti e liete sceneAi polli ed a le gru d’amor maestre.
Oh pascol degno d’anima sublime!Oh chiara oh nobil mente! A te ben drittoÈ che si curvi riverente il vulgo,E gli oracoli attenda. Or chi fia dunqueSí temerario che in suo cor ti beffiQualor partendo da sí begli studiDel tuo paese l’ignoranza accusi,E tenti aprir col tuo felice raggioLa Gotica caligine che annosaSiede su gli occhi a le misere genti?Cosí non mai ti venga estranea curaQuesti a troncar sí prezïosi istanti,In cui non meno de la docil chiomaColtivi ed orni il penetrante ingegno.
Non pertanto avverrà, che tu sospendaQuindi a pochi momenti i cari studi,E che ad altro ti volga. A te quest’oraCondurrà il merciaiuol che in patria or tornaPronto inventor di lusinghiere fole,E liberal di forestieri nomiA merci che non mai varcâro i monti.Tu a lui credi ogni detto: e chi vuoi ch’osiUnqua mentire ad un tuo pari in faccia?Ei fia che venda, se a te piace, o cambiMille fregi e giojelli a cui la modaDi viver concedette un giorno interoTra le folte d’inezie illustri tasche.Poi lieto se n’andrà con l’una manoPesante di molt’oro; e in cor gioiendo,Spregerà le bestemmie imprecatrici,E il gittato lavoro, e i vani passiDel calzolar diserto e del drappiere;E dirà lor: «Ben degna pena avete,O troppo ancor religïosi serviDe la necessitade! antiqua è veroMadre e donna dell’arti, or nondimenoFatta cenciosa e vile. Al suo possenteAmabil vincitor v’era assai meglio,O miseri, ubbidire. Il Lusso, il LussoOggi sol puote dal ferace cornoVersar su l’arti a lui vassalle applausiE non contesi mai premi e dovizie».
L’ora fia questa ancor che a te conducaIl dilicato miniator di belle,Ch’è de la Corte d’Amatunta e PafoStipendiato ministro atto a gli affariSollecitar dell’amorosa Dea.Impazïente or tu l’affretta e spronaPerché a te porga il desïato avorioChe de le amate forme impresso ride,O che il pennel cortese ivi dispieghiL’alme sembianze del tuo viso, ond’abbiaTacito pasco, allor che te non vedeLa pudica d’altrui sposa a te cara;O che di lei medesma al vivo esprimaL’imagin vaga; o se ti piace, ancoraD’altra fiamma furtiva a te presentiCon piú largo confin le amiche membra.
Ma poi che al fine a le tue luci espostoFia il ritratto gentil, tu cauto osservaSe bene il simulato al ver risponda,Vie piú rigido assai se il tuo sembianteEsprimer denno i colorati puntiChe l’arte ivi dispose. Oh quante mendeScorger tu vi saprai! Or brune troppoA te parran le guance; or fia ch’eccedaMal frenata la bocca; or qual conviensiAl camuso Etiòpe il naso fia.Ti giovi ancora d’accusar soventeIl dipintor che non atteggi industreL’agili membra e il dignitoso busto,O che con poca legge a la tua imagoDia contorno o la posi o la panneggi.
È ver, che tu del grande di CrotoneNon conosci la scuola, e mai tua manoNon abbassossi a la volgar matitaChe fu nell’altra età cara a’ tuoi pariCui sconosciute ancora eran piú dolciE piú nobili cure a te serbate.Ma che non puote quel d’ogni precettoGusto trionfator che all’ordin vostroIn vece di maestro il Ciel concesse,Et onde a voi coniò le altere mentiAcciò che possan de’ volgari ingegniOltre passar la paludosa nebbia,E d’aere piú puro abitatriciNon fallibili scêrre il vero e il bello?Perciò qual piú ti par loda, riprendi,Non men fermo d’allor che a scranna siediRafael giudicando o l’altro egualeChe del gran nome suo l’Adige onora,E a le tavole ignote i noti nomiGrave comparti di color che primiFûr tra’ Pittori. Ah s’altri è sí procaceCh’osi rider di te, costui paventiL’augusta maestà del tuo cospetto,Si volga a la parete; e mentre cercaPor freno in van col morder de le labbraAllo scrosciar de le importune risaChe scoppian da’ precordi, vïolentaConvulsïone a lui deformi il volto,E lo affoghi aspra tosse; e lo puniscaDi sua temerità! Ma tu non pensaCh’altri ardisca di te rider giammai;E mai sempre imperterrito decidi.
