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Riassunto

Riassunto: Capitolo XXIX

Cosa succede

Nel paese di Lucia si sparge la notizia che i lanzichenecchi stanno arrivando. Don Abbondio vuole fuggire, ma vede pericoli ovunque: i monti, il lago in burrasca, la strada. Perpetua, affaccendata a nascondere la roba, lo tratta con impazienza e sotterra i suoi soldi nell’orto, ai piedi del fico. Arriva Agnese con una proposta: rifugiarsi nel castello dell’Innominato, che le aveva offerto il suo aiuto. Perpetua approva subito, don Abbondio si lascia convincere e i tre partono per i campi, con il curato che brontola contro il duca di Nevers, l’imperatore e il governatore.

Lungo la strada Perpetua e il padrone litigano per la roba nascosta male, mentre Agnese piange la speranza svanita di rivedere Lucia in autunno. Si fermano nella casa del sarto, che li accoglie con gioia e divide con loro il pranzo; il sarto racconta che l’Innominato è diventato un benefattore e che nel castello, dove molti si sono già rifugiati, regna la pace. Poi un baroccio li porta ai piedi della salita.

Il narratore racconta che cosa è stato dell’Innominato dopo la conversione. Ripara i torti e soccorre i poveri; va sempre solo e disarmato, eppure nessuno lo tocca, perché la gente lo rispetta proprio per essersi umiliato da sé, e anche la giustizia preferisce lasciarlo in pace. Molti dei suoi bravi se ne sono andati; gli altri sono tornati ai campi o sono rimasti come servitori. Quando arrivano i primi fuggiaschi, l’Innominato apre il castello a chiunque voglia rifugiarsi, arma i servitori e i contadini della valle e organizza la difesa, ma resta senza armi alla testa di quella guarnigione.

Perché è importante

Dopo il quadro storico del capitolo precedente, la guerra entra nella vita dei personaggi attraverso i suoi effetti più concreti: la fuga, la roba nascosta, la paura. Don Abbondio e Perpetua tornano a formare una coppia comica in cui la serva decide e il padrone si lamenta; e il curato, anche davanti al disastro, pensa soprattutto a sé stesso, tanto da lasciare la chiesa alla custodia del popolo.

Il ritratto dell’Innominato convertito completa quello dei capitoli XX–XXIV. Il suo coraggio non si esprime più nella violenza ma nella rinuncia alle armi, e la sua autorità, invece di diminuire, cresce. Il castello che un tempo faceva paura diventa un rifugio per i deboli e prepara la sosta dei tre fuggitivi raccontata nel capitolo XXX.

Passi da ricordare

«Mi scusi, ma non è capace che d’impedire.» Nella fretta della fuga Perpetua dice al padrone, senza più riguardi, quello che pensa di lui.

«al popolo tocca a custodirla, che serve a lui» Passando davanti alla chiesa, don Abbondio scarica sugli altri anche la responsabilità del suo edificio sacro.

«Era quell’uomo che nessuno aveva potuto umiliare, e che s’era umiliato da sé.» La frase spiega il rispetto che circonda l’Innominato dopo la conversione.

«messosi volontariamente a terra, veniva risparmiato da tutti, e inchinato da molti» Il narratore mostra come la rinuncia alla forza protegga l’Innominato meglio delle armi.