Metrica e struttura
Il Canto notturno di un pastore errante dell’Asia è una canzone libera di 143 versi, endecasillabi e settenari alternati senza uno schema fisso. Le rime sono sparse, ma una di esse ritorna con regolarità e segnala la fine di ogni strofa, che si chiude sempre con una parola in -ale: da «il tuo corso immortale» (v. 20) a «è la vita mortale» (v. 38), da «poco ti cale» (v. 60) a «a me la vita è male» (v. 104), fino a «il tedio assale» (v. 132) e a «il dí natale» (v. 143). Le strofe sono dunque sei, di lunghezza molto diversa.
La prima strofa (vv. 1-20) è un monologo rivolto alla luna, in cui il pastore confronta il proprio vagare con il corso di lei nel cielo. La seconda (vv. 21-38) traduce la vita umana nell’immagine di un vecchio che corre fino a precipitare in un abisso. La terza (vv. 39-60) passa all’esperienza di tutti, la nascita e le consolazioni dei genitori, e si chiede perché si continui a vivere. La quarta (vv. 61-104), la più ampia, torna alla luna, che forse conosce il senso delle cose, e raccoglie le domande del pastore sull’universo. La quinta (vv. 105-132) si rivolge al gregge, che non conosce la noia; la sesta (vv. 133-143), la più breve, immagina altre forme di vita e avanza il dubbio che la nascita sia funesta per ogni essere. Il discorso si allarga così per cerchi successivi: dalla luna all’uomo, dall’uomo all’universo, dal pastore a tutti i viventi.
Lingua e stile
Il canto è costruito sulle domande. Il primo verso ne contiene due, con la ripetizione del verbo: «Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai» (v. 1). Le interrogative tornano nei passaggi decisivi, fino alla serie dei vv. 86-89, che si chiude con la domanda più semplice e più radicale: «ed io che sono?» (v. 89). Anafore e ripetizioni danno al discorso un andamento insistente, come in «Ancor non prendi a schivo, ancor sei vaga» (v. 7) o nei due versi quasi identici «piú felice sarei, dolce mia greggia, / piú felice sarei, candida luna» (vv. 137-138).
La strofa del vecchio procede per accumulo. Una serie di aggettivi e di complementi rinvia il verbo principale fino al v. 28; poi i verbi si susseguono quasi senza congiunzioni e riproducono l’affanno della corsa: «corre via, corre, anela, / varca torrenti e stagni, / cade, risorge, e piú e piú s’affretta» (vv. 28-30). L’arrivo è segnato da due aggettivi forti, «abisso orrido, immenso» (v. 35). La sentenza che chiude la strofa ritorna, con poche variazioni, alla fine della successiva: «Vergine luna, tale / è la vita mortale» (vv. 37-38) e «Intatta luna, tale / è lo stato mortale» (vv. 57-58).
Alla luna il pastore dà nomi sempre diversi, che ne sottolineano la purezza e la lontananza: «Vergine luna» (v. 37), «solinga, eterna peregrina» (v. 61), «giovinetta immortal» (v. 99), «candida luna» (v. 138). Quando lo sguardo si apre sul cielo compaiono le parole del vago e dell’indefinito care a Leopardi: «l’aria infinita, e quel profondo / infinito seren» (vv. 87-88), «solitudine immensa» (v. 89), «tacito, infinito andar del tempo» (v. 72). Accanto a un lessico semplice, adatto a un pastore, restano forme letterarie come calli (v. 6), cioè sentieri, frale (v. 102), fragile, e cuna (v. 142), culla. L’ultimo verso, «è funesto a chi nasce il dí natale» (v. 143), accosta due parole della stessa radice, nasce e natale, e chiude il canto con una sentenza.
Interpretazione
Leopardi compose il canto a Recanati tra il 1829 e il 1830, prendendo spunto dal resoconto di un viaggiatore sui pastori nomadi dell’Asia centrale, che passavano la notte seduti su una pietra a guardare la luna e a cantare. Nei Canti segue Le ricordanze e precede La quiete dopo la tempesta.
La scelta di un pastore, lontano dalla civiltà e dai libri, ha un significato preciso: le domande sul senso della vita non nascono dalla cultura o dalla storia, ma dalla condizione stessa dell’uomo, e un uomo semplice arriva alle conclusioni del filosofo. La luna ascolta e non risponde; il pastore la immagina sapiente, ma sospetta anche che le sue parole non la riguardino: «e forse del mio dir poco ti cale» (v. 60). Il pessimismo si allarga passo dopo passo. Nella quarta strofa il pastore parla ancora di sé; nella quinta scopre nella noia ciò che distingue l’uomo dagli animali, perché la prova anche lui, che pure dice «nulla non bramo» (v. 122); nell’ultima sospetta di sbagliare quando immagina più fortunati gli altri esseri, e conclude, in forma di ipotesi, che la nascita è una sventura per chiunque, «dentro covile o cuna» (v. 142). L’infelicità non dipende più dalla sorte del singolo, ma da una legge che riguarda tutti i viventi.
Le stesse domande attraversano le Operette morali: nel Dialogo della Natura e di un Islandese il protagonista chiede alla Natura a chi piaccia e a chi giovi la vita infelicissima dell’universo, e non ottiene risposta, come il pastore davanti alla luna. Per la figura del vecchio, invece, Leopardi riprende un sonetto del Canzoniere di Petrarca, Movesi il vecchierel canuto et biancho, ma ne rovescia il senso: il pellegrino di Petrarca affronta la fatica del viaggio per vedere a Roma l’immagine di Cristo, mentre quello del Canto notturno corre soltanto verso l’abisso in cui «il tutto obblia» (v. 36).