Or l’immagin compiuta intanto serbaPerché in nobile arnese un dí si chiudaCon opposto cristallo, ove tu facciSovente paragon di tua beltadeCon la beltà de la tua Dama, o agli occhiDegl’invidi la tolga, e in sen l’ascondaSagace tabacchiera, o a te rilucaSul minor dito fra le gemme e l’oro;O de le grazie del tuo viso destiSoavi rimembranze al braccio avvoltaDe la pudica altrui Sposa a te cara.
Ma giunta è al fin del dotto pettin l’opra.Già il maestro elegante intorno spandeDa la man scossa un polveroso nemboOnde a te innanzi tempo il crine imbianchi.
D’orribil piato risonar s’udíoGià la corte d’Amore. I tardi vegliGrinzuti osâr coi giovani nipotiContendere di grado in faccia al soglioDel comune Signor. Rise la frescaGioventude animosa, e d’agri mottiLibera punse la senil baldanza.Gran tumulto nascea; se non che Amore,Ch’ogni diseguaglianza odia in sua corte,A spegner mosse i perigliosi sdegni:E a quei che militando incanutîroSuoi servi impose d’imitar con arteI duo bei fior che in giovenile gotaEduca e nutre di sua man natura:Indi fe’ cenno, e in un balen fûr vistiMille alati ministri alto volandoScoter le piume, e lieve indi fiocconneCandida polve che a posar poi venneSu le giovani chiome; e in bianco volseIl biondo, il nero, e l’odïato rosso.L’occhio cosí nell’amorosa reggiaPiú non distinse le due opposte etadi,E solo vi restò giudice il Tatto.
Or tu adunque, o Signor, tu che se’ il primoFregio ed onor dell’amoroso regno,I sacri usi ne serba. Ecco che sparsaPria da provvida man la bianca polveIn piccolo stanzin con l’aere pugna,E degli atomi suoi tutto riempieEgualmente divisa. Or ti fa’ coreE in seno a quella vorticosa nebbiaAnimoso ti avventa. Oh bravo! oh forte!Tale il grand’Avo tuo tra ’l fumo e ’l focoOrribile di Marte, furïandoGittossi allor che i palpitanti LariDe la Patria difese, e ruppe e in fugaMise l’oste feroce. Ei non pertantoFuliginoso il volto, d’atro sangueAsperso e di sudore, e co’ capegliStracciati ed irti, da la mischia uscíoSpettacol fero a’ cittadini istessiPer sua man salvi; ove tu assai piú dolceE leggiadro a vedersi, in bianca spogliaUscirai quindi a poco a bear gli occhiDe la cara tua Patria, a cui dell’AvoIl forte braccio, e il viso almo celesteDel Nipote dovean portar salute.
Ella ti attende impazïente, e milleAnni le sembra il tuo tardar poc’ore.È tempo omai che i tuoi valetti al dorsoCon lieve man ti adattino le vestiCui la moda e ’l buon gusto in su la SennaT’abbian tessute a gara, e qui cuciteAbbia ricco sartor che in su lo scudoMostri intrecciato a forbici elegantiIl titol di Monsieur. Non sol dia leggiA la materia la stagion diverse;Ma sien qual si conviene al giorno e all’oraSempre vari il lavoro e la ricchezza.
