Giovanni Malfenti è il commerciante che Zeno conosce al Tergesteo, la Borsa di Trieste, e che diventerà suo suocero. Ha una cinquantina d’anni, una salute di ferro e un corpo enorme di oltre un quintale; è «un grande negoziante, ignorante ed attivo», che dalla propria ignoranza ricava forza e serenità. Parla urlando, per pensare più chiaramente, e ha poche idee, ma le applica con tanta costanza da farne il proprio carattere. Nel libretto di Zeno annota di suo pugno tre comandamenti per il commercio, tra cui quello secondo cui l’unico grande rimorso è non aver saputo fare il proprio interesse.
Zeno lo ammira al punto da volergli somigliare e lo considera un secondo padre, rozzo e forte quanto lui si sente debole e colto. Giovanni gli offre un’amicizia che sembra paterna, gli sconsiglia di liberarsi dell’Olivi, gli confida i suoi segreti commerciali e, quando ne ha l’occasione, lo inganna, come nell’affare di una merce deprezzata da un decreto che Zeno non aveva letto; confessa il tiro soltanto alle nozze di Ada, dopo aver bevuto champagne, e il giorno dopo lo smentisce. È l’amicizia con lui a portare Zeno in casa Malfenti, dove vivono la moglie, elegante e sorridente, e le quattro figlie, che hanno tutte nomi con l’iniziale A perché, secondo il padre, gli oggetti segnati con quella lettera possono passare dall’una all’altra. Marito affettuoso e rumoroso, tradisce la moglie, che lo sa e non gliene porta rancore.
Negli anni successivi al matrimonio di Zeno, Giovanni si ammala gravemente: si addormenta in giardino mentre il genero e l’amico Copler discutono di malati veri e immaginari. Muore presto, e dal letto di morte rivolge al genero un ultimo saluto brutale: «Se dando a te la mia malattia io potessi liberarmene, te la darei subito, magari raddoppiata!» Zeno lo piange sinceramente, perché con lui perde la figura che, per contrasto, dava risalto alla sua debolezza e alla sua cultura: studiandolo, scrive, ha scoperto di essere un timido. Il Malfenti incarna la salute rozza e vitale dell’uomo d’affari, ma anche la sua forza finisce, come quella di tutti, nella malattia.