Metrica e struttura
La ginestra è il componimento più lungo dei Canti: una canzone libera di 317 versi, endecasillabi e settenari, con rime sparse e irregolari. Le strofe sono sette, di ampiezza molto diversa (vv. 1-51, 52-86, 87-157, 158-201, 202-236, 237-296, 297-317). In apertura si legge un versetto del Vangelo di Giovanni sugli uomini che preferirono le tenebre alla luce; nel canto la luce è la verità sulla condizione umana.
La prima strofa presenta la ginestra che cresce sulle pendici del Vesuvio, tra campi coperti di lava dove un tempo sorgevano ville e città, e invita chi esalta la condizione umana a guardare quelle rovine. La seconda è un’invettiva contro il «secol superbo e sciocco» (v. 53) che ha abbandonato il pensiero razionale. La terza contrappone all’orgoglio degli ottimisti l’animo nobile di chi riconosce il male comune e si allea con gli altri uomini contro la natura. La quarta si sposta sul cielo stellato e misura la piccolezza dell’uomo nell’universo. La quinta paragona l’eruzione che distrusse le città vesuviane a un frutto che cade su un formicaio; la sesta mostra prima il contadino che teme ancora il vulcano, poi le rovine di Pompei. La settima torna alla ginestra, e il canto si chiude dove era cominciato.
Lingua e stile
Nel canto convivono due registri: quello descrittivo delle strofe sul paesaggio e quello argomentativo e polemico delle strofe centrali. La sintassi è ampia, ricca di inversioni e di periodi che si distendono per molti versi: nell’apertura il verbo principale arriva al v. 5 e la ginestra, a cui il poeta si rivolge, è nominata solo al v. 6. Il lessico è colto e pieno di latinismi, come Vesevo (v. 3) per Vesuvio, erme (v. 8), cioè solitarie, e lenta (v. 297), flessibile.
L’ironia è una delle armi principali. La natura viene detta amorosa, «all’amante natura» (v. 41), proprio mentre le rovine mostrano il contrario, e le promesse dei contemporanei sono riportate tra virgolette, con le loro stesse parole: «le magnifiche sorti e progressive» (v. 51). Il secolo che torna indietro si vanta proprio di questo: «del ritornar ti vanti, / e procedere il chiami» (vv. 57-58). La natura è definita con un’antitesi netta: «madre è di parto e di voler matrigna» (v. 125).
Il legame tra gli uomini è descritto come un’alleanza militare: la «guerra comune» (v. 135) contro la natura li rende confederati (v. 130), e chi colpisce il proprio simile somiglia al soldato che, circondato dai nemici, attacca i compagni (vv. 136-144). Nella quarta strofa la parola punto ritorna più volte (vv. 168, 170, 182) e la terra diventa un «oscuro / granel di sabbia» (vv. 190-191). La quinta è costruita su una lunga similitudine, aperta da «Come d’arbor cadendo un picciol pomo» (v. 202) e ripresa da «cosí d’alto piombando» (v. 212); i verbi della distruzione si corrispondono nelle due parti, «schiaccia, diserta e copre» (v. 211) e «confuse / e infranse e ricoperse» (vv. 224-225). Nel finale una serie di negazioni, «ma non piegato» (v. 307) e «ma non eretto» (v. 309), prepara l’affermazione «ma piú saggia» (v. 314).
Interpretazione
Leopardi scrisse La ginestra nel 1836 a Torre del Greco, in una villa alle pendici del Vesuvio; il canto fu pubblicato dopo la sua morte, nel 1845. Nei Canti viene dopo Il tramonto della luna e chiude la serie dei grandi componimenti: per questo è spesso letto come il testamento poetico dell’autore.
Il bersaglio è l’ottimismo del secolo, che promette felicità e progresso e nasconde agli uomini la loro condizione reale. Leopardi non rifiuta la ragione: difende anzi il pensiero, grazie al quale «si cresce in civiltá» (v. 76). Rifiuta le «superbe fole» (v. 154) che consolano e chiede di guardare il vero: la natura non è una madre benevola ma una nemica, e le vicende umane contano per lei quanto quelle di un formicaio. Da questa verità non discende però la disperazione. Proprio perché il nemico è comune, gli uomini dovrebbero smettere di combattersi e abbracciarsi tutti «con vero amor» (v. 132); su questa consapevolezza, e non sulle illusioni, possono fondarsi la giustizia e la pietà (vv. 151-157). La ginestra è l’immagine di questa morale: vive nel deserto e lo consola con il suo profumo, piegherà il capo sotto la lava senza supplicare e senza credersi immortale, ed è perciò «meno inferma dell’uom» (v. 315).
Due testi della biblioteca aiutano a leggere il canto. La Palinodia al marchese Gino Capponi, negli stessi Canti, finge di ritrattare il pessimismo dell’autore e deride con un’ironia simile la fiducia del secolo nel progresso. Nelle Operette morali, il Dialogo di Plotino e di Porfirio si chiude con l’invito a vivere e a confortarsi a vicenda, sopportando insieme la parte dei mali della specie che il destino assegna a ciascuno: è una prima forma, in prosa, della solidarietà che La ginestra propone a tutti gli uomini.