Cosa succede
Zeno Cosini comincia a scrivere su consiglio del dottore, che nel frattempo ha lasciato Trieste per un lungo periodo. Vorrebbe risalire alla propria infanzia, ma più di cinquant’anni lo separano da quel tempo, e il medico gli ha raccomandato di non ostinarsi a guardare troppo lontano: anche i fatti recenti e i sogni della notte prima sono utili. Per cominciare con ordine, Zeno ha comprato e letto un trattato di psicoanalisi, che trova facile da capire ma molto noioso.
Dopo pranzo si sdraia in poltrona con una matita e un foglio e prova a liberare la mente. Il pensiero gli sembra separato da lui, come una cosa che si alza e si abbassa senza fare altro; appena prende la matita per scrivere, però, la fatica di comporre le parole riporta il presente e cancella il passato. Il giorno prima, cercando il massimo abbandono, si era addormentato profondamente e al risveglio aveva avuto l’impressione di aver visto qualcosa di importante, ormai perduto.
Questa volta, con la matita in mano, resta sveglio e vede immagini strane, che non sembrano legate alla sua vita: una locomotiva che sale su un’erta trascinando molti vagoni. Ricorda che, secondo il suo libro, con quel metodo si può arrivare fino alla prima infanzia, e subito vede un neonato in fasce. Capisce però che non è lui, ma il bambino nato da poche settimane a sua cognata. Allora si rivolge al piccolo: vorrebbe avvertirlo dell’importanza di ricordare la propria vita e gli spiega che la ricerca del piacere lo porterà al dolore e alla malattia, perché nessuno può proteggere una culla. Accorgendosi di essersi allontanato dalle immagini del dormiveglia, rimanda il tentativo al giorno dopo.
Perché è importante
Il Preambolo mostra Zeno al lavoro sulle sue memorie e fa capire subito quanto sia incerto il loro valore. Il passato non si lascia raggiungere: il presente lo copre, il sonno lo cancella, le immagini che affiorano potrebbero appartenere ad altri. La scrittura, che dovrebbe servire a ricordare, disturba il ricordo. Il tono è già quello di tutto il libro: Zeno osserva se stesso con ironia, prende sul serio la cura e insieme la trova noiosa, e trasforma un esercizio clinico in una riflessione sulla malattia come destino di tutti.
La pagina segue la Prefazione, dove il dottor S. racconta di aver chiesto l’autobiografia, e prepara i capitoli successivi. L’immagine della locomotiva, che qui sembra senza senso, tornerà nella Morte di mio padre: Zeno scoprirà di averla vista per la prima volta ascoltando il respiro affannoso del padre morente.
Passi da ricordare
«Vedere la mia infanzia? Più di dieci lustri me ne separano»
L’inizio pone la domanda da cui nasce il libro e misura la distanza che rende difficile ricordare.
«Ecco che la mia fronte si corruga perchè ogni parola è composta di tante lettere e il presente imperioso risorge ed offusca il passato.»
Zeno descrive il paradosso della sua cura: lo sforzo di scrivere è proprio ciò che allontana il ricordo.
«una locomotiva che sbuffa su una salita trascinando delle innumerevoli vetture»
L’immagine, in apparenza casuale, acquisterà il suo significato nel capitolo sulla morte del padre.
«Eccomi ben lontano dalle immagini che precorrono il sonno. Ritenterò domani.»
La chiusa rinvia il tentativo, come Zeno rinvia sempre i propri propositi.