Cosa succede
Don Abbondio, più guarito dalla febbre di quanto voglia far credere, legge un panegirico di san Carlo e si domanda chi fosse Carneade, quando Perpetua gli annuncia Tonio. Mentre Agnese allontana Perpetua con un pettegolezzo sui suoi mancati matrimoni, Renzo e Lucia salgono le scale di nascosto. Il curato incassa il denaro, restituisce la collana della moglie di Tonio e scrive la ricevuta, mentre i due fratelli, piantati davanti al tavolino, gli nascondono i promessi. Renzo fa in tempo a pronunciare la formula; ma quando Lucia comincia la sua, don Abbondio le getta addosso il tappeto del tavolo, lascia cadere la lucerna e si chiude in un’altra stanza gridando aiuto. Il sagrestano Ambrogio, svegliato, suona la campana a martello.
Nello stesso momento il Griso, travestito da pellegrino, entra con i suoi bravi nella casa di Agnese e la trova vuota. Arriva di corsa Menico, mandato da padre Cristoforo ad avvertire le donne, e due bravi lo afferrano; ma il suono della campana li mette in fuga, e il Griso riesce a fatica a tenere insieme i suoi uomini. Menico raggiunge Renzo, Lucia e Agnese, appena usciti dalla casa del curato, e li convince a seguirlo al convento. In paese la gente accorre, trova la casa di Agnese forzata e vuota, e non capisce che cosa sia successo; la mattina dopo due bravi intimano al console di non denunciare nulla.
Al convento di Pescarenico padre Cristoforo accoglie i fuggitivi. Spiega che il paese non è più sicuro per loro: manda le donne dai cappuccini di un borgo che il testo indica solo con asterischi e Renzo a Milano, da padre Bonaventura, con due lettere; poi prega con loro, anche per don Rodrigo. I tre attraversano il lago in barca, al chiaro di luna. Lucia guarda il paese che si allontana e piange in silenzio, mentre il narratore dà voce ai suoi pensieri.
Perché è importante
È la «notte degl’imbrogli e de’ sotterfugi», come la chiama il narratore: i due piani falliscono nello stesso momento, e la campana, suonata per tutt’altro motivo, salva Lucia senza che nessuno lo sappia. Il narratore sottolinea il rovesciamento delle apparenze: Renzo sembra l’oppressore e don Abbondio la vittima, mentre è vero il contrario.
La fuga chiude la vicenda ambientata nel paese e apre il tempo della separazione: Lucia e Agnese da una parte, Renzo dall’altra. La preghiera di padre Cristoforo per il persecutore e l’addio ai monti, che termina con la fiducia in un Dio che «non turba mai la gioia de’ suoi figli, se non per prepararne loro una più certa e più grande», esprimono il senso religioso che Manzoni dà alla sofferenza dei protagonisti.
Passi da ricordare
«Chi era costui?»: la domanda su Carneade mostra don Abbondio immerso nelle sue piccole curiosità, ignaro di ciò che sta per accadere.
«Così va spesso il mondo..... voglio dire, così andava nel secolo decimo settimo»: con questa finta correzione il narratore suggerisce che l’ingiustizia non appartiene solo al passato.
«Addio, monti sorgenti dall’acque, ed elevati al cielo»: comincia così il lamento di chi è costretto a lasciare i luoghi in cui è cresciuto.
«Ma che sa il cuore? Appena un poco di quello che è già accaduto»: il narratore commenta con disincanto il presentimento del frate di rivedere presto i suoi protetti.