Metrica e struttura
La sera del dì di festa è composta da quarantasei endecasillabi sciolti. Appartiene agli idilli giovanili scritti a Recanati e risale probabilmente al 1820. Nei Canti segue L’infinito e precede Alla luna.
Il testo si sviluppa in cinque momenti, legati da passaggi graduali. Si apre con un paesaggio notturno immobile e luminoso (vv. 1-4). Segue il discorso rivolto alla donna amata, che dorme tranquilla ignorando la ferita che ha provocato, mentre il poeta si affaccia sul cielo e ricorda le parole con cui la natura gli ha negato la speranza (vv. 4-16). Nel terzo momento il poeta immagina la donna che sogna gli ammiratori della giornata e reagisce con un gesto di disperazione (vv. 17-24). Il canto di un artigiano che torna a casa apre poi la riflessione sulla fugacità delle cose: il giorno di festa è finito, e sono scomparsi anche i popoli antichi e la potenza di Roma (vv. 24-39). L’ultima parte è un ricordo d’infanzia: già allora, alla fine dei giorni festivi, un canto che si allontanava nella notte stringeva il cuore al poeta (vv. 40-46).
La struttura è circolare. Il canto dell’artigiano (v. 25) e quello udito nell’infanzia (v. 44) si corrispondono, e la stessa espressione torna a breve distanza: «mi si stringe il core» (v. 28) e «mi stringeva il core» (v. 46). Il dolore dell’età adulta trova così un’eco nel passato.
Lingua e stile
L’attacco, «Dolce e chiara è la notte e senza vento» (v. 1), accumula aggettivi legati da congiunzioni e dà subito un tono calmo e disteso. Il paesaggio è descritto con verbi di quiete: la luna «queta sovra i tetti e in mezzo agli orti / posa» (vv. 2-3), e la sua luce «di lontan rivela / serena ogni montagna» (vv. 3-4). Le metonimie rendono il silenzio del paese: «giá tace ogni sentiero» (v. 5) significa che nessuno cammina più, mentre «rara traluce la notturna lampa» (v. 6) indica le poche finestre ancora illuminate.
Il dolore del poeta è espresso con metafore fisiche: «non ti morde / cura nessuna» (vv. 8-9) per la donna, «quanta piaga m’apristi in mezzo al petto» (v. 10) per lui. La natura, «antica» e «onnipossente» (v. 13), prende la parola in un discorso diretto brevissimo, con una ripetizione che suona come una condanna: «A te la speme / nego», e poi ancora «anche la speme» (vv. 14-15). La reazione è violenta e costruita per accumulo, «mi getto, e grido, e fremo» (v. 23), ed è seguita dall’esclamazione «O giorni orrendi / in cosí verde etate!» (vv. 23-24).
La riflessione sulla storia si serve di un modulo antico, la domanda su dove siano finite le grandezze del passato. L’anafora «Or dov’è il suono […] or dov’è il grido» (vv. 33-34) introduce una serie di domande retoriche, e la parola rara «fragorío» (v. 36) evoca il rumore delle armi romane. La risposta è un’antitesi netta: «Tutto è pace e silenzio» (v. 38). Anche la ripetizione di festivo nei vv. 31-32, «il dí festivo, ed al festivo il giorno / volgar succede», mostra il susseguirsi inevitabile dei giorni.
Nella chiusa il suono si allontana lentamente: «lontanando morire a poco a poco» (v. 45). I due verbi all’infinito e al gerundio, uniti alla ripetizione di poco, rallentano il verso e riproducono l’effetto di una voce che svanisce.
Interpretazione
Il componimento parte da una pena privata, l’indifferenza di una donna, e arriva a una meditazione sul destino di tutte le cose umane. Il passaggio avviene attraverso un’immagine semplice: il canto di un artigiano che torna a casa dopo la festa. Quel suono fa pensare al poeta «come tutto al mondo passa, / e quasi orma non lascia» (vv. 29-30), e la stessa legge vale per un giorno di festa e per l’impero di Roma. Davanti al tempo, la delusione del singolo e la scomparsa delle civiltà sono ugualmente destinate al silenzio.
La festa ha un valore simbolico. È un momento atteso e pieno di gioia, che però finisce e lascia il posto al «giorno / volgar» (vv. 31-32), cioè alla vita di ogni giorno. Il ricordo finale mostra che questa esperienza si ripete fin dall’infanzia: già allora il poeta, dopo aver atteso con impazienza il giorno festivo, restava sveglio e addolorato quando era passato. Il dolore della sera di festa non nasce dunque solo dalla delusione amorosa, ma da una condizione che accompagna la vita intera.
La natura compare già qui come una potenza che ha destinato il poeta alla sofferenza, «che mi fece all’affanno» (v. 14), anche se il suo rifiuto riguarda ancora il singolo e non tutti gli uomini, come avverrà nei canti successivi. Il tema della festa torna in altri due testi della raccolta: Il sabato del villaggio, dove la gioia sta tutta nell’attesa, e Il passero solitario, dove il poeta osserva da lontano la gioventù del paese che festeggia.