Alfio Mosca è un carrettiere povero che vive da solo nella casa di fronte a quella dei Malavoglia e lavora con un carro tirato da un asino. Si arrangia in tutto, si cucina le fave e si rattoppa le camicie; la Vespa gli ronza intorno e lo zio Crocifisso è geloso di lui, ma Alfio pensa soltanto a Mena, che vede ogni giorno dalla sua finestra. Tra i due c’è un affetto che non viene mai dichiarato: parlano delle stelle, delle galline che lui le ha regalato, del mulo che un giorno vorrebbe comprare. Alfio sa di non avere nulla da offrire, e quando le riferisce che la vogliono dare in moglie a Brasi Cipolla, il ragazzo più ricco del paese, non osa dire altro.
Mentre si prepara il matrimonio di Mena, Alfio lascia il paese per andare a lavorare alla Bicocca, un luogo dove si muore di malaria. La sera della partenza, alla domanda di Mena sul perché se ne vada, risponde chiedendole a sua volta perché lei sposi Brasi: «Si fa quel che si può, comare Mena». Torna anni dopo, ingiallito dalle febbri ma con il mulo tanto desiderato, e trova i Malavoglia distrutti. È lui a portare padron ’Ntoni all’ospedale sul suo carro, ed è lui a sapere dove è finita Lia, un segreto che confida soltanto a Nunziata.
Ora che nessuno potrebbe opporsi, Alfio chiede finalmente a Mena di sposarlo; lei rifiuta per non riportare in piazza la vergogna di Lia, e lui si mette il cuore in pace. Nelle sue parole torna uno dei temi del romanzo, il destino di chi lascia il proprio paese e non lo ritrova più uguale: «Quando uno lascia il suo paese è meglio che non ci torni più». Alfio rappresenta la gente povera e onesta che riesce a migliorare un poco la propria condizione, ma sempre troppo tardi: quando finalmente ha il mulo, la vita che desiderava accanto a Mena non è più possibile.