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Il Giorno

La Notte

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La Notte

Nè tu contenderai, benigna Notte,che il mio giovane illustre io cerchi e guidicon gli estremi precetti entro al tuo regno.
Già di tenebre involta e di perigli,sola squallida mesta alto sedevisu la timida terra. Il debil raggiode le stelle remote e de' pianeti,che nel silenzio camminando vanno,rompea gli orrori tuoi sol quanto è duopoa sentirli assai più. Terribil ombragiganteggiando si vedea saliresu per le case e su per l’alte torridi teschi antiqui seminate al piede.E upupe e gufi e mostri avversi al solesvolazzavan per essa; e con feralistridi portavan miserandi augùri.E lievi dal terreno e smorte fiammesorgeano in tanto; e quelle smorte fiammedi su di giù vagavano per l’aereorribilmente tacito ed opaco;e al sospettoso adultero, che lentocol cappel su le ciglia e tutto avvoltoentro al manto sen gia con l’armi ascose,colpieno il core, e lo strignean d’affanno.E fama è ancor che pallide fantasimelungo le mura dei deserti tettispargean lungo acutissimo lamento,cui di lontano per lo vasto buioi cani rispondevano ululando.
Tal fusti o Notte allor che gl’inclit’avi,onde pur sempre il mio garzon si vanta,eran duri ed alpestri; e con l’occasocadean dopo lor cene al sonno in preda;fin che l’aurora sbadigliante ancorali richiamasse a vigilar su l’opredei per novo cammin guidati rivie sui campi nascenti; onde poi grandifuro i nipoti e le cittadi e i regni.
Ma ecco Amore, ecco la madre Venere,ecco del gioco, ecco del fasto i Genii,che trionfanti per la notte scorrono,per la notte, che sacra è al mio signore.Tutto davanti a lor tutto s’irradiadi nova luce. Le inimiche tenebrefuggono riversate; e l’ali spandonosopra i covili, ove le fere e gli uominida la fatica condannati dormono.Stupefatta la Notte intorno vedesiriverberar più che dinanzi al soleauree cornici, e di cristalli e speglipareti adorne, e vesti varie, e bianchiomeri e braccia, e pupillette mobili,e tabacchiere preziose, e fulgidefibbie ed anella e mille cose e mille.Così l’eterno Caos, allor che Amoresopra posovvi e il fomentò con l’ale,sentì il generator moto crearsi,sentì schiuder la luce; e sé medesmovide meravigliando e i tanti aprirsitesori di natura entro al suo grembo.
O de' miei studi glorioso alunno,tu seconda me dunque, or ch’io t’invitoglorie novelle ad acquistar là doveo la veglia frequente o l’ampia scenai grandi eguali tuoi, degna degli avie dei titoli loro e di lor sortee dei pubblici voti, ultima curadopo le tavolette e dopo i prandie dopo i corsi clamorosi occùpa.
Or dove ahi dove senza me t’aggiri,lasso! da poi che in compagnia del solet’involasti pur dianzi a gli occhi miei?Qual palagio ti accoglie; o qual ti copredai nocenti vapor ch’Espero menatetto arcano e solingo; o di qual vial’ombre ignoto trascorri, ove la plebeaffrettando tenton s’urta e confonde?
Ahimè, tolgalo il ciel, forse il tuo cocchio,ove il varco è più angusto, il cocchio altruiincontrò violento: e qual dei duoretroceder convegna, e qual star fortedispùtano gli aurighi alto gridando.Sdegna invitto garzon sdegna d’alzarefra il rauco suon di stèntori plebeitu' amabil voce; e taciturno aspetta,sia che a l’un piaccia rovesciar dal carrolo suo rivale; o rovesciato anch’essoperigliar tra le rote; e te per l’altode lo infranto cristal mandar carpone.Ma l’avverso cocchier d’un picciol urtopago sen fugge o d’un resister breve:al fin libero andrai. Tu non pertantodoman chiedi vendetta; alto sonarefa’ il sacrilego fatto; osa, pretendi,e i tribunali minimi e i supremisconvolgi agita assorda: il mondo s’empiadel grave caso; e per un anno almenoparli di te, de' tuoi corsier, del cocchioe del cocchiere. Di sì fatte cosevoi progenie d’eroi famosi andatene le bocche degli uomini gran tempo.
