Il Vespro
Ma degli augelli e de le fere il giornoe de' pesci squammosi e de le piantee dell’umana plebe al suo fin corre.Già sotto al guardo de la immensa lucesfugge l’un mondo: e a berne i vivi raggiCuba s’affretta e il Messico e l’altricedi molte perle California estrema:e da' maggiori colli e dall’eccelserocche il sol manda gli ultimi salutiall’Italia fuggente; e par che bramirivederti o signor prima che l’Alpeo l’Appennino o il mar curvo ti celiagli occhi suoi. Altro finor non videche di falcato mietitore i fianchisu le campagne tue piegati e lassi,e su le armate mura or braccia or spallecarche di ferro, e su le aeree capredegli edifici tuoi man scabre e arsicce,e villan polverosi innanzi ai carrigravi del tuo ricolto, e sui canalie sui fertili laghi irsuti pettidi remigante che le alterne mercia' tuoi comodi guida ed al tuo lusso;tutti ignobili aspetti. Or colui veggiache da tutti servito a nullo serve.
Pronto è il cocchio felice. Odo le rote,odo i lieti corsier che all’alma sposae a te suo fido cavalier nodrisceil placido marito. Indi la pompaaffrettasi de' servi; e quindi attendecon insigni berretti e argentee mazzecandida gioventù che al corso agognai moti espor de le vivaci membra:e nell’audace cor forse presumea te rapir de la tua bella i voti.Che tardi omai? Non vedi tu com’ellagià con morbide piume ai crin leggerila bionda che svanì polve rendette;e con morbide piume in su la guanciafe' più vermiglie rifiorir che maile dall’aura predate amiche rose?Or tu nato di lei ministro e ducel’assisti all’opra; e di novelli odorila tabacchiera e i bei cristalli auraticon la perita mano a lei rintègra:tu il ventaglio le scegli adatto al giorno;e tenta poi fra le giocose ditacome agevole scorra. Oh qual con lietiné ben celati a te guardi e sorrisiplaude la dama al tuo sagace tatto!
Ecco ella sorge; e del partir dà cenno:ma non senza sospetti e senza bacia le vergini ancelle il cane affida,al par de' giochi al par de' cari figligrave sua cura: e il misero dolentemal tra le braccia contenuto e i pettibalza e guaisce in suon che al rude vulgoribrezzo porta di stridente lima;e con rara celeste melodiascende agli orecchi de la dama e al core.
Mentre così fra i generosi affettie le intese blandizie e i sensi argutie del cane e di sé la bella obliapochi momenti; tu di lei più saggiousa del tempo: e a chiaro speglio innantei bei membri ondeggiando alquanto librasu le gracili gambe; e con la destramolle verso il tuo sen piegata e mossascopri la gemma che i bei lini annoda;e in un di quelle ond’hai sì grave il ditol’invidiato folgorar cimenta:poi le labbra componi; ad arte i guarditempra qual più ti giova; e a te sorridi.Al fin tu da te sciolto, ella dal cane,ambo al fin v’appressate. Ella dai lumispande sopra di te quanto a lei lasciad’eccitata pietà l’amata belva;e tu sopra di lei dagli occhi versiquanto in te di piacer destò il tuo volto.Tal seguite ad amarvi: e insieme avvinti,tu a lei sostegno, ella di te conforto,itene omai de' cari nodi vostrigrato dispetto a provocar nel mondo.Qual primiera sarà che dagli amativoi sul vespro nascente alti palagifuor conduca o signor voglia leggiadra?Fia la santa Amistà, non più ferocequal ne' prischi eccitar tempi godeal’un per l’altro a morir gli agresti eroi;ma placata e innocente al par di questionde la nostra età sorge sì chiaradi Giove alti incrementi. Oh dopo i tardide lo specchio consigli e dopo i giochi,dopo le mense, amabil dea, tu insegnicome il giovin marchese al collo balzidel giovin conte; e come a lui di bacile gote imprima; e come il braccio annodel’uno al braccio dell’altro; e come insiemepasseggino elevando il molle mentoe volgendolo in guisa di colombe;e palpinsi e sorridansi e rispondansicon un vezzoso «tu». Tu fra le damesul mobil arco de le argute linguei già pronti a scoccar dardi trattienis’altra giugne improvviso a cui rivoltipendean di già: tu fai che a lei presentenon osin dispiacer le fide amiche:tu le carche faretre a miglior tempodi serbar le consigli. Or meco scendi;e i generosi ufici e i cari sensimeco detta al mio eroe; tal che, famosoper entro al suon de le future etadi,e a Pilade s’eguagli e a quel che trasseil buon Tesèo da le Tenarie foci.
