Salute e malattia
Zeno si considera malato da sempre, ma la sua malattia è difficile da definire: il vizio del fumo, la distrazione, i dolori che vanno e vengono, l’incapacità di agire. Intorno a lui stanno personaggi che sembrano incarnare la salute, primo fra tutti la moglie, che nella Moglie e l’amante gli appare come «Augusta ch’era la salute personificata». Zeno spera di diventare come lei, ma a poco a poco il romanzo mette in crisi la distinzione tra sani e malati: Guido, che sembra forte e sicuro, fallisce e muore, mentre l’inetto sopravvive.
Nell’ultimo capitolo Zeno arriva a una conclusione paradossale, che rovescia la prospettiva del medico: «A differenza delle altre malattie la vita è sempre mortale.» La malattia non è un’eccezione da curare, ma la condizione stessa dell’esistenza.
L’ultima sigaretta
Il fumo è il primo argomento delle memorie e ne diventa il simbolo. Zeno accompagna ogni svolta della vita con il proposito di smettere, e lo registra come una data solenne: «Oggi, 2 Febbraio 1886, passo dagli studii di legge a quelli di chimica. Ultima sigaretta!!» La scena si ripete all’infinito, con effetti comici, e rivela che il vero piacere sta nel proposito stesso, sempre rinnovato e sempre tradito.
Dietro l’ironia c’è un modo particolare di vivere il tempo. Zeno lo dice con chiarezza: «Eppoi il tempo, per me, non è quella cosa impensabile che non s’arresta mai.» Ogni ultima sigaretta gli permette di ricominciare da capo, come se il passato potesse essere cancellato da una data scritta su un libro.
Il padre e la colpa
Il rapporto con il padre è segnato da incomprensioni e da un senso di inferiorità reciproco. La scena della sua morte è il centro emotivo del libro: il vecchio, ormai incosciente, colpisce il figlio con la mano, e Zeno non riuscirà mai a sapere se si trattasse di una punizione. Al funerale cerca di consolarsi, convincendosi «che quello schiaffo che m’era stato inflitto da lui moribondo, non era stato da lui voluto».
Il senso di colpa accompagna Zeno anche nei rapporti con le donne e con Guido, verso il quale prova insieme affetto, invidia e rivalità. Ma la colpa non si trasforma mai in conoscenza. Lo ammette lui stesso, parlando del padre: «Ricordo tutto, ma non intendo niente.»
La scrittura e l’autoinganno
Le memorie nascono come parte di una cura, e questo le rende sospette fin dall’inizio. Il dottor S. avverte di aver ricevuto «tante verità e bugie», e Zeno stesso si mostra pronto a piegare i ricordi a proprio favore. Il racconto delle proposte di matrimonio, del tradimento con Carla e della morte di Guido è pieno di giustificazioni che il lettore impara a leggere controluce.
Anche la psicoanalisi entra in questo gioco. Nel diario finale Zeno irride la diagnosi del medico, secondo cui la sua malattia sarebbe «quella diagnosticata a suo tempo dal defunto Sofocle sul povero Edipo», e confessa di aver ingannato il dottore: «Seccato di tanta attesa, finii coll’inventarne uno», dice a proposito di un sogno. Scrivere, per Zeno, non significa scoprire la verità, ma costruire una versione della propria vita con cui poter convivere.
Gli ordigni e la guerra
Le ultime pagine allargano lo sguardo dalla vita di un uomo alla storia dell’umanità. La guerra ha separato Zeno dalla famiglia e gli ha offerto l’occasione di arricchirsi; da questa esperienza nasce una riflessione amara sul progresso. Gli animali si adattano all’ambiente trasformando il proprio corpo, mentre l’uomo costruisce strumenti fuori di sé: «Ed è l’ordigno che crea la malattia con l’abbandono della legge che fu su tutta la terra la creatrice».
La conclusione è una profezia apocalittica: un uomo inventerà un esplosivo potentissimo, un altro lo ruberà e lo farà scoppiare al centro della terra, finché il pianeta tornerà nebulosa, «priva di parassiti e di malattie». Scritto dopo la Prima guerra mondiale, il finale unisce il tema personale della malattia a una visione cupa della civiltà moderna.