Cosa succede
Il canto si apre con un’invettiva contro Simon mago e i suoi seguaci, i simoniaci, che hanno venduto per oro e argento le cose di Dio. Dal ponte sulla terza bolgia Dante vede la roccia piena di fori rotondi, simili ai pozzetti del battistero di San Giovanni a Firenze, e ricorda di averne rotto uno per salvare una persona che vi stava annegando. Da ogni foro sporgono le gambe di un peccatore conficcato a testa in giù, e una fiamma gli brucia le piante dei piedi.
Dante chiede chi sia il dannato che si agita più degli altri, bruciato da una fiamma più rossa. Virgilio lo porta in braccio fino al fondo della bolgia. Lo spirito scambia Dante per Bonifacio VIII e si stupisce che sia già arrivato, con alcuni anni di anticipo rispetto a quanto aveva letto nel futuro. Su suggerimento di Virgilio, Dante risponde che non è colui che crede.
Allora il dannato rivela di essere stato papa e «figliuol de l’orsa», cioè un Orsini, così avido di favorire i suoi parenti da mettere in borsa ricchezze sulla terra e se stesso all’inferno. Spiega che sotto di lui stanno, schiacciati nelle fessure della pietra, i papi simoniaci che lo hanno preceduto; lui scivolerà più giù quando arriverà Bonifacio, e dopo di lui verrà da occidente un pastore «senza legge», ancora peggiore, protetto dal re di Francia come il Giasone del libro dei Maccabei lo fu dal suo re.
Dante gli risponde con durezza. Cristo non chiese a san Pietro alcun tesoro prima di affidargli le chiavi, ma soltanto di seguirlo, e gli apostoli non pretesero denaro da Mattia. Solo il rispetto per le chiavi che il papa ha tenuto trattiene Dante da parole più gravi: l’avarizia dei pastori rattrista il mondo, calpesta i buoni e innalza i malvagi, come san Giovanni aveva previsto nell’Apocalisse. L’invettiva si chiude con un lamento sulla donazione di Costantino, origine della ricchezza dei papi. Il dannato scalcia con forza, per rabbia o per rimorso. Virgilio, soddisfatto, riprende Dante tra le braccia e lo riporta sul ponte seguente.
Perché è importante
È uno dei canti più duri del poema contro la corruzione della Chiesa. L’espediente dello scambio di persona permette a Dante di condannare un papa ancora vivo nel tempo del viaggio, e di annunciare la dannazione di un altro papa che deve ancora venire. Il contrappasso rovescia la colpa: chi ha rivolto al denaro lo sguardo che doveva rivolgere a Dio sta capovolto, chiuso nella pietra come le monete nella borsa.
Il canto mostra anche un Dante nuovo: non più il pellegrino che si commuove, ma un giudice che parla con la voce dei profeti, approvato da Virgilio. Nel canto seguente, invece, Virgilio lo rimprovererà per aver pianto davanti agli indovini. Il ricordo del «mio bel San Giovanni» lega la condanna a un’esperienza personale di Firenze.
Passi da ricordare
«O Simon mago, o miseri seguaci» (v. 1): l’apostrofe iniziale nomina subito la colpa, che prende il nome dal mago che negli Atti degli Apostoli volle comprare i doni dello Spirito.
«sappi ch’io fui vestito del gran manto» (v. 69): con questa formula solenne il dannato rivela di essere stato papa.
«Fatto v’avete Dio d’oro e d’argento» (v. 112): Dante accusa i papi simoniaci di idolatria, perché adorano il denaro al posto di Dio.
«Ahi, Costantin, di quanto mal fu matre, / non la tua conversion, ma quella dote» (vv. 115-116): la colpa non è della conversione dell’imperatore, ma dei beni che donò alla Chiesa.