Don Abbondio è il curato del paese di Renzo e Lucia. La sera del 7 novembre 1628 due bravi di don Rodrigo gli intimano di non celebrare il matrimonio fissato per il giorno dopo, e lui obbedisce senza discutere. Il narratore ne presenta subito il carattere: «Don Abbondio (il lettore se n’è già avveduto) non era nato con un cuor di leone.» Si è fatto prete senza vocazione, per assicurarsi una vita tranquilla in una classe rispettata, e ha adottato una regola precisa: evitare ogni contrasto e, quando non è possibile, stare dalla parte del più forte. In una società piena di violenti si sente come un vaso di terra cotta costretto a viaggiare in mezzo a vasi di ferro.
Il giorno delle nozze allontana Renzo con scuse e parole latine che il giovane non capisce, e quando i due fidanzati tentano di sposarsi di sorpresa lo coglie un tale spavento da mettere a rumore tutto il paese. Da allora la paura lo accompagna in ogni passaggio della vicenda: sale tremando al castello dell’Innominato per riportare Lucia, fugge con Perpetua e Agnese davanti all’arrivo dei lanzichenecchi, e il cardinale Federigo lo rimprovera severamente per aver tradito il suo dovere di pastore. La sua difesa è sincera ma rivelatrice: «Il coraggio, uno non se lo può dare.»
Nemmeno dopo la peste don Abbondio vuole celebrare il matrimonio finché non ha la certezza che don Rodrigo sia morto; quando lo sa, se ne rallegra apertamente e arriva a dire che l’epidemia è stata una scopa che ha spazzato via certi soggetti. Personaggio comico e insieme amaro, mostra come la paura, in una società senza giustizia, possa rendere complici dei soprusi anche persone che non farebbero male a nessuno. Manzoni lo tratta con ironia e ne comprende le ragioni, ma non lo assolve: il confronto con fra Cristoforo e con il cardinale Federigo mette in evidenza quello che un sacerdote dovrebbe essere e lui non è.