Cosa succede
Dante osserva che la stessa lingua di Virgilio prima lo ha ferito con il rimprovero e poi lo ha consolato, come la lancia di Achille che feriva e guariva. I poeti lasciano la decima bolgia e attraversano in silenzio l’argine. Nella penombra risuona un corno più forte di un tuono, più terribile di quello suonato da Orlando quando Carlo Magno perse i suoi paladini.
Dante crede di vedere in lontananza alte torri e chiede che città sia. Virgilio lo avverte che al buio i sensi ingannano, poi lo prende affettuosamente per mano e gli spiega che non sono torri ma giganti, immersi dall’ombelico in giù nel pozzo intorno alla parete. Avvicinandosi, l’errore svanisce e cresce la paura: i giganti circondano il pozzo come le torri coronano le mura di Monteriggioni. Dante riflette che la natura ha fatto bene a smettere di creare esseri simili, perché dove l’intelligenza si unisce alla cattiva volontà e alla forza nessuno può difendersi.
Il primo gigante ha il volto grande come la pigna di bronzo di San Pietro a Roma e grida parole senza senso. Virgilio lo zittisce e spiega che è Nembrot, per colpa del quale nel mondo non si parla più una sola lingua: nessuno capisce il suo linguaggio, e lui non capisce quello degli altri. Proseguendo verso sinistra, i poeti trovano Fialte, ancora più feroce, legato da una catena che gli gira cinque volte intorno al corpo perché osò sfidare Giove. Dante vorrebbe vedere Briareo, ma Virgilio risponde che è lontano; vedranno invece Anteo, che parla ed è libero, e li porterà sul fondo. Fialte si scuote come un terremoto, e Dante teme di morire di paura.
Arrivati da Anteo, Virgilio lo lusinga ricordando le sue imprese: nella valle dove Scipione vinse Annibale catturò mille leoni, e se avesse combattuto con i fratelli contro gli dèi, forse i giganti avrebbero vinto. Gli chiede di calarli nel Cocito, promettendo che Dante, ancora vivo, potrà rinnovare la sua fama nel mondo. Anteo afferra Virgilio, che stringe a sé Dante. Mentre il gigante si china, Dante lo vede come si vede dal basso la torre della Garisenda di Bologna quando le passa sopra una nuvola, e vorrebbe essere altrove. Anteo li posa con delicatezza sul fondo, dove stanno Lucifero e Giuda, e si rialza come l’albero di una nave.
Perché è importante
Il canto segna il passaggio da Malebolge al nono e ultimo cerchio e mantiene la promessa del canto XVIII, in cui Dante aveva annunciato che avrebbe descritto il pozzo al centro dell’ottavo cerchio. I giganti ne sono i guardiani e insieme i puniti: rappresentano la superbia e la forza bruta ribellate a Dio, e riuniscono la mitologia classica, con Fialte, Briareo e Anteo, e la Bibbia, con Nembrot.
Dopo il rimprovero del canto XXX, Virgilio torna a essere una guida paterna, che prende Dante per mano e lo prepara alla vista dei giganti. Con Anteo usa invece le armi della parola, lodandolo e promettendogli fama per ottenere il suo aiuto. L’arrivo sul fondo apre il Cocito, descritto nel canto XXXII.
Passi da ricordare
«sappi che non son torri, ma giganti» (v. 31): Virgilio corregge l’errore di Dante prima che la vista dei giganti lo spaventi troppo.
«fuggiemi errore e cresciemi paura» (v. 39): avvicinandosi, Dante comprende la verità, ma la conoscenza porta con sé il terrore.
«ché dove l’argomento de la mente / s’aggiugne al mal volere ed a la possa, / nessun riparo vi può far la gente» (vv. 55-57): l’intelligenza unita alla cattiva volontà e alla forza rende il male impossibile da contrastare.