Lo zio Crocifisso è l’usuraio di Aci Trezza. Passa le giornate in piazza con un giubbone lacero, lamentandosi di tutto, ma ha denari a palate e vive prestandoli a interesse, comprando il pesce a basso prezzo e prestando barche e attrezzi a chi ne ha bisogno. Lo chiamano Campana di legno, spiega il narratore, «perchè non ci sentiva di quell’orecchio, quando lo volevano pagare con delle chiacchiere». È devoto, recita rosari e si proclama buon cristiano, ma quando si tratta dei suoi soldi non fa favori a nessuno: al figlio di sua sorella, la Locca, dà mezza paga proprio perché sono parenti.
È lui a vendere a padron ’Ntoni, a credito, il carico di lupini un po’ avariati che affonda con la Provvidenza. Dopo il naufragio pretende di essere pagato; poi cede il credito a Piedipapera, con cui si è messo d’accordo, e ripete di non entrarci più. Così i Malavoglia perdono la casa del nespolo, che poco dopo Piedipapera deve rivendere proprio allo zio Crocifisso. Intanto cerca di prendersi la chiusa della nipote, la Vespa, lasciandole credere che la sposerà, ed è così geloso di Alfio Mosca, che la Vespa cerca in ogni modo, da voler pagare qualcuno per fargli rompere le ossa. La sua ossessione per la roba arriva a mescolarsi con la religione: «Io voglio la roba mia, che l’ho fatta col sangue mio come il sangue di Gesù Cristo che c’è nel calice della messa».
Alla fine lo zio Crocifisso sposa davvero la Vespa, e il matrimonio diventa la sua punizione: la moglie comanda in casa e dispone dei suoi soldi, e lui, che non riesce più a liberarsene, va a lamentarsi con chiunque lo ascolti. Rimasto con la casa del nespolo che nessuno vuole comprare, prega Alfio di convincere i Malavoglia a riprenderla. Personaggio insieme comico e odioso, rappresenta la legge dell’interesse che governa il paese: presta, pesa, calcola e si lamenta sempre di essere derubato, mentre i suoi affari contribuiscono alla rovina di una famiglia.