Mena, cioè Filomena, è la figlia maggiore di Bastianazzo e Maruzza. In paese la chiamano Sant’Agata, spiega il narratore, «perchè stava sempre al telaio»: è una ragazza silenziosa, laboriosa e obbediente, abituata a rispettare le decisioni del nonno. Prova un affetto discreto per il vicino di casa Alfio Mosca, un carrettiere povero con cui la sera scambia qualche parola dalla finestra; il nonno, però, combina per lei il matrimonio con Brasi Cipolla, figlio del ricco padron Fortunato, e Mena accetta senza protestare, anche se il suo cuore è altrove.
Quando Alfio parte per andare a lavorare alla Bicocca, i due si salutano senza dirsi quello che provano. Il matrimonio con Brasi va a monte quando i Malavoglia perdono la casa del nespolo, e dopo la morte della madre Mena ne prende il posto: tiene la casa, cura la sorella Lia come Maruzza aveva fatto con lei, aspetta di notte il fratello ’Ntoni che torna ubriaco e cerca inutilmente di tenere Lia lontana da don Michele. Dopo il processo e la fuga della sorella resta accanto al nonno, e il giorno in cui lo portano all’ospedale la mandano via con una scusa, perché non l’avrebbe lasciato partire.
Alla fine Alfio torna al paese e le chiede di sposarlo, ora che nessuno potrebbe più opporsi. Mena risponde prima di essere ormai troppo vecchia, poi, davanti alla sua insistenza, confessa il vero motivo: «Ora se io mi maritassi, la gente tornerebbe a parlare di mia sorella Lia, giacchè nessuno oserebbe prendersela una Malavoglia, dopo quello che è successo.» Quando Alessi sposa Nunziata e ricompra la casa, Mena va a vivere nella soffitta e fa da madre ai nipoti. È il personaggio che più di ogni altro accetta il sacrificio: rinuncia alla propria felicità per non esporre la famiglia alle chiacchiere del paese, e il romanzo ne mostra insieme la forza morale e il prezzo.