Fero Genio di Marte, a guardar postoDe la stirpe de’ Numi il caro fianco,Tu al mio giovane Eroe la spada or cingi,Lieve e corta non già, ma, qual richiedeLa stagion bellicosa, al suol cadente,E di triplice taglio armata e d’elsaImmane. Quanto esser può mai sublimeL’annoda pure, onde l’impugni all’uopoLa furibonda destra in un momento:Nè disdegnar con le sanguigne ditaDi ripulire et ordinar quel nodoOnde l’elsa è superba; industre studioÈ di candida mano; al mio SignoreDianzi, donollo, e gliel appese al brando,La pudica d’altrui Sposa a lui cara.Tal del famoso Artú vide la corteLe infiammate d’amor donzelle arditeOrnar di piume e di purpuree fasceI fatati guerrieri, onde piú ardentiGisser poi questi ad incontrar periglioIn selve orrende tra i giganti e i mostri.
Figlie de la Memoria inclite Suore,Che invocate scendeste, e i feri nomiDe le squadre diverse e de gli EroiAnnoveraste ai grandi che cantâroAchille, Enea, e il non minor Buglione,Or m’è d’uopo di voi: tropp’ardua impresa,E insuperabil senza vostr’aítaFia ricordare al mio Signor di quantiLeggiadri arnesi graverà sue vestiPria che di se medesmo esca a far pompa.
Ma qual tra tanti e sí leggiadri arnesiSí felice sarà che pria d’ogn’altro,Signor, venga a formar tua nobil soma?Tutti importan del par. Veggo l’AstuccioDi pelle rilucente ornato e d’oroSdegnar la turba, e gli occhi tuoi primieroOccupar di sua mole: esso a mill’uopiOpportuno si vanta, e in grembo a luiAtta agli orecchi, ai denti, ai peli, all’ugneVien forbita famiglia. A lui contendeI primi onori d’odorifer’ondaColmo Cristal che a la tua vita in forseRechi soccorso allor che il vulgo ardisceTroppo accosto vibrar da la vil salmaFastidïosi effluvi a le tue nari.Né men pronto di quello all’uopo istessoL’imitante un cuscin purpureo DrappoMostra turgido il sen d’erbe odorateChe l’aprica montagna in tuo favoreAl possente meriggio educa e scalda.Seco vien pur di cristallina rupePrezïoso Vasello onde traluceNon volgare confetto ove agli aromiStimolanti s’unío l’ambra o la terraChe il Giappon manda a profumar de’ GrandiL’etereo fiato; o quel che il CaramanoFa gemer latte dall’inciso capoDe’ papaveri suoi, perché qualoraNon ben felice amor l’alma t’attrista,Lene serpendo per le membra, acquetiA te gli spirti, e ne la mente inducaLieta stupidità che mille aduniImagin dolci e al tuo desio conformi.A questi arnesi il Cannocchiale aggiugni,E la guernita d’oro anglica Lente.Quel notturno favor ti presti alloraChe in teatro t’assidi, e t’avviciniGli snelli piedi e le canore labbraDa la scena rimota, o con malignoOcchio ricerchi di qualch’altra loggiaLe abitate tenèbre, o miri altroveGli ognor nascenti e moribondi amoriDe le tenere Dame, onde s’apprestiPer l’eloquenza tua nel dí vicinoLunga e grave materia. A te la LenteNel giorno assista, e de gli sguardi tuoiEconoma presieda, e sí li parta,Che il mirato da te vada superbo,Né i malvisti accusarti osin giammai.La Lente ancora all’occhio tuo vicinaIrrefragabil giudice condanniO approvi di Palladio i muri e gli archiO di Tizian le tele: essa a le vesti,Ai libri, ai volti feminili applaudaSevera o li dispregi. E chi del sensoComun sí privo fia che opporsi unquancoOsi al sentenzïar de la tua Lente?Non per questi però sdegna, o Signore,Giunto a lo specchio in gallico sermoneIl vezzoso Giornal; non le notateEburnee Tavolette a guardar presteTuoi sublimi pensier fin ch’abbian luceDoman tra i begli spirti; e non isdegnaLa picciola Guaína ove a’ tuoi cenniMille stan pronti ognora argentei spilli.Oh quante volte a cavalier sagaceHo vedut’io le man render beateUno apprestato a tempo unico spillo!Ma dove, ahi dove inonorato e soloLasci ’l coltello a cui l’oro e l’acciaroDonâr gemina lama, e a cui la madreDe la gemma piú bella d’AnfitriteDiè manico elegante ove il coloreCon dolce varïar l’iride imíta?Opra sol fia di lui se ne’ superbiConvivi ognaltro avanzerai per famaD’esimio Trinciatore, e se l’invidiaDe’ tuoi gran pari ecciterai qualora,Pollo o fagian con la forcina in altoSospeso, a un colpo il priverai dell’ancaMirabilmente. Or ti ricolmi alfineD’ambo i lati la giubba, ed oleosaSpagna e Rapé, cui semplice OriguelaChiuda, o a molti colori oro dipinto;E cupide ad ornar tue bianche ditaSalgan le anella in fra le quali assaiPiú caro a te dell’adamante istessoCerchietto inciso d’amorosi mottiStríngati alquanto, e sovvenir ti facciaDe la pudica altrui Sposa a te cara.
