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Riassunto

Riassunto: Capitolo XXXI

Cosa succede

Il narratore annuncia di voler raccontare la peste di Milano come un pezzo di storia patria, confrontando le relazioni del tempo e i documenti ufficiali. Dopo il passaggio dell’esercito, nei paesi attraversati dai soldati si comincia a morire di un male sconosciuto. Il protofisico Lodovico Settala segnala il contagio già il 20 ottobre, ma il tribunale della sanità non decide nulla, e i primi inviati si lasciano convincere da un vecchio barbiere che non si tratta di peste. Solo il medico Tadino, mandato in seguito, trova paesi deserti e segni evidenti del morbo. Il governatore Ambrogio Spinola risponde che la guerra è una preoccupazione più grave e ordina feste pubbliche per la nascita di un principe.

Popolo e magistrati deridono chi parla di peste, e la grida contro l’ingresso di persone dai luoghi infetti esce quasi un mese dopo la decisione. Intanto un soldato italiano al servizio della Spagna entra in Milano con un fagotto di vesti prese ai soldati tedeschi, si ammala e muore. Il contagio si diffonde lentamente per tutto l’inverno, anche perché la paura del lazzaretto spinge a nascondere i malati e a corrompere i becchini. I medici che credono al contagio vengono insultati per strada, e il vecchio Settala rischia di essere aggredito dalla folla.

A fine marzo del 1630 le morti si moltiplicano. I medici che negavano la peste parlano ora di febbri pestilenti, e il governo del lazzaretto è affidato ai cappuccini guidati da padre Felice Casati. Quando il morbo colpisce anche famiglie illustri, l’incredulità cede, ma lascia il posto a un altro errore: l’idea che la peste sia sparsa di proposito da untori. Il 17 maggio alcuni credono di vedere ungere un assito in duomo; la mattina dopo porte e muri della città appaiono imbrattati, e il panico cresce. Per convincere gli ultimi increduli, la Sanità fa passare tra la folla, in una festa di Pentecoste, un carro con i cadaveri nudi di una famiglia morta di peste.

Perché è importante

Con i capitoli XXXI e XXXII Manzoni si fa storico: cita le fonti, ne discute gli errori e ricostruisce l’ordine dei fatti. Non vuole solo descrivere la calamità, ma capire come gli errori entrano nelle menti e le dominano. Il capitolo mostra una catena di negligenze: autorità distratte dalla guerra, medici che negano l’evidenza, un popolo che se la prende con chi dice la verità. Anche un uomo stimato come il Settala condivide i pregiudizi del suo tempo, al punto da contribuire a far condannare una donna come strega.

La riflessione finale sulla parola peste, prima negata, poi ammessa a metà e infine accettata insieme all’idea del veleno, è una lezione di metodo che vale oltre il Seicento. Il capitolo prepara il XXXII, dove il sospetto degli untori diventa furia collettiva, e disegna la città in cui entrerà Renzo.

Passi da ricordare

«Tanto è forte la carità!» Il narratore osserva che la peste di più di cinquant’anni prima porta ancora il nome di san Carlo, perché la sua carità è rimasta più memorabile del male.

«In principio dunque, non peste, assolutamente no, per nessun conto: proibito anche di proferire il vocabolo.» Comincia così la ricostruzione di come il nome della malattia sia stato negato, attenuato e infine accettato.

«osservare, ascoltare, paragonare, pensare, prima di parlare» È il metodo che, secondo il narratore, eviterebbe il cammino lungo e storto di tante idee sbagliate.