Cosa succede
Il bravo riferisce che il cardinal Federigo Borromeo, arcivescovo di Milano, è arrivato in un paese vicino e che tutti accorrono a vederlo. L’Innominato si domanda che cosa abbia quell’uomo per rendere allegra tanta gente e decide di andare a parlargli. Si arma come al solito, passa dalla camera dove Lucia dorme, ordina che la lascino riposare e che le dicano che il padrone farà tutto ciò che lei vorrà; poi scende da solo verso il paese. La folla gli fa largo e, nella casa del curato, i preti riuniti lo guardano con sospetto. Il cappellano crocifero, spaventato, va ad annunciarlo al cardinale.
A questo punto il narratore sospende il racconto, come un viandante che si ferma all’ombra di un albero, e dedica il resto del capitolo alla vita di Federigo, avvertendo che chi non vuole leggerla può passare al capitolo seguente. Nato nel 1564, Federigo prende sul serio fin da ragazzo gli insegnamenti della religione: riceve l’abito ecclesiastico dal cugino Carlo, nel collegio di Pavia insegna la dottrina ai poveri e assiste i malati, rifiuta i privilegi della sua famiglia e, nel 1595, accetta di diventare arcivescovo di Milano solo per l’ordine espresso del papa. Vive con una semplicità rigorosa e dona continuamente ai poveri. Fonda la Biblioteca Ambrosiana, facendo cercare libri e manoscritti in tutta Europa e in Oriente, e la apre a chiunque voglia studiare, cosa rara per l’epoca. Dota di tasca propria una ragazza perché il padre non la costringa a farsi monaca, tratta con affetto i poveri e i bambini ed è severo soltanto con i preti avari o negligenti. Il narratore ammette che ebbe anche opinioni oggi difficili da condividere e che le sue molte opere sono dimenticate, ma non si ferma a spiegarne le ragioni e torna alla storia.
Perché è importante
Il capitolo porta nel romanzo un personaggio storico e lo presenta come il modello opposto ai potenti incontrati finora. Don Rodrigo, il conte zio e l’Innominato usano il potere per sé; Federigo è convinto che non esista «giusta superiorità d’uomo sopra gli uomini, se non in loro servizio». Anche i particolari scelti hanno un senso nel racconto: la dote pagata perché una giovane non sia fatta monaca richiama per contrasto la storia di Gertrude, e la biblioteca aperta a tutti mostra un’idea della cultura come bene comune.
La lunga digressione arriva nel momento di massima attesa, mentre l’Innominato aspetta di essere ricevuto, e rallenta il racconto per dare più peso all’incontro del capitolo XXIII. Il narratore evita però l’elogio senza ombre e ricorda i limiti del cardinale proprio «perchè non paia che abbiam voluto scrivere un’orazion funebre».
Passi da ricordare
«La sua vita è come un ruscello che, scaturito limpido dalla roccia, […] va limpido a gettarsi nel fiume.» La similitudine riassume la coerenza di un’esistenza rimasta pura dall’inizio alla fine.
«la vita non è già destinata ad essere un peso per molti, e una festa per alcuni, ma per tutti un impiego, del quale ognuno renderà conto» È il principio che guida Federigo fin dall’infanzia e che spiega tutte le sue scelte.
«sono mie anime, e forse non vedranno mai più la mia faccia; e non volete che gli abbracci?» Con questa risposta il cardinale difende il suo affetto per i bambini poveri contro chi li trova troppo sporchi.