Compiuto è il gran lavoro. Odi, o Signore,Sonar già intorno la ferrata zampaDe’ superbi corsier che irrequïetiNe’ grand’atrii sospigne, arretra e volgeLa disciplina dell’ardito auriga.Sorgi, e t’appresta a render baldi e lietiDel tuo nobile incarco i bruti ancora.Ma a possente Signor scender non liceDa le stanze superne infin che al gelo,O al meriggio non abbia il cocchier stancoDurato un pezzo, onde l’uom servo intendaPer quanto immensa via natura il partaDal suo Signore. I miei precetti intantoIo seguirò; ché varie al tuo mattinoPortar dee cure il varïar dei giorni.
Tal dí ti aspetta d’eloquenti fogliSerie a vergar che al Rodano, al LemanoAll’Amstel, al Tirreno, all’Adria leggaIl libraio che Momo e CitereaColmâr di beni, o il piú di lui possenteAppaltator di forestiere sceneCon cui, per opra tua, facil donzellaSua virtú merchi, e non sperato ottengaGuiderdone al suo canto. O di grand’almaPrimo fregio ed onor, Beneficenza,Che al merto porgi ed a virtú la mano!Tu il ricco e il grande sopra il vulgo innalziEd al concilio de gli Dei lo aggiugni.
Tal giorno ancora, o d’ogni giorno forseDên qualch’ore serbarsi al molle ferroChe il pelo a te rigermogliante a penaD’in su la guancia miete, e par che invidiCh’altri fuor che lui solo esplori o scopraUnqua il tuo sesso. Arroge a questi il giornoChe di lavacro universal convientiBagnar le membra, per tua propria mano,O per altrui, con odorose spugneTrascorrendo la cute. È ver che alloraD’esser mortal ti sembrerà; ma innalzaTu allor la mente, e de’ grand’avi tuoiLe imprese ti rimembra e gli ozi illustriChe infino a te per secoli cotantiMisti scesero al chiaro altero sangue,E l’ubbioso pensier vedrai fuggirsiLunge da te per l’aere rapitoSu l’ale de la Gloria alto volanti;Et indi a poco sorgerai qual primaGran Semidèo che a sé solo somiglia.Fama è cosí, che il dí quinto le FateLoro salma immortal vedean coprirsiGià d’orribili scaglie, e in feda serpeVolta strisciar sul suolo a sé facendoDe le inarcate spire impeto e forza;Ma il primo sol le rivedea piú belleFar beati gli amanti, e a un volger d’occhiMescere a voglia lor la terra e il mare.
