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Riassunto

Riassunto: Inferno, Canto XXIX

Cosa succede

Dante continua a fissare i mutilati della nona bolgia, con gli occhi pieni di lacrime. Virgilio lo richiama: non si è fermato così nelle altre bolge, il giro di questa misura ventidue miglia, la luna è già sotto i loro piedi e il tempo concesso è poco. Dante si giustifica: cercava uno spirito della sua famiglia. Virgilio gli dice di non pensarci più, perché mentre Dante guardava Bertram dal Bornio lui ha visto quello spirito, chiamato Geri del Bello, indicarlo minaccioso con il dito. Dante capisce il suo sdegno: la sua morte violenta non è stata ancora vendicata da nessun parente, e per questo Geri se n’è andato senza parlargli. Il pensiero lo rende ancora più pietoso verso di lui.

Arrivati sull’ultimo argine di Malebolge, i poeti sentono salire dalla decima bolgia lamenti così acuti che Dante si copre le orecchie. Il dolore e la puzza sono quelli che si avrebbero riunendo in un solo fosso i malati degli ospedali di Valdichiana, Maremma e Sardegna nei mesi d’estate. Qui la giustizia divina punisce i falsari. Lo spettacolo è più triste della pestilenza di Egina, quando morirono perfino gli animali: i dannati giacciono ammucchiati uno sull’altro, e alcuni si trascinano carponi.

Due siedono appoggiati l’uno all’altro, coperti di croste dalla testa ai piedi, e si grattano con tanta furia che le unghie staccano la scabbia come un coltello le squame di un pesce. Virgilio chiede se tra loro ci sia qualche italiano, e uno risponde che lo sono entrambi. Saputo che Dante è vivo, i due si voltano tremando. Il primo racconta di essere di Arezzo: Albero da Siena lo fece mandare al rogo perché aveva detto per scherzo di saper volare e poi non gli aveva insegnato a farlo, ma Minosse lo ha condannato per l’alchimia. Dante commenta che non ci fu mai gente vanitosa come i senesi. L’altro lebbroso gli dà ragione con ironia, fingendo di escludere dal giudizio alcuni senesi famosi per i loro sprechi, come Stricca, Niccolò, che introdusse l’uso costoso dei chiodi di garofano, e la brigata in cui Caccia d’Asciano dissipò i suoi beni. Infine si presenta: è Capocchio, che falsificò i metalli con l’alchimia e, come Dante dovrebbe ricordare, sapeva imitare la natura.

Perché è importante

Il canto fa da passaggio tra la nona e la decima bolgia, l’ultima di Malebolge. L’episodio di Geri del Bello coinvolge Dante in prima persona: il parente ucciso e non vendicato non lo condanna a parole, ma il suo silenzio sdegnato pesa su di lui, e Dante risponde con pietà.

Con i falsari l’Inferno assume l’aspetto di un ospedale: malattie, puzza, corpi disfatti. Chi ha alterato la natura delle cose, falsificando i metalli, è punito con un corpo corrotto. La battuta contro Siena mostra il gusto di Dante per la satira tra città, e la presentazione di Capocchio prepara il canto XXX, dove altri falsari lo aggrediscono.

Passi da ricordare

«e in ciò m’ha el fatto a sé piú pio» (v. 36): lo sdegno di Geri del Bello, invece di allontanare Dante, accresce la sua pietà per lui.

«Or fu giá mai / gente sí vana come la sanese?» (vv. 121-122): la battuta di Dante apre la satira contro Siena.

«com’io fui di natura buona scimia» (v. 139): Capocchio si vanta della sua abilità di falsario, capace di imitare la natura come una scimmia.