Se dai regni che l’Alpe o il mar dividedall’Italico lido in patria or giunseil caro amico; e dai perigli estremisorge d’arcano mal, che in dubbio tennelunga stagione i fisici eloquenti,magnanimo garzone andrai tu forsetrepido ancora per l’amato capoa porger voti sospirando? Forsecon alma dubbia e palpitante i dettie i guardi e il viso esplorerai de' moltiche il giudizio di voi menti sì chiarefra i primi assunse d’Esculapio alunni?O di leni origlieri all’omer lassoporrai sostegno; e vital sugo ai labbrioffrirai di tua mano? O pur con lievebisso il madido fronte a lui tergendo,e le aurette agitando, il tardo sonnoinviterai a fomentar con l’alila nascente salute? Ahi no; tu lascia,lascia che il vulgo di sì tenui curele brevi anime ingombri; e d’un sol attorendi l’amico tuo felice a pieno.
Sai che fra gli ozi del mattino illustri,del gabinetto al tripode sedendo,grand’arbitro del bello oggi creastigli eccellenti nell’arte. Onor cotantobasti a darti ragion su le lor mentie su l’opre di loro. Util ciascunoa qualch’uso ti fia. Da te mandato,con acuto epigramma il tuo poetala mentita virtù trafigger puoted’una bella ostinata: e l’elegantetuo dipintor può con lavoro egregiotutti dell’amicizia onde ti vanticompendiar gli ufici in breve carta;o se tu vuoi che semplice vi splendadi nuda maestade il tuo gran nome;o se in antica lapide imitatainciso il brami; o se in trofeo sublimeaccumulate a te mirar vi piacele domestiche insegne, indi un lionerampicar furibondo e quindi l’alespiegar l’augel che i fulmini ministra,qua timpani e vessilli e lance e spade,e là scettri e collane e manti e vellicascanti argutamente. Ora ti vagliaquesta carta o signor serbata all’uopo;or fia tempo d’usarne. Esca e con essadel caro amico tuo voli a le portealcun de' nunci tuoi; quivi depongala tessera beata; e fugga; e torniratto su l’orme tue, pietoso eroe,che già pago di te ratto a traversoe de' trivi e del popolo dilegui.
Già il dolce amico tuo nel cor commosso,e non senza versar qualche di piantotenera stilla, il tuo bel nome or legge,seco dicendo: «Oh ignoto al duro vulgosollievo almo de' mali! Oh sol concessofacil commercio a noi alme sublimie d’affetti e di cure! Or venga il giornoche sì grate alternar nobili vecia me sia dato!». Tale sbadigliandosi lascia da la man lenta caderel’amata carta; e te la carta e il nomesoavemente in grembo al sonno oblia.
Tu fra tanto colà rapido il corsodeclinando intraprendi ove la damaco' labbri desiosi e il premer lungodel ginocchio sollecito ti spignead altre opre cortesi. Ella non menoall’imperio possente, ai cari motidell’amistà risponde. A lei non menopalpita nel bel petto un cor gentile.
Che fa l’amica sua? Misera! Ieri,qual fusse la cagion, fremer fu vistatutta improvviso, ed agitar repentele vaghe membra. Indomito rigoreoccupolle le cosce; e strana forzale sospinse le braccia. Illividiroi labbri onde l’Amor l’ali rinfresca;enfiò la neve de la bella gola;e celato candor dai lini sparsieffuso rivelossi agli occhi altrui.Gli Amori si schermiron con la benda;e indietro rifuggironsi le Grazie.In vano il cavaliere, in van lo sposotentò frenarla, in van le damigelleche su lo sposo e il cavaliere e leiscorrean col guardo, e poi ristrette insiememalignamente sorrideansi in volto.Ella truce guatando curvò in arcoduro e feroce le gentili schiene;scalpitò col bel piede; e ripercossela mille volte ribaciata manodel tavolier ne le pugnenti sponde.Livida pesta scapigliata e scintaal fin stancò tutte le forze; e caddeinsopportabil pondo sopra il letto.
Né fra l’intime stanze o fra le chiusegemine porte il prezioso eventotacque ignoto molt’ore. Ivi la Famacon uno il colse de' cent’occhi suoi;e il bel pegno rapito uscì portandofra le adulte matrone, a cui segretodispetto fanno i pargoletti Amori,che da la maestà degli otto lustrifuggon volando a più scherzosi nidi.Una è fra lor che gli altrui nodi or celacomoda e strigne; or d’ispida virtudearma suoi detti; e furibonda in voltoe infiammata negli occhi alto declamainterpreta ingrandisce i sagri arcanidegli amorosi gabinetti; e a un tempoodiata e desiata eccita il risoor co' propri misteri or con gli altrui.La vide, la notò, sorrise alquantola volatile dea, disse: «Tu solasai vincere il clamor de la mia tromba».Disse, e in lei si mutò. Prese il ventaglio,prese le tabacchiere, il cocchio ascese;e là venne trottando ove de' grandiè il consesso più folto. In un momentolo sbadigliar s’arresta. In un momentotutti gli occhi e gli orecchi e tutti i labbrisi raccolgon in lei: ed ella al fine,e ansando e percotendosi con ambele mani le ginocchia, il fatto esponee del fatto le origini riposte.Riser le dame allor, pronte domanea fortuna simìl, se mai le vaghelor fantasie commoverà negatodai mariti compenso a un gioco avverso,o in faccia a lor per deità maggiorenegligenza d’amante, o al can dilettonata sùbita tosse: e rise ancorala tua dama con elle: e in cor disposedi teco visitar l’egra compagna.
