Metrica e struttura
Il sabato del villaggio è una canzone libera di cinquantuno versi, endecasillabi e settenari con rime libere, divisi in quattro strofe di 30, 7, 5 e 9 versi. Leopardi lo scrisse a Recanati nel settembre del 1829, pochi giorni dopo La quiete dopo la tempesta, che nei Canti lo precede immediatamente.
Le prime due strofe descrivono, le ultime due riflettono. La prima (vv. 1-30) segue il villaggio al tramonto del sabato: una ragazza torna dai campi con i fiori per la festa, una vecchia fila sulla scala e ricorda i balli della giovinezza, poi scende la sera, la campana annuncia la domenica, i bambini giocano in piazza e il contadino torna a cena. La seconda (vv. 31-37) si sposta nella notte, quando tutto tace e si sente solo il falegname che lavora per finire prima dell’alba. La descrizione segue così le ore, dal «calar del sole» (v. 2) alla notte fonda. La terza strofa (vv. 38-42) trae la conclusione: il sabato è il giorno più gradito della settimana, perché la domenica porterà noia e il pensiero del lavoro. La quarta (vv. 43-51) si rivolge a un ragazzo e applica questa idea alla vita: la giovinezza è come il sabato.
Le rime sono distribuite liberamente ma spesso ravvicinate, come «sole», «viole» e «suole» (vv. 2, 4 e 5) o «imbruna» e «luna» (vv. 16 e 19). Nella seconda strofa la rima tra «s’adopra» e «l’opra» (vv. 36-37) accosta due parole di cui la seconda è contenuta nella prima, e insiste sull’immagine del lavoro.
Lingua e stile
I diminutivi danno al villaggio un aspetto familiare e affettuoso: «La donzelletta» (v. 1), «un mazzolin» (v. 4), «la vecchierella» (v. 9), «la piazzuola» (v. 25), «Garzoncello» (v. 43). Le due figure femminili della prima strofa stanno ai due capi della vita: la ragazza guarda al domani, la vecchia al passato. La vecchia siede rivolta «incontro lá dove si perde il giorno» (v. 10), una perifrasi che indica l’occidente e che accorda la sua posizione all’età del tramonto.
La scena è costruita soprattutto con suoni. «I fanciulli gridando» (v. 24) fanno «un lieto romore» (v. 27), il contadino torna «fischiando» (v. 29), e nella notte l’anafora di odi mette in primo piano i rumori del lavoro: «odi il martel picchiare, odi la sega» (v. 33). Accanto ai suoni c’è la luce che cambia: «Giá tutta l’aria imbruna» (v. 16), le ombre tornano «al biancheggiar della recente luna» (v. 19), finché è «spenta ogni altra face» (v. 31) e resta solo la lucerna del falegname. La seconda persona generica, in «diresti» (v. 22) e «odi» (v. 33), coinvolge il lettore come se fosse presente.
Il lessico mescola parole della vita di campagna, come «fascio dell’erba» (v. 3) e «zappatore» (v. 29), a forme letterarie: «crine» (v. 7) per capelli, «squilla» (v. 20) per campana, «parca mensa» (v. 28) per cena modesta, «anzi il chiarir dell’alba» (v. 37) per prima dell’alba.
La riflessione della terza strofa si regge su un’antitesi sottolineata dalla rima: «pien di speme e di gioia: / diman tristezza e noia» (vv. 39-40). Nell’ultima strofa una similitudine spiega l’età del ragazzo, che «è come un giorno d’allegrezza pieno» (v. 45), e il testo si chiude con una reticenza: «Altro dirti non vo’» (v. 50). Il poeta tace ciò che la festa della vita adulta porterà, e lo lascia intuire.
Interpretazione
L’idea centrale è che il piacere stia nell’attesa della festa, non nella festa. La gioia del sabato è reale, ma dipende da una domenica che porterà «tristezza e noia» (v. 40) e il ritorno al «travaglio usato» (v. 41). Leopardi aveva sviluppato questa idea nelle riflessioni dello Zibaldone sul piacere, che secondo lui non è mai presente ma sempre atteso o ricordato.
La vecchierella completa il quadro: per lei la festa esiste ormai solo nel ricordo dei balli di un tempo, mentre per la ragazza esiste solo nella speranza del giorno dopo. Speranza e memoria sono le due forme in cui l’uomo può godere di una felicità che il presente non gli dà. L’ultima strofa trasferisce la scena del villaggio sul piano della vita intera: la giovinezza è il sabato, l’età adulta è la festa che non manterrà le promesse. Il poeta non lo dice apertamente e invita il ragazzo a godere la sua età senza fretta di crescere, con una tenerezza che attenua l’amarezza della conclusione.
Il sabato del villaggio va letto insieme a La quiete dopo la tempesta: in quel canto il piacere è la fine di un dolore, qui è l’attesa di un bene. In entrambi i casi la felicità piena non coincide mai con il momento presente. La stessa idea torna in forma di dialogo nelle Operette morali, nel Dialogo di un Venditore di almanacchi e di un Passeggere, dove la vita che si desidera non è quella già conosciuta ma quella futura, che si spera sempre migliore.