Forse ciarlier fastidioso indugiate con la dama tua nel vuoto corso.Forse a nova con lei gara d’ingegnotu mal cauto venisti: e già la bellateco del lungo repugnar s’adira;già la man che tu baci arretra, e tentaliberar da la tua; e già minacciaricovrarsi al suo tetto, e quivi solainvolarse ad ognuno in fin che il sonnovenga pietoso a tranquillar suoi sdegni.Tu in van chiedi mercé; di mente in vanotu a lei te stesso sconsigliata incolpi:ella niega placarse. Il cocchio fremedell’alterno clamore; e il cocchio in tantogiace immobil fra l’ombra: e voi sue caregemme il bel mondo impaziente aspetta.Ode il cocchiere al fin d’ambe le vociun comando indistinto; e bestemmiandosferza i corsieri; e via precipitandoambo vi porta: e mal sa dove ancora.
Folle! Di che temei? Sperdano i ventiogni augurio infelice. Ora il mio eroefra l’amico tacer del vuoto corsolieto si sta la fresca ora godendoche dal monte lontan spira e consola.Siede al fianco di lui lieta non menol’altrui cara consorte. Amor nascondela incauta face; e il fiero dardo alzandoallontana i maligni. O nume invitto,non sospettar di me; ch’io già non vegnoinvido esplorator, ma fido amicode la coppia beata, a cui tu vegli.E tu signor tronca gl’indugi. Assaifur gioconde quest’ombre, allor che primanacque il vago desio, che te congiunseall’altrui cara sposa or son due lune.Ecco il tedio a la fin serpe tra i vostricosì lunghi ritiri: e tempo è ormaiche in più degno di te pubblico agonesplendano i genii tuoi. Mira la Notte,che col carro stellato alta sen volaper l’eterea campagna; e a te col ditomostra Tèseo nel ciel, mostra Polluce,mostra Bacco ed Alcide e gli altri egregi,che per mille d’onore ardenti provecolà fra gli astri a sfolgorar saliro.Svégliati ai grandi esempi; e meco affretta.
Loco è, ben sai, ne la città famoso,che splendida matrona apre al notturnoconcilio de' tuoi pari, a cui la vitafora senza di ciò mal grata e vile.Ivi le belle e di feconda proleinclite madri ad obliar sen vannofra la sorte del gioco i tristi eventide la sorte d’amore, onde fu il giornoagitato e sconvolto. Ivi le grandiavole auguste e i genitor leggiadride' già celebri eroi il senso e l’ontavolgon degli anni a rintuzzar fra l’iremagnanime del gioco. Ivi la turbade la feroce gioventù divinascende a pugnar con le mutabil armedi vaghi giubboncei, d’atti vezzosi,di bei modi del dir stamane appresi;mentre la vanità fra il dubbio martenobil furor ne' forti petti inspira;e, con vario destin dando e togliendola combattuta palma, alto abbandonai leggeri vessilli all’aure in preda.
Ecco che già di cento faci e centogran palazzo rifulge. Multiformepopol di servi baldanzosamentesale scende s’aggira. Urto e fragoredi rote, di flagelli e di cavalliche vengono che vanno, e stridi e fischidi gente, che domandan che rispondono,assordan l’aria all’alte mura intorno.Tutto è strepito e luce. O tu, che portila dama e il cavalier dolci mie cure,primo di carri guidator, qua volgi;e fra il denso di rote arduo camminocon olimpica man splendi; e, d’un corsosubentrando i grand’atri, a dietro lasciaqual pria le porte ad occupar tendea.Quasi a propria virtù, plauda al gran fattoil generoso eroe: plauda la bella,che con l’agil pensier scorre gli aurighide le dive rivali; e novi al pettosente nascer per te teneri orgogli.
