Metrica e struttura
La quiete dopo la tempesta è una canzone libera di cinquantaquattro versi, endecasillabi e settenari con rime libere, divisi in tre strofe di 24, 17 e 13 versi. Fu composta a Recanati nel settembre del 1829 e nei Canti è seguita da Il sabato del villaggio, scritto negli stessi giorni.
Le tre strofe segnano tre passaggi: descrizione, riflessione, conclusione amara. La prima (vv. 1-24) mostra il paese che torna a vivere dopo il temporale: gli uccelli e la gallina, il cielo che si apre, il fiume nella valle, l’artigiano sulla porta, la donna che raccoglie l’acqua piovana, l’erbivendolo, il sole, le famiglie che aprono le finestre, il carro che riprende la strada. La seconda (vv. 25-41) si apre con una serie di domande sul perché la vita sembri così dolce proprio in quel momento, e risponde con una definizione: la gioia che si prova è «Piacer figlio d’affanno» (v. 32), nata dal terrore appena passato. La terza (vv. 42-54) si rivolge con amara ironia alla natura e al genere umano: l’unico piacere concesso è uscire dal dolore, e la sola guarigione completa è la morte.
Le rime, libere, sono spesso vicine e sonore: «tempesta» (v. 1) trova un’eco in «festa» all’interno del verso seguente, poi si rispondono «prova», «piova» e «rinnova» (vv. 13, 15 e 16), «sorride» e «stride» (vv. 19 e 23), «morte» e «smorte» (vv. 35 e 38).
Lingua e stile
La prima strofa è costruita come una successione di suoni e di immagini. Si sentono gli uccelli, la gallina «che ripete il suo verso» (v. 4), il «romorio» (v. 9) del paese, «il grido giornaliero» (v. 18) dell’erbivendolo, il «tintinnio di sonagli» (v. 23), e infine «il carro stride» (v. 23). Parole come romorio, tintinnio e stride imitano con il loro suono i rumori che descrivono. Molti verbi indicano un ritorno: «tornata» (v. 3), «torna il lavoro usato» (v. 10), «rinnova» (v. 16), «ritorna» (v. 19), «ripiglia» (v. 24). L’anafora sottolinea la ripresa della vita: «Ecco il sol che ritorna, ecco sorride» (v. 19), «Apre i balconi, / apre terrazzi e logge» (vv. 20-21).
I personaggi sono figure umili, indicate dal mestiere o con un diminutivo: «L’artigiano» (v. 11), «la femminetta» (v. 14), «l’erbaiuol» (v. 16). Il lessico conserva forme antiche o letterarie: «augelli» (v. 2), «sgombrasi» (v. 6) e «fassi» (v. 13), con il pronome unito al verbo, «côr» (v. 14) per cogliere, «piova» (v. 15) per pioggia, «sudâr» e «palpitâr» (v. 39), dove l’accento circonflesso segnala la forma abbreviata di sudarono e palpitarono.
Nella seconda strofa le domande retoriche si susseguono in anafora, con il ritorno di quando nei vv. 27-31. La risposta è una frase breve e senza verbo, «Piacer figlio d’affanno» (v. 32), che ha la forma di una sentenza. Il ricordo della paura è reso con tre aggettivi accostati senza congiunzioni, «fredde, tacite, smorte» (v. 38), e con la serie delle forze della natura, «folgori, nembi e vento» (v. 41).
La terza strofa si regge sull’ironia, cioè sull’uso di parole che dicono il contrario di ciò che si intende: la natura è chiamata «cortese» (v. 42) proprio mentre viene accusata, e gli uomini sono salutati come «Umana / prole cara agli eterni» (vv. 50-51). Il piacere è definito un evento eccezionale, che nasce dal dolore solo «per mostro e miracolo» (v. 49), cioè per prodigio. Gli ultimi versi costruiscono una gradazione: la prole umana è «assai felice» (v. 51) se può respirare libera «d’alcun dolor» (v. 53), «beata» (v. 53) se la morte la guarisce «d’ogni dolor» (v. 54).
Interpretazione
La gioia che segue la tempesta è autentica, ma il poeta la chiama «gioia vana» (v. 33): non è un bene positivo, solo il sollievo da una paura. Da questa scena quotidiana Leopardi ricava una legge generale: «Uscir di pena / è diletto fra noi» (vv. 45-46). Il dolore, al contrario, «spontaneo sorge» (v. 48), cioè nasce da sé ed è la condizione normale della vita, mentre il piacere è raro e dipende sempre da una sofferenza che lo precede.
Questa visione rovescia il senso della descrizione iniziale. La festa del paese, che sembrava un’immagine di serenità, si rivela il segno di una condizione misera: gli uomini si rallegrano solo perché per qualche tempo non soffrono. La responsabilità è attribuita alla natura, a cui il poeta rimprovera: «Pene tu spargi a larga mano» (v. 47). Anche la tempesta appare come un attacco: folgori, nembi e vento sono «mossi alle nostre offese» (v. 40), cioè scatenati contro gli uomini. La conclusione è estrema: la vera beatitudine per l’uomo è la morte, che lo libera da ogni dolore.
Il canto nasce negli stessi giorni di Il sabato del villaggio e i due testi si completano: lì il piacere è l’attesa di un bene futuro, qui è la fine di un male passato; in nessuno dei due casi è un possesso presente. L’idea di una natura estranea o ostile alla felicità degli uomini era già al centro del Dialogo della Natura e di un Islandese, nelle Operette morali, dove l’Islandese fugge per tutta la vita i mali del mondo senza riuscire a evitarli.