Cosa succede
Appena Renzo esce dal lazzaretto scoppia il temporale, e quella pioggia, come si vedrà nei giorni seguenti, porta via il contagio. Renzo cammina tutta la notte sotto l’acqua, felice: Lucia è viva, il voto è sciolto, l’odio per don Rodrigo è scomparso. All’alba arriva, fradicio e contento, alla casa dell’amico che lo aveva ospitato e gli racconta tutto. Il giorno dopo va a Pasturo da Agnese, con cui parla tenendosi a distanza per prudenza: insieme decidono di trasferirsi tutti nel paese bergamasco dove Renzo ha lavoro. Agnese rifiuta i cinquanta scudi che lui le offre, perché ne ha ancora abbastanza.
Renzo torna da Bortolo, dove la peste è ormai quasi finita, trova una casa più grande e la arreda; poi riporta Agnese al paese e aspetta Lucia lavorando nei campi. Nessuno pensa più al suo bando, perché in quel tempo i decreti contro le persone restano senza effetto se non c’è un potente interessato a farli valere. Don Abbondio e Renzo si evitano: il curato teme di sentir parlare di matrimonio.
Intanto Lucia esce dal lazzaretto con la mercantessa, passa con lei la quarantena e prepara il corredo. In quel periodo viene a sapere tre cose. La signora di Monza, sospettata di delitti atroci, è stata trasferita per ordine del cardinale in un monastero di Milano, dove si è pentita e vive in una durissima penitenza. Fra Cristoforo è morto di peste. Donna Prassede e don Ferrante sono morti anche loro. Don Ferrante aveva negato il contagio con un ragionamento dotto: il contagio non poteva essere né sostanza né accidente, dunque non esisteva, e la vera causa del male era una congiunzione di Saturno con Giove. Così non prese alcuna precauzione e morì «prendendosela con le stelle».
Perché è importante
Il capitolo scioglie a uno a uno i fili rimasti aperti e prepara il finale. La pioggia che lava il contagio accompagna il sollievo di Renzo, e il ritorno al paese mostra una comunità che ricomincia a vivere. Manzoni chiude con misura anche le vicende di alcuni personaggi: della monaca di Monza dice il pentimento senza indugiare, di fra Cristoforo solo la morte, che il frate stesso aveva chiesto come grazia nel capitolo precedente.
La fine di don Ferrante è l’ultima e più amara ironia sulla cultura libresca del Seicento: un sapere fondato su autorità e formule, invece che sull’osservazione dei fatti, non solo non salva il dotto, ma lo spinge a trascurare ogni precauzione. La riflessione sui decreti che nessuno esegue torna invece su un tema presente in tutto il romanzo, quello di una legge che vale soltanto quando qualche potente ha interesse a farla valere.
Passi da ricordare
«l’ho trovata; è guarita; è mia!» Il pensiero che torna di continuo nella mente di Renzo esprime tutta la sua felicità.
«come palle di schioppo, che, se non fanno colpo, restano in terra, dove non danno fastidio a nessuno» La similitudine spiega perché il bando contro Renzo ha smesso di fargli paura.
«su questi bei fondamenti, non prese nessuna precauzione contro la peste» Il narratore commenta con sarcasmo le conseguenze del ragionamento di don Ferrante.
«E quella sua famosa libreria? È forse ancora dispersa su per i muriccioli.» La sorte dei libri di don Ferrante chiude con malinconia il ritratto di una cultura senza utilità.