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Riassunto

Riassunto: Capitolo XIV

Cosa succede

Partita la carrozza di Ferrer, la folla si disperde in gruppi che commentano la giornata. Renzo, stanco e affamato, si ferma ad ascoltarne uno e, convinto che basti farsi sentire per ottenere giustizia, prende la parola: denuncia i prepotenti che restano impuniti nonostante le gride e i dottori che non difendono i poveri, e propone di andare il giorno dopo da Ferrer a raccontargli tutto. Viene applaudito. Uno sconosciuto che l’ha ascoltato in silenzio si offre di accompagnarlo in un’osteria; Renzo però entra nella prima che trova, quella della luna piena, e l’altro lo segue.

L’oste, che conosce bene l’accompagnatore e ne diffida, serve a Renzo vino e stufato; poiché manca il pane, il giovane tira fuori l’ultimo di quelli raccolti per strada. Quando l’oste, come prescrive una grida, gli chiede nome, cognome e provenienza, Renzo rifiuta, si fa beffe della grida e dello stemma del governatore e beve un bicchiere dopo l’altro, tra gli applausi dei presenti; l’accompagnatore fa cenno all’oste di lasciar perdere. Renzo si lancia allora in un discorso contro i signori che usano la penna e il latino per imbrogliare chi non ha studiato. Lo sconosciuto espone un progetto per distribuire il pane alle famiglie con dei biglietti, si presenta come Ambrogio Fusella, spadaio, e chiede a Renzo come si chiama: il giovane, entusiasta, glielo dice senza sospettare nulla. Poi l’uomo se ne va. Renzo, che non è abituato al vino, si ubriaca, parla sempre più a sproposito e diventa lo zimbello della compagnia; per istinto, però, non pronuncia mai il nome di Lucia.

Perché è importante

Il capitolo mostra le conseguenze dell’ingenuità di Renzo. Il giovane, che nel capitolo XIII aveva agito con coraggio e buon senso, si lascia ora trascinare dall’entusiasmo e dal vino: parla in pubblico di giustizia, deride le gride e rivela il proprio nome proprio all’uomo da cui dovrebbe guardarsi, che nel capitolo seguente si scoprirà essere un bargello travestito. Il narratore racconta questa caduta con ironia ma anche con affetto, e sottolinea che per Renzo era la prima volta.

Dietro la comicità della scena c’è un tema serio. Nei discorsi confusi sulla penna e sul latino torna l’esperienza vissuta con don Abbondio e con l’Azzecca-garbugli: la scrittura e la cultura appaiono come strumenti con cui i potenti tengono in pugno chi non sa difendersi. Proprio questa diffidenza, però, cade davanti alla prima proposta che sembra giusta, e Renzo non si accorge che il progetto dello spadaio si fonda su «carta, penna e calamaio».

Passi da ricordare

«ecco il pane della provvidenza!»: Renzo mostra all’osteria il pane raccolto per strada, sicuro di non aver fatto nulla di male.

«Vuol dire, quella faccia: comanda chi può, e ubbidisce chi vuole»: interpretando a modo suo lo stemma della grida, Renzo ne denuncia l’inefficacia.

«le parole che dicon loro, volan via, e spariscono; le parole che dice un povero figliuolo, stanno attenti bene»: anche da ubriaco, Renzo coglie la disparità tra chi scrive e chi non sa scrivere.

«anche uno sproposito gli serve di scola»: la riflessione dell’anonimo attenua la colpa di Renzo, che proprio perché non è abituato agli eccessi ne ricaverà una lezione.