Cosa succede
Mattia Pascal decide di fare di sé un altro uomo, senza più traccia del passato. Già ad Alenga si è fatto accorciare la barba da un vecchio barbiere, e nello specchietto ha scoperto il mento piccolo e ridicolo che il barbone nascondeva. Progetta il nuovo aspetto: viso rasato, capelli lunghi, occhiali colorati per nascondere l’occhio storto, l’unico segno che gli resterà di Mattia.
Il nome gli viene offerto per caso sul treno per Torino. Due viaggiatori discutono di iconografia cristiana: il più giovane ripete più volte il nome dell’imperatore Adriano guardando proprio lui, e l’altro, allontanandosi, grida il nome di Camillo De Meis. Mattia unisce le due parole e diventa Adriano Meis. Si sente leggero, felice, spettatore estraneo della vita degli altri. Poi però nota al dito la fede con i nomi incisi, Mattia e Romilda: per paura che possa essere ritrovata non la getta dal finestrino, ma la nasconde nel gabinetto di una stazione.
Durante il viaggio inventa il passato di Adriano: figlio unico di Paolo Meis, nato in Argentina, portato in Italia a pochi mesi, rimasto presto orfano e cresciuto con il nonno. Nei mesi seguenti gira per l’Italia, da Torino a Milano, Venezia, Firenze, e compone la propria infanzia osservando i bambini nei giardini, mentre il nonno immaginario prende forma da tanti vecchietti veri. Rasato, con occhiali azzurri e capelli lunghi, gode di una libertà che gli sembra illimitata, ma parla poco con gli altri, perché si accorge di non avere il gusto della menzogna. Visita anche le città del Reno; poi capisce di dover limitare le spese, perché il denaro deve bastargli per tutta la vita e senza documenti non potrà mai lavorare. In una giornata di novembre, a Milano, vorrebbe comprare un cucciolo da un vecchio venditore di fiammiferi, ma rinuncia per non dover pagare la tassa sui cani.
Perché è importante
Il capitolo mostra l’identità come una costruzione: il nome nasce dal caso, il passato è fatto di pezzi presi dagli altri. Adriano si definisce un uomo inventato e scopre che un’invenzione, per sembrare reale, avrebbe bisogno di quei mille fili con la realtà che lui ha tagliato. All’euforia iniziale seguono i primi limiti: il denaro, la mancanza di documenti, l’impossibilità di avere legami, persino con un cane. Il capitolo 9 sviluppa questa scoperta della solitudine.
Passi da ricordare
«potevo e dovevo esser l’artefice del mio nuovo destino, nella misura che la Fortuna aveva voluto concedermi.» Mattia crede di poter scegliere liberamente chi essere, entro i limiti concessi dal caso.
«Or che cos’ero io se non un uomo inventato?» La domanda riassume la condizione di Adriano Meis, persona senza radici reali.
«non ero più niente io; nessuno stato civile mi registrava, tranne quello di Miragno, ma come morto, con l’altro nome.» La libertà di Adriano coincide con la sua inesistenza per la legge.
«era bella, sì, senza dubbio, quella mia libertà così sconfinata, ma anche un tantino tiranna» L’episodio del cagnolino rivela per la prima volta il prezzo della nuova condizione.