Il padre di Zeno è un commerciante triestino rimasto vedovo da molti anni, con la fama di uomo d’affari abile, anche se da tempo i suoi affari sono diretti dall’amministratore Olivi. Il figlio lo descrive come un uomo sicuro della propria quiete: fuma tutto il giorno, beve a cena quanto basta per dormire bene, legge soltanto libri morali e non vuole sentir parlare del corpo, della malattia e nemmeno del movimento della terra. All’università gli amici lo conoscevano con il soprannome che Zeno gli aveva dato: «vecchio Silva manda denari». Tra padre e figlio non c’è niente in comune. Il vecchio gli rimprovera la distrazione e l’abitudine di ridere delle cose serie, e quando il figlio, per scherzo, si fa rilasciare da un medico un certificato di sanità mentale, esclama con le lacrime agli occhi che è davvero pazzo.
Preoccupato per l’avvenire di Zeno, fa testamento su consiglio dell’Olivi, mette il figlio sotto la tutela dell’amministratore e gli fa giurare di non ostacolarlo. Una sera di fine marzo, già malato senza saperlo, aspetta a lungo il figlio per cenare con lui e cerca di dirgli qualcosa di importante, una parola sola che non riesce a trovare; poi confessa il suo timore: «Ho paura che non saprò dire a te quello che penso, solo perchè tu hai l’abitudine di ridere di tutto.» Nella notte è colpito da un edema cerebrale. Il dottor Coprosich lo tiene in vita, e per giorni il vecchio si trascina dal letto alla poltrona in cerca d’aria, quasi mai cosciente. Una notte, mentre Zeno cerca di tenerlo a letto come ha ordinato il medico, si alza, solleva la mano e la lascia cadere sulla guancia del figlio; subito dopo scivola a terra, morto.
Zeno non saprà mai se quello schiaffo sia stato una punizione voluta o un gesto involontario del moribondo, e il dubbio lo accompagna per tutta la vita. Al funerale riesce a ricordare il padre come l’uomo debole e buono che aveva conosciuto, immagina di spiegargli che la colpa era del medico e per molto tempo torna, di nascosto, alla religione dell’infanzia. La morte del padre, annotata su un libro accanto all’ennesima ultima sigaretta, è per Zeno l’avvenimento più importante della sua vita: con lui scompare il testimone davanti al quale dimostrare di valere qualcosa, e il figlio resta solo con la propria debolezza e con un rimorso che la cura psicoanalitica tornerà a interrogare.