Ma il bel carro s’arresta: e a te, signore,a te prima di lei sceso d’un salto,affidata la dea, lieve balzando,col sonante calcagno il suol percote.Largo dinanzi a voi fiammeggi e grondi,sopra l’ara de' numi ad arder nato,il tesoro dell’api: e a lei da tergopronta di servi mano a terra pronilo smisurato lembo alto sospenda:somma felicità, che lei separada le ricche viventi, a cui per anco,misere! sopra il suol l’estrema vestesibila per la polvere strisciando.
Ahi, se fresco sdegnuzzo i vostri pettidianzi forse agitò, tu chino e gravea lei porgi la destra; e seco innoltra,quale ibero amador quando, raccoltadall’un lato la cappa, contegnosoguida l’amanza a diportarsi al vallo,dove il tauro, abbassando i corni irati,spinge gli uomini in alto; o gemer s’odecrepitante giudeo per entro al foco.Ma no; ché l’amorosa onda pacataoggi siede per voi: e, quanto è d’uopoa vagarvi il piacer, solo la increspauna lieve aleggiando aura soave.Snello adunque e vivace offri a la bellamollemente piegato il destro braccio.Ella la manca v’inserisca. Premitu col gomito un poco. Anch’ella un pocoti risponda premendo; e a la tua lenadolce peso a portar tutta si doni,mentre a piccioli salti ambo affrettateper le sonanti scale alto celiando.
Oh, come al tuo venir gli archi e le voltede' gran titoli tuoi forte rimbombano!come a quel suon volubili le portecedono spalancate; ed a quel suonodegna superbia in cor ti bolle; e facel’anima eccelsa rigonfiar più vasta!Entra in tal forma; e del tuo grande ingombragli spazi fortunati. Ecco di stanzeordin lungo a voi s’apre. Altra di serviinfimo gregge alberga, ove tra lampidi molteplice lume acceso e spento,e fra sempre incostanti ombre, schiamazzail sermon patrio e la facezia e il risodell’energica plebe. Altra di vaghizazzerati donzelli è certa sede,ove accento stranier misto al natiomolle susurra: e s’apparecchia in tantocopia di carte e multiforme avorio,arme l’uno a la pugna, indice l’altrod’alti cimenti e di vittorie illustri.Al fin più interna, e di gran luce e d’oroe di ricchi tapeti aula superbasta servata per voi prole de' numi.Io, di razza mortale ignoto vate,come ardirò di penetrar fra i coride' semidei, ne lo cui sangue in vanogocciola impura cercheria con vetroindagator colui che vide a nuotoper l’onda genitale il picciol uomo?Qui tra i servi m’arresto; e qui da loronuove del mio signor virtudi ascoseTacito apprenderò. Ma tu sorridi,invisibil Camena; e me rapisciinvisibil con te fra li negatiad ogn’altro profano aditi sacri.
Già il mobile de' seggi ordine augustosovra i tiepidi strati in cerchio volge:e fra quelli eminente i fianchi estendeil grave canapè. Sola da un latola matrona del loco ivi si posa;e con la man, che lungo il grembo cade,lentamente il ventaglio apre e socchiude.Or di giugner è tempo. Ecco le snellee le gravi per molto adipe dame,che a passi velocissimi s’affrettanonel gran consesso. I cavalieri egregilor camminano a lato: ed elle, intornoa la sede maggior vortice fattodi sé medesme, con sommessa vocebrevi note bisbigliano; e dileguansidissimulando fra le sedie umìli.
