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Analisi

Analisi: A Silvia

Metrica e struttura

A Silvia è una canzone libera, cioè una canzone sciolta dagli schemi fissi della tradizione: sessantatré versi, endecasillabi e settenari alternati senza regola, con rime libere, divisi in sei strofe di lunghezza diversa (6, 8, 13, 12, 9 e 15 versi). Ogni strofa si chiude con un settenario che rima con un verso precedente della stessa strofa: «salivi» (v. 6) con «fuggitivi» (v. 4), «giorno» (v. 14) con «dintorno» (v. 8), «lontano» (v. 63) con «mano» (v. 61). Il canto fu composto a Pisa nell’aprile del 1828, quando Leopardi tornò alla poesia dopo alcuni anni dedicati soprattutto alla prosa. Nei Canti segue Il risorgimento e precede Le ricordanze.

Il testo segue un percorso dal ricordo al lutto. Le prime tre strofe ricostruiscono il passato: la domanda a Silvia sul tempo della sua giovinezza (vv. 1-6), Silvia che canta e tesse nel maggio profumato (vv. 7-14), il poeta che interrompe gli studi per ascoltarla dai balconi della casa paterna (vv. 15-27). La quarta strofa fa da cerniera: il ricordo delle speranze comuni si trasforma in dolore presente e nell’accusa alla natura (vv. 28-39). Le ultime due raccontano la fine: la morte di Silvia prima di arrivare alla giovinezza (vv. 40-48) e la morte della speranza del poeta (vv. 49-63). Le strofe si rispondono a coppie: alla seconda, dedicata a Silvia, corrisponde la terza, dedicata al poeta; alla quinta, sulla morte di lei, corrisponde la sesta, sulla fine della speranza di lui.

Lingua e stile

Il passato è raccontato con gli imperfetti, che danno alle scene una durata abituale e sospesa: «Sonavan» (v. 7), «sedevi» (v. 11), «solevi» (v. 13), «porgea» (v. 20), «Mirava» (v. 23). Al presente passano invece i verbi del dolore: «sovviemmi» (v. 32), «preme» (v. 33).

Silvia è descritta con coppie di aggettivi che uniscono qualità opposte o complementari: gli occhi «ridenti e fuggitivi» (v. 4), lei stessa «lieta e pensosa» (v. 5), gli sguardi «innamorati e schivi» (v. 46). La giovinezza è una soglia da attraversare, secondo la metafora del «limitare / di gioventú» (vv. 5-6). Due ipallagi, figure che attribuiscono a una cosa una qualità che appartiene a una persona, collegano la vita del poeta a quella della ragazza: le «sudate carte» (v. 16) su cui lui studia e la «faticosa tela» (v. 22) su cui lei lavora.

Il paesaggio della terza strofa è fatto di spazi aperti e distanze indefinite, care alla poetica leopardiana: «quinci il mar da lungi, e quindi il monte» (v. 25). Anche il futuro sognato da Silvia è «vago» (v. 12), cioè indeterminato e insieme bello. L’emozione di quei momenti supera le parole: «Lingua mortal non dice / quel ch’io sentiva in seno» (vv. 26-27).

Nella strofa centrale il tono cambia. Le esclamazioni in anafora, «Che pensieri soavi, / che speranze, che cori» (vv. 28-29), lasciano il posto all’apostrofe «O natura, o natura» (v. 36) e alle domande retoriche dei vv. 37-39. Nella quinta strofa il diminutivo «tenerella» (v. 42) e le forme latineggianti «molceva» (v. 44) e «negre chiome» (v. 45) rendono più delicato il racconto della morte. L’ultima strofa è la più mossa: la ripetizione «Ahi, come, / come passata sei» (vv. 52-53), le domande incalzanti introdotte da questo, questi e questa (vv. 56-59) e infine il verso breve e solenne «All’apparir del vero» (v. 60).

Interpretazione

Silvia è una ragazza di Recanati morta giovane; la tradizione la identifica con Teresa Fattorini, figlia del cocchiere di casa Leopardi, morta di tisi nel 1818. Il canto però non è un ritratto biografico: Silvia diventa la figura della giovinezza e delle sue attese. Il suo destino corre parallelo a quello del poeta, che nella stessa stagione della vita ha visto morire la propria speranza: a entrambi è stata negata la giovinezza promessa. Nell’ultima strofa la persona a cui il poeta si rivolge cambia senza avvertimento: il tu non è più Silvia ma la «speme» (v. 55), che cade «All’apparir del vero» (v. 60) e indica da lontano «la fredda morte ed una tomba ignuda» (v. 62). I tratti della speranza e quelli della ragazza morta si sovrappongono, e le due perdite diventano una sola.

Il centro del testo è l’accusa alla natura, che promette nella giovinezza ciò che poi non mantiene: «perché di tanto / inganni i figli tuoi?» (vv. 38-39). Il dolore non riguarda più soltanto il poeta ma «la sorte dell’umane genti» (v. 59), e il «vero» (v. 60) è la conoscenza della reale condizione umana, che distrugge le illusioni. È una visione vicina a quella che Leopardi aveva espresso qualche anno prima nelle Operette morali, in particolare nel Dialogo della Natura e di un Islandese, dove la natura appare del tutto indifferente alla felicità degli uomini.

A breve distanza da A Silvia nasce Le ricordanze, dove compare un’altra ragazza morta giovane, Nerina, legata anch’essa ai ricordi della giovinezza a Recanati.