Gertrude è la monaca del monastero di Monza presso cui Lucia e Agnese trovano rifugio grazie a fra Cristoforo, quella che tutti chiamano la signora. Quando Lucia la vede per la prima volta dietro la grata del parlatorio, il narratore ne coglie subito l’inquietudine: «Il suo aspetto, che poteva dimostrar venticinque anni, faceva a prima vista un’impressione di bellezza, ma d’una bellezza sbattuta, sfiorita e, direi quasi, scomposta.» È l’ultima figlia di un principe milanese che, per non dividere il patrimonio destinato al primogenito, ha deciso di farne una monaca prima ancora che nascesse: fin da bambina le hanno messo in mano bambole vestite da monaca e le hanno parlato soltanto del suo futuro in convento.
Educata in un monastero, Gertrude sogna una vita diversa, ma il padre, dopo aver scoperto la sua simpatia per un paggio, la piega con la freddezza, l’isolamento e il senso di colpa. Stremata, finisce per chiedere lei stessa di prendere il velo e supera l’esame sulla sua vocazione mentendo con ostinazione. Diventata la signora del monastero, è insofferente e amara, e quando Egidio, un giovane scellerato che abita accanto al convento, osa rivolgerle la parola, il narratore riassume la sua caduta in tre parole: «La sventurata rispose.» Da quella relazione nascono segreti e delitti, fino alla misteriosa scomparsa di una conversa che minacciava di rivelarli.
Proprio questo legame la rende ricattabile. Quando Egidio, su richiesta dell’Innominato, le ordina di aiutare a rapire Lucia, Gertrude cerca invano di sottrarsi, poi manda la ragazza fuori dal monastero con una commissione inventata, consegnandola ai rapitori. Più tardi Lucia viene a sapere che la signora, caduta in sospetto di delitti atroci, è stata trasferita per ordine del cardinale in un monastero di Milano, dove alla fine si è ravveduta. Gertrude è una delle figure più complesse del romanzo: vittima di un padre e di un costume che decidono della vita dei figli per interesse, diventa a sua volta colpevole, e Manzoni ne racconta la storia con pietà, senza giustificarne le colpe.