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Riassunto

Riassunto: Inferno, Canto XXX

Cosa succede

Il canto si apre con due esempi antichi di follia. Atamante, reso folle dall’ira di Giunone, scambiò la moglie e i figli per una leonessa con i suoi cuccioli e uccise il piccolo Learco; Ecuba, dopo la caduta di Troia e la morte di Polissena e di Polidoro, impazzì per il dolore e latrò come un cane. Nessuna di quelle furie, però, fu crudele come quella di due ombre nude che corrono mordendo nella decima bolgia. Una di esse azzanna Capocchio al collo e lo trascina via.

L’aretino rimasto spiega che quello spirito rabbioso è Gianni Schicchi, e che l’altro è Mirra, che si unì al padre fingendosi un’altra donna, così come Gianni Schicchi si finse Buoso Donati per dettare un falso testamento e ottenere la cavalla migliore della mandria. Sono i falsari della persona.

Dante vede poi un dannato gonfio come un liuto per l’idropisia, con le labbra aperte per la sete: è maestro Adamo, che in vita ebbe tutto ciò che volle e ora desidera una goccia d’acqua. Davanti agli occhi ha sempre i ruscelli del Casentino che scendono verso l’Arno, e il loro ricordo lo asciuga più della malattia. A Romena falsificò il fiorino con l’immagine del Battista, e per questo fu bruciato. Per vedere laggiù Guido, Alessandro e il loro fratello, che lo spinsero a coniare monete false, rinuncerebbe perfino all’acqua di Fonte Branda, ma il corpo appesantito non gli permette di muoversi.

Dante chiede chi siano i due che fumano stesi accanto a lui: sono la donna che accusò falsamente Giuseppe e il greco Sinone, che mentì ai Troiani, entrambi consumati dalla febbre. Offeso, Sinone colpisce con un pugno la pancia di Adamo, che risuona come un tamburo, e Adamo gli risponde con un colpo al volto. Nasce un litigio di insulti: Sinone rinfaccia ad Adamo le monete false, Adamo gli ricorda lo spergiuro del cavallo di Troia, e ciascuno deride la sofferenza dell’altro, la sete o la febbre. Dante ascolta rapito, finché Virgilio lo rimprovera con ira. Dante si vergogna tanto da non riuscire a parlare, e proprio quella vergogna basta a scusarlo: Virgilio lo perdona, ma lo avverte che voler ascoltare litigi simili è un desiderio basso.

Perché è importante

Il canto conclude Malebolge e completa la rassegna dei falsari: dopo gli alchimisti del canto XXIX compaiono i falsari della persona, delle monete e della parola, colpiti ciascuno da una furia o da una malattia diversa. Maestro Adamo è una delle figure più riuscite dell’Inferno: il ricordo dei ruscelli del Casentino, dolce e insieme tormentoso, trasforma la nostalgia in pena.

Il litigio tra Adamo e Sinone porta nel poema il linguaggio basso delle risse di strada, e il rimprovero di Virgilio gli dà un significato morale: anche assistere con piacere alla volgarità è una colpa. Sinone, l’autore dell’inganno del cavallo, richiama l’Ulisse del canto XXVI. Il canto XXXI si aprirà ricordando proprio queste parole di Virgilio, che prima hanno ferito Dante e poi lo hanno consolato.

Passi da ricordare

«e ora, lasso! un gocciol d’acqua bramo» (v. 63): il contrasto tra la ricchezza della vita e la sete eterna riassume la pena di maestro Adamo.

«Li ruscelletti che de’ verdi colli / del Casentin discendon giuso in Arno» (vv. 64-65): la bellezza del paesaggio ricordato rende più crudele il tormento della sete.

«ché voler ciò udire è bassa voglia» (v. 148): con l’ultimo verso Virgilio condanna il piacere di assistere a litigi volgari.