Cosa succede
Dopo la sommossa di san Martino il pane torna per poco abbondante e a buon mercato, ma la gente consuma senza misura e il governo cerca di tenere bassi i prezzi con gride sempre più severe: divieti di fare scorte, sequestri di riso, pene per chi porta il pane fuori città. Quattro uomini vengono impiccati come capi del tumulto. Nell’inverno e nella primavera la carestia si scatena in tutta la sua forza.
Milano si riempie di mendicanti: artigiani e servitori licenziati, bravi rimasti senza padrone, contadini fuggiti dalle campagne rovinate dai soldati e dalle tasse. Molti muoiono per strada. Il cardinal Federigo organizza i soccorsi con sei preti che percorrono la città distribuendo cibo, vesti e denaro, e fa dare ogni mattina duemila scodelle di minestra di riso, ma l’aiuto resta poca cosa rispetto al bisogno. Il narratore nota che, in tanta miseria, nessuno tenta una rivolta.
Per timore del contagio le autorità decidono di raccogliere tutti i mendicanti nel lazzaretto, prima invitandoli e poi facendoli catturare dai birri. In poco tempo vi si ammassano quasi diecimila persone, tra paglia marcia, pane cattivo e acqua malsana, e i morti arrivano presto a più di cento al giorno. Il lazzaretto viene allora riaperto: i poveri sani tornano in città, i malati sono trasferiti in un ospizio, dove quasi tutti muoiono. Con il raccolto la carestia finisce, ma l’epidemia continua fino all’autunno.
Intanto la guerra prosegue: il re di Francia e Richelieu scendono in Italia e don Gonzalo deve togliere l’assedio di Casale. Avvertito dal medico Tadino che nell’esercito imperiale diretto a Mantova c’è la peste, il governatore risponde che le ragioni della guerra contano di più e che si speri nella Provvidenza. Poco dopo don Gonzalo, rimosso per l’insuccesso della guerra, lascia Milano tra i fischi e i sassi della folla ed è sostituito da Ambrogio Spinola. A settembre l’esercito imperiale, formato in gran parte da soldati di ventura abituati al saccheggio, entra nel ducato e scende lungo l’Adda devastando i paesi fino al territorio di Lecco.
Perché è importante
Qui la storia pubblica prende il sopravvento e i personaggi del romanzo scompaiono quasi del tutto. Manzoni ricostruisce la carestia sulla base delle gride e delle testimonianze del tempo, come il Ripamonti e il Tadino, e ne ricava una riflessione sugli errori dei governanti: ogni provvedimento serve a rimediare alle conseguenze del precedente, senza toccare la causa vera, la mancanza di grano. Allo stesso modo la risposta di don Gonzalo sulla peste mostra una politica che antepone il prestigio alla vita dei sudditi.
Il capitolo apre la parte storica che, alternata alle vicende dei personaggi, porta alla peste dei capitoli XXXI e XXXII. La descrizione del lazzaretto presenta inoltre il luogo in cui, nei capitoli XXXV e XXXVI, Renzo ritroverà fra Cristoforo e Lucia.
Passi da ricordare
«La moltitudine aveva voluto far nascere l’abbondanza col saccheggio e con l’incendio; il governo voleva mantenerla con la galera e con la corda.» Il narratore mette sullo stesso piano gli errori del popolo e quelli del potere.
«ci rivoltiamo sdegnati e furiosi contro i mali mezzani, e ci curviamo in silenzio sotto gli estremi» È la spiegazione amara del perché, nella miseria più nera, nessuno si ribelli.
«si sperasse nella Provvidenza» Sulla bocca di don Gonzalo, che non vuole fermare l’esercito, il richiamo alla Provvidenza diventa una scusa per non agire.