Metrica e struttura
A se stesso è formato da sedici versi, endecasillabi e settenari alternati liberamente: sono settenari i vv. 1, 4, 6, 9, 11 e 14. Le rime sono poche e distanziate, come «sento» e «spento» (vv. 3 e 5), «Dispera» e «impera» (vv. 11 e 15), «brutto» e «tutto» (vv. 14 e 16). Leopardi lo scrisse a Firenze, probabilmente nel 1833, e appartiene al gruppo di componimenti legati al suo amore non corrisposto per Fanny Targioni Tozzetti, detto ciclo di Aspasia. Nei Canti si trova tra Amore e Morte e Aspasia.
Il poeta si rivolge al proprio cuore, come dice il titolo, e il discorso procede in tre movimenti di cinque, cinque e sei versi, ognuno aperto da un invito al riposo o alla rinuncia. Nel primo (vv. 1-5), introdotto dal futuro «Or poserai per sempre» (v. 1), il poeta constata che l’ultima illusione è morta e che con essa si è spento anche il desiderio. Nel secondo (vv. 6-10), che si apre con l’imperativo «Posa per sempre» (v. 6), giudica la terra indegna dei sospiri del cuore e la vita fatta solo di amarezza e di noia. Nel terzo (vv. 11-16), che comincia con «T’acqueta omai» (v. 11), l’invito diventa disperazione e disprezzo, esteso a sé, alla natura e a tutte le cose.
Lingua e stile
La sintassi è spezzata. Le frasi sono brevissime e i punti fermi cadono spesso dentro il verso, interrompendo il ritmo regolare: «Perí l’inganno estremo, / ch’eterno io mi credei. Perí.» (vv. 2-3). La ripetizione del verbo all’inizio e alla fine della frase ha il tono di una sentenza definitiva. Gli enjambement non danno respiro ma separano con durezza parole legate: «Assai / palpitasti» (vv. 6-7), «Amaro e noia / la vita» (vv. 9-10), «disprezza / te» (vv. 13-14).
Molte frasi sono costruite in negativo: «Non val cosa nessuna / i moti tuoi» (vv. 7-8), «né di sospiri è degna / la terra» (vv. 8-9), «altro mai nulla» (v. 10), «non donò che il morire» (v. 13). In «Amaro e noia / la vita, altro mai nulla; e fango è il mondo» (vv. 9-10) la prima frase è perfino priva di verbo, ridotta a una definizione secca. Anche le ripetizioni insistono sugli stessi punti: «per sempre» ai vv. 1 e 6, «omai» ai vv. 11 e 13, «inganno» al v. 2 e «inganni» al v. 4.
Il lessico accosta parole della tradizione lirica, come «speme» (v. 5) e «sospiri» (v. 8), a termini crudi e insoliti in poesia: «fango» (v. 10), «brutto» (v. 14). Anche il suono è aspro, con molte consonanti doppie e gruppi duri, come in «stanco», «estremo», «disprezza», «brutto», «tutto». Dopo tante frasi brevi, l’ultimo verso si distende in parole lunghe: «e l’infinita vanitá del tutto» (v. 16). La chiusa non consola, ma allarga lo sguardo dal cuore del poeta all’intero universo.
Interpretazione
L’«inganno estremo» (v. 2) è l’amore, l’ultima illusione che il poeta aveva creduto eterna. La sua fine non produce un lamento, ma una calma gelida: al cuore non resta che riposare. Nel pensiero di Leopardi gli inganni, cioè le illusioni, erano stati a lungo l’unica fonte di dolcezza concessa all’uomo; qui si è spenta non solo la speranza di viverli, ma anche il desiderio stesso (vv. 4-5).
La delusione privata diventa subito un giudizio universale. Il destino ha dato agli uomini soltanto la morte: «Al gener nostro il fato / non donò che il morire» (vv. 12-13). La natura è nominata esplicitamente (v. 14) e accostata a un potere nascosto e malvagio, «il brutto / poter che, ascoso, a comun danno impera» (vv. 14-15), una forza che governa il mondo a danno di tutti. Il disprezzo che il poeta raccomanda al proprio cuore colpisce insieme sé stesso, la natura e l’«infinita vanitá del tutto» (v. 16). Nel testo manca ogni paesaggio e ogni figura esterna: resta solo il dialogo tra l’io e il suo cuore.
Il confronto con altri testi della raccolta aiuta a misurare la distanza percorsa. In L’infinito il pensiero si perdeva dolcemente nell’immensità; qui l’aggettivo infinito accompagna la vanità di tutte le cose. Il giudizio sulla natura come potere ostile ritorna invece in La ginestra, uno degli ultimi canti, dove però la consapevolezza del male comune diventa un invito agli uomini a unirsi e a sostenersi a vicenda.