Un tempo il canapè nido giocondofu di risi e di scherzi, allor che l’ombreabitar gli fu grato ed i tranquillidel palagio recessi. Amor primierotrovò l’opra ingegnosa. «Io voglio» ei disse«dono a le amiche mie far d’un bel seggio,che tre ad un tempo nel suo grembo accoglia.Così, qualor degl’importuni altrondevolga la turba, sederan gli amantil’uno a lato dell’altro, ed io con loro.»Disse; percosse ambe le palme; e l’aliaprì volando impaziente all’opra.Ecco il bel fabbro lungo pian disponedi tavole contesto e molli cigne;a reggerlo vi dà vaghe colonneche del silvestre Pane i piè leggeriimitano scendendo; al dorso poiv’alza patulo appoggio: e il volge ai lati,come far soglion flessuosi acanti,o ricche corna d’arcade montone.Indi, predando a le vaganti aurettel’ali e le piume, le condensa e chiudein tumido cuscin, che tutta ingombrila macchina elegante: e al fin l’adornadi molli sete e di vernici e d’oro.Quanto il dono d’Amor piacque a le belle!Quanti pensier lor balenaro in mente!Tutte il chiesero a gara: ognuna il vollene le stanze più interne: applause ognunaa la innata energia del vago arnese,mal repugnante e mal cedente insiemesotto ai mobili fianchi. Ivi sedendosi ritrasser le amiche; e, da lo sguardode' maligni lontane, a i fidi orecchisi mormoraro i delicati arcani.Ivi la coppia degli amanti, a latodell’arbitra sagace, o i nodi strinse,o calmò l’ira, e nuove leggi apprese.Ivi sovente l’amador facetoraro volume all’altrui cara sposalesse spiegando; e con sorrisi argutife' tra i fogli notar lepida imago.Il fortunato seggio invidia mossede le sedie minori al popol vario:e fama è che talora invidia mosseanco ai talami stessi. Ah perché mai,vinto da insana ambizione, uscìofra lo immenso tumulto e fra il clamorede le veglie solenni! Avvi due Geniifastidiosi e tristi, a cui dier vital’Ozio e la Vanità, che, noti al nomedi Puntiglio e di Noia, erran cercandogli alti palagi e le vigilie illustride la prole de' numi. Un ne le maniporta verga fatale, onde sospendene' miseri percossi ogni lor voglia;e di macchine al par, che l’arte inventi,modera l’alme a suo talento e guida:l’altro piove dagli occhi atro vapore;e da la bocca sbadigliante esalaalito lungo, che, sembiante ai pigrisoffi dell’austro, si dilata e volve,e d’inane torpor le menti occùpa.Questa del canapè coppia infeliceallor prese l’imperio; e i risi e i giochied Amor ne sospinse. Il trono è questoove le madri de le madri eccelsede' primi eroi esercitan lor tosse;ove l’inclite mogli, a cui beatarendon la vita titoli distinti,sbadigliano distinte. Ah, se tu sai,fuggi ratto, o signor, fuggi da tantopernicioso influsso: e là fra i seggide le più miti dee, quindi remoto,con l’alma gioventù scherza e t’allegra.
Quanta folla d’eroi! Tu, che modellod’ogni nobil virtù, d’ogn’atto eccelso,esser dei fra' tuoi pari, i pari tuoia conoscere apprendi; e in te raccogliquanto di bello e glorioso e grandesparse in cento di loro arte o natura.Altri di lor ne la carriera illustrestampa i primi vestigi; altri gran partedi via già corse; altri a la meta è giunto.In vano il vulgo temerario agli unidi fanciulli dà nome; e quelli adulti,questi già vegli di chiamare ardisce:tutti son pari. Ognun folleggia e scherza;ognun giudica e libra; ognun del paril’altro abbraccia e vezzeggia: in ciò soltantonon simili tra lor, che ognun sua curaha diletta fra l’altre onde più brilli.
Questi è l’almo garzon che con maestrida la scutica sua moti di bracciodesta sibili egregi; e l’ore illustral’aere agitando de le sale immense,onde i prischi trofei pendono e gli avi.L’altro è l’eroe che da la guancia enfiatae dal torto oricalco ai trivi annunciasuo talento immortal, qualor dall’altode' famosi palagi emula il suonodi messagger che frettoloso arrive.Quanto è vago a mirarlo allor che in vestecinto spedita, e con le gambe assortein ampio cuoio, cavalcando ai campirapisce il cocchio, ove la dama è assisae il marito e l’ancella e il figlio e il cane!
