Cosa succede
Arriva il secondo inverno e Adriano Meis, stanco di viaggiare, pensa di stabilirsi in qualche città e di condurre una vita quieta. Nelle camere d’albergo, però, prova un penoso senso di precarietà: gli oggetti non gli dicono nulla, perché nelle cose si amano i ricordi che vi si mettono. Una casa sua non può averla, perché registri, tasse e anagrafe lo esporrebbero a controlli. Si immagina, per ridere, a Natale davanti alla porta di Romilda e della vedova Pescatore con un panettone sotto il braccio, e si ripete che la sua fortuna è l’essersi liberato di loro e dei debiti; ma la nebbia gli suggerisce che, a differenza degli altri uomini soli, lui sarà sempre un estraneo, ovunque.
In una trattoria di Milano fa conoscenza con il cavalier Tito Lenzi, un ometto dalle gambe cortissime, colto e brillante, che sostiene che la coscienza non basta a sé stessa, perché vive nel rapporto con gli altri. Adriano ne è entusiasta, finché Lenzi comincia a fargli domande: di dove sia, dove abiti, se abbia famiglia. Adriano risponde a monosillabi, inventando. Poi Lenzi racconta avventure amorose con donne sposate, chiaramente false, e Adriano prova vergogna per lui e per sé: Lenzi mente per gusto, senza averne bisogno, mentre lui è costretto a farlo e ne soffre. Capisce allora che non potrà mai avere un vero amico, perché l’amicizia richiede confidenza.
Sempre più chiuso in sé, Adriano ha l’impressione di non toccare più sé stesso quando si passa la mano sul viso rasato. Vaga per Milano, trova assurda la corsa al progresso e alle macchine, e in albergo si mette a conversare con un canarino, imitandone il verso: pensa che anche gli uomini, come l’uccellino, credono di capire la natura, che invece non sa nulla di loro. Si rimprovera di diventare un filosofo e decide di vincere ogni esitazione.
Perché è importante
Il capitolo, quasi tutto riflessivo, mostra che la libertà di Adriano è in realtà solitudine. Il tema centrale è il rapporto con gli altri: chi non può raccontare il proprio passato non può avere né casa né amici, e la maschera costruita per gli altri perde senso se nessuno la vede. Le parole di Tito Lenzi sulla coscienza come piazza aperta agli altri esprimono un’idea che Pirandello svilupperà a lungo: l’identità esiste nello sguardo altrui. La risoluzione finale di vivere prepara la scelta di Roma e l’ingresso in casa Paleari nel capitolo 10.
Passi da ricordare
«Forestiere della vita, Adriano Meis.» La formula definisce la condizione di chi non appartiene a nessun luogo e a nessuna persona.
«Basterebbe forse, ma se essa fosse castello e non piazza, per così dire» Tito Lenzi descrive la coscienza come uno spazio pubblico, aperto agli altri.
«Siamo giusti, io mi ero conciato a quel modo per gli altri, non per me.» Adriano capisce che la sua nuova identità ha senso solo se qualcuno ci crede.
«Io, insomma, dovevo vivere, vivere, vivere.» La ripetizione finale esprime il bisogno di uscire dall’isolamento.