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Riassunto

Riassunto: Inferno, Canto XXVII

Cosa succede

La fiamma di Ulisse si allontana con il permesso di Virgilio, e un’altra si avvicina nell’ottava bolgia emettendo un suono confuso, come il toro di rame siciliano che muggì per la prima volta con il pianto del suo stesso costruttore. Solo quando arrivano alla punta della fiamma le parole diventano comprensibili. Lo spirito ha sentito Virgilio congedare Ulisse in lombardo e gli chiede di fermarsi: vuole sapere se la Romagna è in pace o in guerra, perché è nato sui monti tra Urbino e le sorgenti del Tevere.

Virgilio invita Dante a rispondere, dato che si tratta di un italiano. Dante spiega che i tiranni di Romagna non sono mai stati senza guerra nell’animo, ma che al momento non ce n’è di aperta; poi passa in rassegna Ravenna, governata dai Polenta, e le altre città, indicando i loro signori attraverso gli stemmi delle famiglie. Infine chiede allo spirito chi sia.

Lo spirito, Guido da Montefeltro, che nel canto non dice mai il suo nome, risponde solo perché crede che nessuno torni vivo da laggiù e quindi non teme l’infamia. Fu uomo d’armi, e le sue imprese non furono da leone ma da volpe: conobbe tutte le astuzie e ne ebbe fama in tutto il mondo. In vecchiaia si pentì e si fece frate francescano, e si sarebbe salvato se Bonifacio VIII non lo avesse fatto ricadere nel peccato. Il papa, in guerra non contro Saraceni o Giudei ma contro altri cristiani, gli chiese come conquistare Palestrina. Guido tacque, perché quelle parole gli sembravano folli, ma il papa gli promise l’assoluzione in anticipo, ricordando di avere le chiavi che aprono e chiudono il cielo. Allora Guido gli consigliò di promettere molto e mantenere poco.

Quando Guido morì, san Francesco venne a prenderlo, ma un diavolo lo reclamò: non si può assolvere chi non si pente, e non ci si può pentire di un peccato mentre lo si vuole commettere. Vantandosi di essere un buon logico, il diavolo lo portò da Minosse, che lo assegnò ai consiglieri fraudolenti. Finito il racconto, la fiamma si allontana contorcendosi, e i poeti proseguono verso la nona bolgia.

Perché è importante

Il canto forma una coppia con il precedente. Ulisse e Guido sono puniti nella stessa bolgia per la stessa colpa, ma le loro storie sono opposte: il primo racconta un’impresa grandiosa con la dignità di un eroe, il secondo una vicenda di calcoli e di paura per la propria reputazione. Guido, che aveva cercato la salvezza entrando in convento, si danna per aver creduto a un’assoluzione data in anticipo, e il ragionamento del diavolo mostra che nessun potere può cancellare una colpa senza pentimento.

Il bersaglio polemico è di nuovo Bonifacio VIII, già atteso tra i simoniaci nel canto XIX: qui è il papa che usa il potere delle chiavi per ottenere un inganno contro altri cristiani. La rassegna delle città di Romagna mostra invece l’attenzione di Dante per la politica del suo tempo. L’ultimo verso annuncia la bolgia seguente, quella dei seminatori di discordia, descritta nel canto XXVIII.

Passi da ricordare

«non furon leonine, ma di volpe» (v. 75): Guido riassume la propria vita politica, fondata sull’astuzia più che sulla forza.

«lunga promessa con l’attender corto / ti fará triunfar ne l’alto seggio» (vv. 110-111): è il consiglio fraudolento dato al papa, la colpa che condanna Guido all’Inferno.

«tu non pensavi ch’io loico fossi?» (v. 123): il diavolo deride Guido, che credeva di salvarsi grazie a un’assoluzione contraddittoria.