Cosa succede
Il cappellano crocifero annuncia al cardinale la visita dell’Innominato e cerca di metterlo in guardia, ma Federigo vuole riceverlo subito: san Carlo, dice, sarebbe andato a cercarlo. Lo accoglie a braccia aperte e gli confessa di sentirsi rimproverato per non essere stato il primo ad andare da lui. L’Innominato, diviso tra il bisogno di sollievo e l’orgoglio, dice di avere «l’inferno nel cuore» e domanda dove sia Dio. Il cardinale risponde che Dio è proprio in quel tormento che non gli dà pace e che vuole fare di lui un segno della sua bontà. L’Innominato scoppia in un pianto dirotto, i due si abbracciano e il signore racconta del rapimento di Lucia, ancora prigioniera nel castello.
Federigo fa chiamare il curato del paese di Lucia, che si trova tra i preti radunati: è don Abbondio. Mentre il parroco del luogo va a cercare una buona donna disposta a salire al castello in lettiga, il cardinale incarica don Abbondio di accompagnare l’Innominato a prendere la giovane. Il curato prova a farsi mandare invece a cercare Agnese, e Federigo, capendo che ha paura, parla davanti a lui con il nuovo amico per rassicurarlo.
Il viaggio è raccontato dal punto di vista di don Abbondio. Lo spaventa vedere l’Innominato rimettersi la carabina a tracolla; attraversano il paese tra la folla che saluta il convertito, poi, in aperta campagna, il curato si lamenta tra sé dei santi e dei birboni che non lasciano in pace chi vuole solo vivere tranquillo, se la prende con don Rodrigo e dubita della conversione. Nella valle, tra i bravi, arriva a pensare che, se avesse sposato i due giovani, non gli sarebbe potuto capitare di peggio. Al castello l’Innominato gli parla con un volto sereno e gentile, e don Abbondio finalmente respira; poi salgono tutti alla camera di Lucia.
Perché è importante
È il capitolo della conversione, il momento in cui la crisi cominciata nei capitoli XX e XXI trova una risposta. Federigo non discute e non pone condizioni: risponde a ciò che l’Innominato non ha ancora detto, e la misericordia prende il posto del giudizio. Le immagini evangeliche della pecorella smarrita e del figlio perduto e ritrovato danno alla scena il senso di una grazia che raggiunge proprio il peggiore.
Subito dopo Manzoni cambia registro e affida il racconto alla paura di don Abbondio, che rientra così nella vicenda. Il suo monologo, egoista e comico, fa da contrappeso alla solennità dell’abbraccio e mostra che un prodigio non cambia chi lo guarda con occhi meschini. Il contrasto tra il vescovo e il curato prepara il colloquio dei capitoli XXV e XXVI, in cui Federigo chiederà conto a don Abbondio del matrimonio mancato.
Passi da ricordare
«Lasciamo le novantanove pecorelle […] io voglio ora stare con quella ch’era smarrita» Con la parabola evangelica Federigo spiega perché lascia la folla per restare con il peccatore.
«Dio veramente grande! Dio veramente buono! io mi conosco ora, comprendo chi sono» Nell’abbraccio con il cardinale l’Innominato si vede finalmente com’è e prova, insieme al ribrezzo di sé, una gioia mai conosciuta.
«Ci vuol tanto a fare il galantuomo tutta la vita, com’ho fatt’io?» Nel suo monologo don Abbondio scambia per virtù la propria prudenza.