Metrica e struttura
Il passero solitario è una canzone libera di cinquantanove versi, endecasillabi e settenari con rime libere, divisi in tre strofe di 16, 28 e 15 versi. La data di composizione è incerta: alcuni studiosi la collocano negli anni degli idilli giovanili, altri intorno al 1829-1831, e il testo fu pubblicato solo nell’edizione dei Canti del 1835. Nella raccolta Leopardi lo collocò subito prima di L’infinito.
Il componimento si fonda su un confronto. La prima strofa (vv. 1-16) presenta il passero che canta da solo sulla torre, mentre intorno la primavera esulta e gli altri uccelli volano insieme. La seconda (vv. 17-44) applica l’immagine al poeta: anche lui evita i piaceri e l’amore e vive la giovinezza come un eremita; mentre il paese festeggia, esce da solo verso la campagna e guarda il sole che tramonta. La terza (vv. 45-59) segna la differenza: il passero non si pentirà del suo modo di vivere, il poeta sì, quando sarà vecchio.
La struttura è sostenuta da corrispondenze precise. Il tu rivolto all’uccello (vv. 12 e 45) si alterna all’io del poeta (v. 36) e al me del v. 50. Il tempo del giorno accompagna quello della vita: il passero canta «finché non more il giorno» (v. 3), la festa si svolge in un giorno «ch’omai cede alla sera» (v. 27), il sole «cadendo si dilegua» (v. 43), e nell’ultima strofa la sera diventa una metafora, «venuto a sera / del viver» (vv. 45-46). Allo stesso modo la primavera della natura (v. 5) diventa «del viver mio la primavera» (v. 26).
Lingua e stile
Il primo verso, «D’in su la vetta della torre antica» (v. 1), colloca subito l’uccello in alto e in disparte. La primavera è descritta con un accumulo di suoni e di movimenti: «Odi greggi belar, muggire armenti» (v. 8) è un chiasmo, perché al nome seguito dal verbo corrisponde il verbo seguito dal nome, e i due verbi riproducono le voci degli animali. Gli altri uccelli volano «a gara insieme» (v. 9) e fanno «mille giri» (v. 10); al contrario, «tu pensoso in disparte il tutto miri» (v. 12). L’isolamento del passero è sottolineato dall’anafora delle negazioni: «non compagni, non voli, / non ti cal d’allegria» (vv. 13-14).
La seconda strofa si apre con un’esclamazione, «Oimè» (v. 17), che segna il passaggio dall’osservazione al riconoscimento di sé. Qui compaiono perifrasi e apposizioni tipiche della lingua poetica: l’amore è «german di giovinezza» (v. 20), cioè fratello della giovinezza, e gli spari a festa sono un «tonar di ferree canne» (v. 30). La gioventù del paese «mira ed è mirata» (v. 35): la ripetizione dello stesso verbo in forma attiva e passiva rende lo scambio di sguardi della festa. L’aggettivo del titolo ritorna riferito al poeta, «Io, solitario» (v. 36), e rende esplicita la somiglianza.
Il tramonto è personificato: il sole «par che dica / che la beata gioventú vien meno» (vv. 43-44). Il lessico è ricco di forme letterarie, come «more» (v. 3) per muore, «romito» (v. 24) per eremita, «aprica» (v. 40) per soleggiata, «fère» (v. 41) per ferisce, «impetro» (v. 52) per ottengo. L’ultima strofa si chiude con una serie di domande in anafora, «che parrá di tal voglia? / che di quest’anni miei? che di me stesso?» (vv. 56-57), e con due futuri con il pronome unito al verbo, «pentirommi» e «volgerommi» (vv. 58-59), che proiettano il rimpianto nel tempo a venire.
Interpretazione
Il passero e il poeta hanno lo stesso comportamento, la solitudine e il rifiuto dei piaceri nella stagione più bella, ma per ragioni diverse. Per l’uccello quel modo di vivere è istinto, «ché di natura è frutto / ogni vostra vaghezza» (vv. 48-49), e perciò alla fine non gli lascerà rimpianti. Per l’uomo è una scelta, o una condizione che lui stesso non sa spiegare («io non so come», v. 22), vissuta però da un essere cosciente, che sa che il tempo passa e che un giorno guarderà indietro. Il confronto rivela così ciò che rende l’infelicità umana diversa da quella degli animali: la coscienza e la memoria.
Nella seconda strofa il poeta rimanda i piaceri «in altro tempo» (v. 39), come se la giovinezza potesse aspettare. Il sole che tramonta smentisce questa illusione, e l’ultima strofa immagina la vecchiaia come una «detestata soglia» (v. 51), in cui gli occhi saranno «muti» (v. 53) per il cuore degli altri e il futuro sarà «piú noioso e tetro» (v. 55) del presente. Il rimpianto finale non riguarda quindi i piaceri in sé, ma una giovinezza trascorsa senza averli vissuti.
L’immagine del passero solitario ha una lunga storia nella poesia italiana: nel Canzoniere di Petrarca un sonetto si apre proprio con il passero solitario sul tetto, termine di paragone per la solitudine del poeta. Leopardi trasforma quell’immagine in un confronto tra natura e coscienza. Nelle Operette morali, invece, l’Elogio degli Uccelli descrive gli uccelli come le creature più liete del mondo: il passero dei Canti, pensoso e appartato, è un’eccezione che rende ancora più forte la somiglianza con l’uomo.