Quegli or esce di là dove ne' forisi ministran bevande ozio e novelle.Ei v’andò mattutin, partinne al pranzo,vi tornò fino a notte: e già sei lustrivolgon da poi che il bel tenor di vitagiovinetto intraprese. Ah chi di luipuò sedendo trovar più grati sonni,o più lunghi sbadigli, o più fiated’atro rapè solleticar le nari,o a voce popolare orecchi e fedeprestar più ingordo e declamar più forte?
Ecco che il segue del figliuol di Maiail più celebre alunno, al cui consiglionel gran dubbio de' casi ognaltro cede:sia che dadi versati, o pezzi eretti,o giacenti pedine, o brevi o grandicarte mescan la pugna. Ei sul mattinole stupide micranie o l’aspre tossimolce giocando a le canute dame.Ei, già tolte le mense, i nati or oragiochi a le belle declinanti insegna.Ei la notte raccoglie a sé dintornoschiera d’eroi, che nobil estro infiammad’apprender l’arte, onde l’altrui fortunavincasi e domi; e del soave amiconobil parte de' campi all’altro ceda.
Vuoi su lucido carro in dì solennegir trionfando al corso? Ecco quell’uno,che al lavor ne presieda. E legni e pellie ferri e sete e carpentieri e fabbria lui son noti: e per l’Ausonia tuttaè noto ei pure. Il Calabro di feudie d’ordini superbo, i duchi e i prenciche pascon Mongibello, e fin gli stessigran nipoti romani a lui soventene commetton la cura: ed ei sen volad’una in altra officina in fin che sorga,auspice lui, la fortunata mole.Poi di tele ricinta, e contro all’ontede la pioggia e del sol ben forte armata,mille e più passi l’accompagna ei stessofuor de le mura; e con soave sguardola segue ancor sin che la via declini.
Vedi giugner colui che, di cavalliinvitto domator, divide il giornofra i cavalli e la dama. Or de la damala man tiepida preme; or de' cavalliliscia i dorsi pilosi, ovver col ditotenta a terra prostrato i ferri e l’ugna.Aimè misera lei quando s’indicefiera altrove frequente! Ei l’abbandona;e per monti inaccessi e valli orrendetrova i lochi remoti, e cambia o merca.Ma lei beata poi quand’ei sen tornasparso di limo; e novo fasto adducedi frementi corsieri; e gli avi loroe i costumi e le patrie a lei solettamolte lune ripete! Or vedi l’altro,di cui più diligente o più costantenon fu mai damigella o a tesser nodio d’aurei drappi a separar lo stame.A lui turgide ancora ambe le tascheson d’ascose materie. Eran già questeprezioso tapeto, in cui distintid’oro e lucide lane i casi apparverod’Ilio infelice: e il cavalier, sedendonel gabinetto de la dama, ormaicon ostinata man tutte divisein fili minutissimi le gentid’Argo e di Frigia. Un fianco solo avanzade la bella rapita; e poi l’eroe,pur giunto al fin di sua decenne impresa,andrà superbo al par d’ambo gli Atridi.
Ma chi l’opre diverse o i vari ingegnitutti esprimer poria, poi che le stanzefolte già son di cavalieri e dame?Tu per quelle t’avvolgi. Ardito e baldovanne, torna, ti assidi, ergiti, cedi,premi, chiedi perdono, odi, domanda,sfuggi, accenna, schiamazza, entra e ti mesciai divini drappelli; e, a un punto empiendoogni cosa di te, mira e conosci.