Ite al pietoso uficio, itene or dunque:ma lungo consigliar duri tra voipria che a la meta il vostro cocchio arrive.Se visitar, non già veder l’amicaforse a voi piace, tacita a le portela volubile rota il corso arresti:e il giovanetto messagger salendoper le scale sublimi a lei v’annunzi,sì che voi non volenti ella non voglia.Ma, se vaghezza poi ambo vi prendedi spiar chi sia seco, e di turbarlel’anima un poco, e ricercarle in voltode' suoi casi la serie, il cocchio alloraentri: e improvviso ne rimbombi e fremal’atrio superbo. Egual piacere inondasempre il cor de le belle o che opportuneo giungano importune alle lor pari.
Già le fervide amiche ad incontrarsevolano impazienti; un petto all’altrogià premonsi abbracciando; alto le goted’alterni baci risonar già fanno;già, strette per la man, co' dotti fianchiad un tempo amendue cadono a piombosopra il sofà. Qui l’una un sottil mottovibra al cor dell’amica: e ai casi alludeche la Fama narrò; quella repentecon un altro l’assale. Una nel visodi bell’ire s’infiamma: e l’altra i vaghilabbri un poco si morde: e cresce in tantoe quinci ognor più violento e quindiil trepido agitar dei duo ventagli.Così, se mai al secol di Turpinodi ferrate guerriere un paro illustresi scontravan per via, ciascuna ambival’altra provar quel che valesse in arme;e dopo le accoglienze oneste e belleabbassavan lor lance e co' cavalliurtavansi feroci; indi infocatedi magnanima stizza i gran tronconigittavan via de lo spezzato cerro,e correan con le destre agli elsi enormi.Ma di lontan per l’alta selva fieraun messagger con clamoroso suonovenir s’udiva galoppando; e l’unarichiamare a re Carlo, o al campo l’altradel giovane Agramante. Osa tu pure,osa invitto garzone il ciuffo e i riccisì ben finti stamane all’urto esporrede' ventagli sdegnati: e, a nuove impresela tua bella invitando, i casi estremide la pericolosa ira sospendi.
Oh solenne a la patria oh all’orbe interogiorno fausto e beato al fin sorgestidi non più visto in ciel roseo splendorea sparger l’orizzonte. Ecco la sposadi Ramni eccelsi l’inclit’alvo al finesgravò di maschia desiata prolela prima volta. Da le lucid’aurefu il nobile vagito accolto a pena,che cento messi a precipizio uscirocon le gambe pesanti e lo spron durostimolando i cavalli, e il gran convessodell’etere sonoro alto ferendodi scutiche e di corni: e qual si sparseper le cittadi popolose, e diedeai famosi congiunti il lieto annunzio:e qual per monti a stento rampicandotrovò le rocche e le cadenti murade' prischi feudi ove la polve e l’ombraabita e il gufo; e i rugginosi ferrisopra le rote mal sedenti al giornodi novo espose, e fe' scoppiarne il tuono;e i gioghi de' vassalli e le valleeampie e le marche del gran caso empiéo.Né le Muse devote, onde gran plausovenne l’altr’anno agl’imenei felici,già si tacquero al parto. Anzi, qual suolelà su la notte dell’ardente agostoturba di grilli, e più lontano ancorainnumerabil popolo di ranesparger d’alto frastuono i prati e i laghi,mentre cadon su lor fendendo il buiolucide strisce, e le paludi accendefiamma improvvisa che lambisce e vola;tal sorsero i cantori a schiera a schiera;e tal piovve su lor foco febeo,che di motti ventosi alta compagginefe' dividere in righe, o in simil suonouscir pomposamente. Altri scopersein que' vagiti Alcide, altri d’Italiail soccorso promise, altri a Bizanziominacciò lo sterminio. A tal clamorenon ardì la mia Musa unir sue voci:ma del parto divino al molle orecchioappressò non veduta; e molto in pocostrinse dicendo: «Tu sarai simìleal tuo gran genitore».