Cosa succede
Il canto si apre con un’invettiva contro Firenze, così grande che il suo nome si spande anche per l’Inferno, dove Dante ha trovato cinque suoi cittadini tra i ladri; il poeta le predice sventure vicine, desiderate perfino da Prato. Risaliti sul ponte, i due proseguono a fatica tra le rocce. Dante confessa che il ricordo di ciò che vide lo addolora ancora e lo spinge a frenare il proprio ingegno, perché non corra dove la virtù non lo guida.
L’ottava bolgia è piena di fiamme, numerose come le lucciole che un contadino vede nella valle in una sera d’estate. Ogni fiamma nasconde un peccatore. Dante si sporge tanto che cadrebbe se non si tenesse a una roccia, e chiede chi si trovi in una fiamma divisa in due punte. Virgilio risponde che vi sono Ulisse e Diomede, puniti insieme come insieme agirono: dentro quel fuoco piangono l’inganno del cavallo di Troia, l’astuzia che strappò Achille a Deidamia e il furto del Palladio. Dante chiede di parlare con loro; Virgilio accetta, ma vuole rivolgersi a loro di persona, perché due greci potrebbero disdegnare le parole di Dante. Ricorda di averli celebrati nei suoi versi e chiede a uno di raccontare dove andò a morire.
La punta più grande della fiamma, Ulisse, comincia a parlare. Lasciata Circe, né l’affetto per il figlio, né la pietà per il vecchio padre, né l’amore dovuto a Penelope vinsero in lui il desiderio di conoscere il mondo, i vizi e il valore degli uomini. Partì con una sola nave e pochi compagni, e da vecchio raggiunse lo stretto dove Ercole aveva posto i confini oltre i quali nessuno doveva spingersi. Con un breve discorso convinse i compagni ad andare oltre, verso il mondo disabitato, e la nave volse a occidente e poi sempre più a sud, fino al cielo stellato dell’altro emisfero. Dopo cinque mesi apparve una montagna altissima, scura per la distanza; ma dalla nuova terra nacque un turbine che fece girare la nave tre volte e alla quarta la inabissò, finché il mare si richiuse sopra di loro.
Perché è importante
Nell’ottava bolgia sono puniti i consiglieri fraudolenti, avvolti in fiamme che li nascondono come essi nascosero i loro inganni. Ulisse è condannato per le astuzie di guerra, ma il suo racconto va oltre la colpa: la sete di conoscenza che lo spinge oltre i limiti degli uomini appare nobile e insieme rovinosa, un viaggio compiuto con le sole forze umane. Per contrasto, il viaggio di Dante è voluto dal cielo, e all’inizio del canto il poeta stesso dice di tenere a freno l’ingegno.
La montagna vista da Ulisse prima di morire è stata letta come quella del Purgatorio, dove nel primo canto della seconda cantica si ricorda che nessuno ha mai navigato quelle acque ed è poi tornato. La stessa bolgia ospita, nel canto XXVII, Guido da Montefeltro, un altro consigliere fraudolento dalla vicenda molto diversa.
Passi da ricordare
«fatti non foste a viver come bruti, / ma per seguir virtute e conoscenza» (vv. 119-120): con queste parole Ulisse convince i compagni, legando la dignità dell’uomo al desiderio di sapere.
«dei remi facemmo ali al folle volo» (v. 125): Ulisse stesso chiama folle il suo viaggio, anche mentre lo racconta con orgoglio.
«infin che ’l mar fu sopra noi richiuso» (v. 142): il canto si chiude sul naufragio, senza alcun commento, con l’immagine del mare che si richiude.