Fia d’uopo ancor, che da le lunghe cureT’allevii alquanto, e con pietosa manoIl teso per gran tempo arco rallenti.Signore, al ciel non è piú cara cosaDi tua salute: e troppo a noi mortaliÈ il viver de’ tuoi pari util tesoro.Tu adunque allor che placida mattinaVestita riderà d’un bel sereno,Esci pedestre, e le abbattute membraAll’aura salutar snoda e rinfranca.Di nobil cuoio a te la gamba calziPurpureo stivaletto, onde il tuo piedeNon macchino giammai la polve e ’l limoChe l’uom calpesta. A te s’avvolga intornoLeggiadra veste che sul dorso scioltaVada ondeggiando, e tue formose bracciaLeghi in manica angusta a cui vermiglioO cilestro velluto orni gli estremi.Del bel color che l’elitropio tigneSottilissima benda indi ti fasciLa snella gola: e il crin... Ma il crin, Signore,Forma non abbia ancor da la man dottaDell’artefice suo; ché troppo fôra,Ahi! troppo grave error lasciar tant’opraDe le licenzïose aure in balía.Non senz’arte però vada neglettoSu gli omeri a cader; ma, o che naturaA te il nodrisca, o che da ignota fronteIl piú famoso parrucchier lo tolgaE l’adatti al tuo capo, in sul tuo capoRipiegato l’afferri e lo sospendaCon testugginei denti il pettin curvo.
Poi che in tal guisa te medesmo ornatoCon artificio negligente avrai,Esci pedestre a respirar talvoltaL’aëre mattutino; e ad alta cannaAppoggiando la man, quasi balenoLe vie trascorri, e premi ed urta il volgoChe s’oppone al tuo corso. In altra guisaFôra colpa l’uscir, però che andriènoMal distinti dal vulgo i primi eroi.
Ciò ti basti per or. Già l’orïoloA girtene ti affretta. Ohimé che vagoArsenal minutissimo di coseCiondola quindi, e ripercosso insiemeMolce con soavissimo tintinno!Di costí che non pende? avvi per finoPiccioli cocchi e piccioli destrieriFinti in oro cosí, che sembran vivi.Ma v’hai tu il meglio? ah sì, che i miei precettiSagace prevenisti: ecco che splendeChiuso in picciol cristallo il dolce pegnoDi fortunato amor. Lunge, o profani,Ché a voi tant’oltre penetrar non lice.E voi, dell’altro secolo ferociEd ispid’avi, i vostri almi nipotiVenite oggi a mirar. Co’ sanguinosiPugnali a lato le campestri rôccheVoi godeste abitar, truci all’aspetto,E per gran baffi rigidi la guanciaConsultando gli sgherri, e sol gioiendoDi trattar l’arme che d’orribil pallaGivan notturne a traforar le porteDel non meno di voi rivale armato.Ma i vostri almi nipoti oggi si stannoAd agitar tra le tranquille ditaDell’orïolo i ciondoli vezzosi;Ed opra è lor se all’innocenza anticaTorna pur anco, e bamboleggia, il mondo.
Or vanne, o mio Signore, e il pranzo allegraDe la tua Dama: a lei dolce ministroDispensa i cibi, e detta al suo palatoE a la sua fame invïolabil legge.Ma tu non oblïar, che in nulla cosaEsser mediocre a gran Signor non lice:Abbia il popol confini; a voi naturaDonò senza confini e mente e cuore.Dunque a la mensa, o tu schifo rifuggiOgni vivanda, e te medesmo rendiPer inedia famoso, o nome acquistaD’illustre voratore. Intanto addio,Degli uomini delizia, e di tua stirpe,E della patria tua gloria e sostegno.Ecco che umíli in bipartita schieraT’accolgono i tuoi servi: altri già prontoVia se ne corre ad annunciare al mondo,Che tu vieni a bearlo; altri a le bracciaTimido ti sostien mentre il doratoCocchio tu sali, e tacito e severoSur un canto ti sdrai. Apriti, o vulgo,E cedi il passo al trono ove s’assideIl mio Signore: ahi te meschin s’ei perdeUn sol per te de’ prezïosi istanti!Temi ’l non mai da legge o verga o funeDomabile cocchier, temi le rote,Che già piú volte le tue membra in giroAvvolser seco, e del tuo impuro sangueCorser macchiate, e il suol di lunga striscia,Spettacol miserabile! segnâro.