Là i vezzosi d’Amor novi seguacilor nascenti fortune ad alta voceconfidansi all’orecchio; e ridon forte;e saltellando batton palme a palme:sia che a leggiadre imprese Amor li guidifra le oscure mortali; o che gli assorbade le dive lor pari entro alla luce.Qui gli antiqui d’Amor noti campionicon voci esìli, e dall’ansante pettofuor tratte a stento, rammentando vannole superate al fin tristi vicende.Indi gl’imberbi eroi, cui diede il padrela prima coppia di destrier pur ieri,con animo viril celiano al fiancodi provetta beltà, che ai risi loroalza scoppi di risa; e il nudo spande,che di veli mal chiuso i guardi cerca,che il cercarono un tempo. Indi gli adulti,a la cui fronte il primo ciuffo apposefallace parrucchier, scherzan vicinia la sposa novella; e di bei mottitendonle insidia, ove di lei s’intrichil’alma inesperta e il timido pudore.Folli! Ché ai detti loro ella va incontrovalorosa così come una madredi dieci eroi. V’ha in altra parte assisochi di lieti racconti ovver di folenon ascoltate mai raro promettea le dame trastullo; e ride e narrae ride ancor, benché a le dame in tantosovra l’arco de' labbri aleggi e pendainsolente sbadiglio. Avvi chi altrondecon fortunato studio in novi sensile parole converte; o i simil suonipronto a colpir, divinamente scherza.Alto al genio di lui plaude il ventagliode le pingui matrone, a cui la vocedi vernacolo accento anco risponde.Ma le giovani madri, al latte avvezzedi più nuove dottrine, il sottil nasoaggrinzan fastidite; e pur col guardochieder sembran pietade a i belli spirtiche lor siedono a lato; e a cui gran copiad’erudita efemeride distillavolatile scienza entro a la mente.Altri altrove pugnando audace innalzasovra d’ognaltro il palafren ch’ei sale,o il poeta o il cantor che lieti ei rendede le sue mense. Altri dà vanto all’elselucido e bello de la spada, ond’eglisolo, e per casi non più visti, al finefu dal più dotto anglico artier fornito.Altri grave nel volto ad altri esponequal per l’appunto a gran convito apparveordin di cibi; ed altri, stupefatto,con profondo pensier con alte ditaconta di quanti tavolieri a puntogrande insolita veglia andò superba.Un fra l’indice e il medio inflessi alquanto,molle ridendo, al suo vicin la gotapreme furtivo; e l’un da tergo all’altroil pendente cappel sotto all’ascellaratto invola: e del colpo a sé dà plauso.
Qual d’ogni lato i molti servi in tanto,e seggi e tavolieri e luci e carte,supellettile augusta entran portando?E sordo stropicciar di mossi scanni,e cigolio di tavole spiegate,odo vagar fra le sonanti risadi giovani festivi e fra le acutevoci di dame cicalanti a un tempo,come intorno a selvaggio antico morosull’imbrunir del dì garrulo stormodi frascheggianti passere novelle?
Sola in tanto rumor tacita siedela matrona del loco: e, chino il frontee increspate le ciglia, i sommi labbriappoggia in sul ventaglio, arduo pensieremacchinando tra sé. Medita certocome al candor come al pudor si deggiala cara figlia preservar, che tornadoman dai chiostri, ove il sermon d’Italiapur giunse ad obliar, meglio eruditade le galliche grazie. Oh qual dimanenei genitor, ne' convitati, a mensaben cicalando ecciterai stupore,bella fra i lari tuoi vergin straniera!errai. Nel suo pensier volge di cosel’alta madre d’eroi mole più grande:e nel dubbio crudel col guardo invocade le amiche l’aita; e a sé con manoil fido cavalier chiede a consiglio.Qual mai del gioco ai tavolier diversiordin porrà, che de le dive accoltenulla obliata si dispetti; e nieghipiù qui tornare ad aver scorno ed onte?Come, con pronto antiveder, del giocoil dissimil tenore ai genii eccelsiassegnerà conforme; ond’altri poinon isbadigli lungamente, e piangale mal gittate ore notturne, e leide lo infelice oro perduto incolpi?Qual paro e quale al tavolier medesimoe di campioni e di guerriere audacifia che tra loro a tenzonar congiunga:sì che giammai, per miserabil caso,la vetusta patrizia, ella e lo sposoambo di regi favolosa stirpe,con lei non scenda al paragon, che al gradoper breve serie di scrivani or orafu de' nobili assunta, e il cui maritogli atti e gli accenti ancor serba del monte?Ma che non può sagace ingegno e moltad’anni e di casi esperienza? Or eccoella compose i fidi amanti; e lungide la stanza nell’angol più remotoil marito costrinse, a dì sì lietisognante ancor d’esser geloso. Altrovele occulte altrui, ma non fuggite all’occhiodotto di lei benché nascenti a penadolci cure d’amor, fra i meno intentio i meno acuti a penetrar nell’altedell’animo latèbre, in grembo al giocopose a crescer felici: e già in duo corigrazia e mercé de la bell’opra ottiene.Qua gl’illustri e le illustri; e là gli estremiben seppe unir de' novamente comprifeudi, e de' prischi gloriosi nomicui mancò la fortuna. Anco le piacqueaccozzar le rivali, onde spiarnei mal chiusi dispetti. Anco per celiapiù secoli adunò, grato aspettandoe per gli altri e per sé riso dall’iresettagenarie che nel gioco accensefien, con molta raucedine e con moltotentennar di parrucche e cuffie alate.
Già per l’aula beata a cento intornodispersi tavolier seggon le dive,seggon gli eroi, che dell’Esperia sonogloria somma o speranza. Ove di quattroun drappel si raccoglie: e dove un altrodi tre soltanto. Ivi di molti e grandifogli dipinti il tavolier si sparge:qui di pochi e di brevi. Altri combatte;altri sta sopra a contemplar gli eventide la instabil fortuna e i tratti egregidel sapere o dell’arte. In fronte a tuttigrave regna il consiglio: e li circondamaestoso silenzio. Erran sul campoagevoli ventagli, onde le damecercan ristoro all’agitato spirtodopo i miseri casi. Erran sul campolucide tabacchiere. Indi soventeun’util rimembranza un pronto avvisocon le dita si attigne: e spesso volgei destini del gioco e de la vegliaun atomo di polve. Ecco sen ugnela panciuta matrona intorno al labbrole calugini adulte: ecco sen ugnele nari delicate e un po' di guanciala sposa giovinetta. In vano il guardod’esperto cavalier, che già su leimedita nel suo cor future imprese,le domina dall’alto i pregi ascosi:e in van d’un altro, timidetto ancora,il pertinace piè l’estrema puntadel bel piè le sospigne. Ella non senteo non vede o non cura. Entro a que' fogli,ch’ella con man sì lieve ordina o turba,de le pompe muliebri a lei concesseor s’agita la sorte. Ivi è raccoltoil suo cor la sua mente. Amor sorride;e luogo e tempo a vendicarsi aspetta.
Chi la vasta quiete osa da un latoromper con voci successive or aspreor molli or alte ora profonde, semprecon tenore ostinato, al par di secchiche scendano e ritornino piagnentidal cupo alveo dell’onda; o al par di roteche, sotto al carro pesante, per lungaodansi strada scricchiolar lontano?L’ampia tavola è questa, a cui s’adunaquanto mai per aspetto e per maturosenno il nobil concilio ha di più graveo fra le dive socere o fra i nonnio fra i celibi già da molti lustrimemorati nel mondo. In sul tappetosorge grand’urna, che poi scossa in voltala dovizia de' numeri compartefra i giocator, cui numerata è innanzid’immagini diverse alma vaghezza.Qual finge il vecchio che con man la negrasopra le grandi porporine bracheveste raccoglie; e rubicondo il nasodi grave stizza alto minaccia e grida,l’aguzza barba dimenando. Qualefinge colui che con la gobba enormee il naso enorme e la forchetta enormele cadenti lasagne avido ingoia.Quale il multicolor zanni leggiadro,che, col pugno posato al fesso legno,sovra la punta dell’un piè s’innoltra;e, la succinta natica rotando,altrui volge faceto il nero ceffo.Né d’animali ancor copia vi manca,o al par d’umana creatura l’orsoritto in due piedi, o il miccio, o la ridentesimmia, o il caro asinello, onde a sé gratoe giocatrici e giocator fan speglio.